Benetti Carlo GAM

GAM : Whatever it brakes

GAM : Quello che va bene per la Germania va bene anche per la Volkswagen, e viceversa.

Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da Investment World iscriviti alla Nostra Newsletter gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente


A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


In realtà nell’originale si parlava della General Motors e degli Stati Uniti, fu Charles E. Wilson a dire che qualsiasi cosa andasse bene per l’America andava bene anche per il gruppo automobilistico di cui era presidente. Era il 1953, gli anni della grande espansione del benessere, dell’affermazione dell’American Way of Life nell’America di Eisenhower, la corresponsione di amorosi sensi tra manifattura e prosperità economica era un fatto incontrovertibile.

Wilson non poteva immaginare che nel giro di qualche decennio il settore dell’auto sarebbe stato condannato all’irrilevanza, oggi anche l’American Way of Life non sta troppo bene e il partito di Eisenhower è diventato il partito dei fondamentalisti religiosi e di Donald Trump. Intanto, le ombre che hanno oscurato l’automotive americano si allungano sull’industria automobilistica europea, guidata verso il basso dalla Germania.

Il fiore all’occhiello del modello tedesco è appassito, si è smussata l’orgogliosa sicurezza con cui i tedeschi si rapportavano con i partner europei nella consapevolezza della superiorità dei loro motori e della loro meccanica. L’autocompiacimento ha fatto velo all’intraprendenza e alla visione di lungo termine, l’industria automobilistica tedesca, in ritardo sulla transizione elettrica, si è fatta superare a destra dai concorrenti cinesi e americani.

Per migliaia di lavoratori del settore si sgretolano le tutele occupazionali conquistate trent’anni fa, un marchio blasonato richiama e interrompe la consegna di un milione e mezzo di veicoli, la crisi dell’auto si allarga all’intera economia tedesca, unica grande economia del Vecchio Continente alle prese con la minaccia di una “lenta recessione”, come scrisse il Guardian a inizio anno.

In queste condizioni di debolezza, arriva il Rapporto sulla competitività europea di Mario Draghi.

Il corposo documento presenta una analisi severa delle condizioni dell’industria nell’Unione e suggerisce una terapia costosa: 806,9 miliardi di euro per centosettanta proposte finalizzate alla ripartenza, agli investimenti ritenuti necessari per recuperare i ritardi verso Stati Uniti e Cina.

Mario Draghi sembra raccogliere il lascito politico di Carlo Azeglio Ciampi e colmare la distanza tra unione monetaria e inadeguata unione politica, una zoppia “colpa di tutta l’Europa” diceva Ciampi: “non si è accompagnato alla moneta unica, che è un fatto federativo, una politica economica europea. L’eurogruppo, il gruppo dei Paesi dell’euro, non si è mai istituzionalizzato, non ha mai assunto poteri decisionali cui tutti debbano adeguarsi”.

L’ex presidente della BCE e del governo italiano ha sollevato il velo di Maya sui ritardi dell’Europa nella tecnologia e nella produttività incagliata, ha individuato le minacce che la doppia transizione energetica e tecnologica presentano al modello europeo, le questioni aperte dall’invecchiamento della popolazione. La terapia suggerita prevede interventi sostanziali sulla governance dell’Unione e l’accelerazione verso una maggiore unione politica, indispensabili pre-condizioni per l’adozione di politiche economiche comuni e il coordinamento delle politiche industriali e commerciali.

Soprattutto, le dimensioni senza precedenti degli investimenti pubblici ritenuti necessari comporteranno l’architettura di un debito comune.

“Whatever it brakes”, qualsiasi cosa per frenarlo! La prima reazione dei paesi virtuosi, quasi un riflesso condizionato all’espressione “debito comune”, è stata negativa, il giudizio più severo lo ha formulato il ministro delle finanze tedesco Christian Lindner.

Eppure, proprio Lindner dovrebbe prestare attenzione più di altri alle parole di Draghi e leggere in dettaglio il documento, la Germania è alle prese con la crisi della manifattura che è crisi del suo modello di crescita, il feticcio dello “schwarze null” mostra l’amara verità che le spese risparmiate per tenere il bilancio in pareggio sono state solo spese rimandate.

Marcel Fratzscher, direttore dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), nel 2014 denunciava i tassi di crescita deludenti del paese, la bassa produttività, le condizioni fatiscenti dei ponti e delle strade di un paese “in discesa”. Nel suo libro “L’illusione della Germania”, l’economista denunciava l’avarizia di un paese che rinunciando alle spese in investimenti metteva una ipoteca pesante sulla qualità della vita dei suoi cittadini nel futuro prossimo: nei primi anni Novanta la spesa di governo ed economia in infrastrutture viarie, edifici scolastici e fabbriche era del 25% della produzione totale, quella spesa era scesa al 19% nel 2014.

Dieci anni di bilanci virtuosi in virtù di spese non sostenute (ovvero rimandate) hanno solo peggiorato le condizioni della Germania, alle prese con la crisi della manifattura ma, soprattutto, sa di dover ripensare il proprio modello di crescita.

L’associazione delle imprese tedesche stima che il rafforzamento della base industriale richieda nei prossimi anni investimenti per qualcosa come un miliardo e mezzo di euro; non esistono riforme che non comportino un costo, senza riforme e senza investimenti la Germania rischia un’ulteriore deindustrializzazione e il declino delle piccole e medie imprese che, come da noi, costituiscono la spina dorsale della sua economia.

Il Rapporto Draghi fornisce la diagnosi e la terapia, è un programma di governo per una politica industriale europea coerente, offre alla Germania l’occasione di ripensare il modello di crescita nella dimensione cooperativa con gli altri paesi dell’Unione. Del resto, la manifattura tedesca e il suo export sono già fortemente integrati nel mercato unico, le prime reazioni al Rapporto Draghi “non colgono il punto” scrive il Financial Times.

Un aiuto all’economia europea è venuto anche dalla Banca Centrale Europea.

Il taglio di un quarto di punto del tasso di riferimento da parte della BCE era ampiamente scontato: la manifattura è in sofferenza, i consumi languono e l’inflazione non fa più paura, ha rialzato la testa a luglio per scendere nuovamente in agosto. Nella retorica di Francoforte non sono mancati ovviamente le esortazioni alla prudenza e l’ormai consueto rimando alla “dipendenza dai dati”, il mantra che da tempo accompagna la comunicazione della BCE di Christine Lagarde, un modo elegante per evitare di impegnarsi in un percorso condizionato che, in ogni caso, è esposto alle condizioni cangianti dello scenario (vedi L’Alpha e il Beta del 22.7.2024).

Ma l’azione della BCE è già storia, ora l’appuntamento è con la Federal Reserve che questa settimana dovrebbe a sua volta procedere all’allentamento della politica monetaria.

L’inflazione sta ritracciando, la paura dei banchieri centrali, e dei mercati, si è spostata alla tenuta dell’attività economica, ai dati che via via confermino il rallentamento controllato. Le probabilità sono di un taglio “ordinario” di un quarto di punto benché venerdì scorso siano aumentate quelle su un taglio di mezzo punto. In ogni caso, il grosso dell’allentamento avverrà l’anno prossimo, la stima è di 250 punti da qui a dicembre 2025, condizione che sta favorendo i titoli obbligazionari di qualità. I rendimenti sono scesi un po’ ovunque e, come hanno ricordato gli ultimi Alpha e Beta, la curva dei rendimenti è tornata in assetto di normalità, il rendimento delle scadenze brevi è inferiore a quello delle scadenze più lontane.

Per il momento, l’ipotesi dell’atterraggio morbido tiene: i trentasette economisti intervistati dal Financial Times nel sondaggio FT-Chicago Booth prevedono che il PIL americano crescerà del 2,3% nel 2024 e del 2% nel 2025, l’inflazione misurata dall’indice “core” delle spese per consumi personali dovrebbe scendere al 2,2% dal 2,6% di luglio.

L’economia americana sta sperimentando dunque crescita convincente, inflazione verso l’obiettivo del 2%, occupazione. Condizioni favorevoli che però mantengono elevate la concentrazione e le valutazioni del listino, un buon motivo per guardare anche alle azioni europee, più convenienti di quelle americane e di circa il 6% al di sotto del fair value.

Le indicazioni del Rapporto Draghi si innescano, e ne fanno leva per la crescita, su alcune tendenze strutturali già in atto:

  1. la fine dell’energia a basso costo modifica il settore, ci saranno vincitori e vinti tra le società petrolifere, del gas, delle rinnovabili, tra economie e settori energivori;
  2. la decarbonizzazione comporterà in ogni caso, a prescindere dalle indicazioni del Rapporto, ingenti investimenti in capitale (capex) a sostegno della transizione; il “superciclo Capex” ha già generato i suoi effetti sulle società;
  3. la rivoluzione digitale 4.0 riguarda anche l’Europa e i suoi campioni attivi nella produzione di semiconduttori.

Tendenze che, come lenti, aiutano a osservare il prossimo futuro, a “vedere” quali settori e società beneficeranno e quali invece soffriranno. Il settore bancario, ad esempio, conserva ancora valore, i prezzi non hanno compiutamente scontato i miglioramenti nella redditività e le prospettive della transizione energetica.

Le ultime settimane sono state segnate dalla volatilità, si è innescata una rotazione settoriale, i titoli “growth” non hanno registrato performance positive nonostante il calo dei rendimenti obbligazionari, suggerendo che è in atto una più ampia rotazione dalla “crescita di qualità”.

Il Rapporto sulla competitività denuncia il ritardo nella tecnologia e la necessità di massivi investimenti; i campioni europei nella produzione di semiconduttori sono già ben posizionati; anche l’AI europea canalizzerà investimenti ingenti. La diversificazione in azioni europee è suggerita anche dai rischi posti dalla concentrazione del listino americano che condiziona anche l’investimento in azioni globali: il peso degli indici americani è cresciuto a livelli record.

Siamo in una fase di transizione anche nei mercati, c’è valore nelle azioni europee e nella loro gestione attiva che tiene conto delle tendenze sopra ricordate, del movimento relativo tra “value” e “quality growth”, delle diverse reazioni delle singole società al movimento dei tassi di interesse.

Fonte: InvestmentWorld.it


Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.