Benetti Carlo GAM

GAM : “Quel che succede in Cina …”

GAM : “Uno-due”. Nel gergo pugilistico si intende un colpo sinistro e un destro dati in rapida successione.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Ma l’uno-due che ha colpito i mercati nelle ultime due settimane è tutt’altro che un “KO”, al contrario il taglio generoso della Federal Reserve e la manovra “jumbo” della Banca del Popolo cinese hanno imbaldanzito i mercati; il mese di settembre, cominciato sotto il segno di un “déjà vu” della correzione di inizio agosto, termina con gli asset rischiosi a nuovi massimi.

La Fed toglie il piede dal freno in un contesto di crescita favorevole, la banca centrale cinese preme sull’acceleratore per far uscire l’economia dal pantano della stagnazione.

La Banca del Popolo ha tagliato il tasso delle linee di credito a medio termine (dal 2,3% al 2%, è la riduzione maggiore dal 2016), ha reso più lasche le regole sulle riserve obbligatorie, ha annunciato forme di supporto alle imprese per il riacquisto di azioni proprie, di fatto misure finalizzate al sostegno del mercato azionario.

“Quel che succede alla Casa Bianca resta alla Casa Bianca”. Laura Bush riuscì a scansare con eleganza le domande insidiose di Jay Leno nel “Tonight Show” dando una risposta arguta e divertente, la sacralità della Casa Bianca accostata ai casinò di Las Vegas.

Proprio come le faccende che accadono a Las Vegas, per secoli quello che accadeva in Cina rimaneva in Cina, la rivoluzione di Mao ha sovvertito tutto ma non l’antica tradizione imperiale della segretezza.

Gli imperatori Ming eressero la “Città proibita”, la cittadella del cerimoniale e del potere inaccessibile al popolo, Xi Jinping non tiene conferenze stampa, non ha un addetto stampa, non viene data pubblicità dei suoi viaggi interni.

Ma da qualche anno, specificamente dal 2001, l’anno fatidico dell’ingresso nell’Organizzazione del Commercio Mondiale, quello che succede nella seconda economia globale riguarda tutto il mondo. E le mosse recenti della Banca del Popolo interessano massimamente, per gli effetti sull’economia globale e perché, a sorpresa, si discostano dalle linee guida emerse nell’ultimo Plenum.

La linea ufficiale annunciata a luglio era quella di dosare con parsimonia i sostegni finanziari all’economia e invece il Politburo di settembre, rompendo la consuetudine che dell’economia si parli nelle riunioni di aprile, luglio e dicembre, ha annunciato l’aumento della spesa fiscale per contrastare la discesa dei prezzi degli immobili. L’iniziativa congiunta degli interventi monetari e fiscali è la risposta alla lunga serie di segnali di allarme che si sono fatti via via più numerosi e preoccupanti: il crollo dei prezzi delle case, l’incertezza che frena gli investimenti e scoraggia i consumi, gli investimenti esteri diretti in marcata decelerazione.

La mossa muscolare ha trovato il favore dei mercati, gli indici asiatici sono balzati in alto, lo Shanghai Composite è salito ai massimi di tre mesi, guidato sorprendentemente dal settore immobiliare e dai consumi.

Ma quasi mai le politiche monetarie risolvono problemi di natura strutturale come sono quelli che frenano l’economia cinese: il modello di sviluppo è obsoleto, le dinamiche demografiche avverse, i consumi interni sono insufficienti, gli investitori domestici sono cauti, quelli esteri diffidenti.

Dietro alla crisi del settore immobiliare ci sono migliaia di famiglie indebitate, la loro capacità di spesa è necessariamente limitata ma anche coloro che non hanno debiti e conservano la capacità di spendere sono restii a farlo per le preoccupazioni sul futuro.

Pesano le incertezze sulla crisi del settore immobiliare e incombe la crisi demografica, pesante eredità della politica del figlio unico, che assottiglia la forza lavoro e mette un’ipoteca sulla sostenibilità della crescita.

Le misure finanziarie annunciate comprano tempo ma il governo dovrà pensare a soluzioni diverse per far fronte alle questioni strutturali, pena un lungo periodo di crescita debole o di stagnazione.

La crisi della Cina è soprattutto una crisi di fiducia, l’economia è intrappolata nel trade-off tra ossessione per la sicurezza nazionale e la libertà di impresa, l’attività economica e la diffusione di benessere erano esplose con le aperture di Deng negli anni Ottanta, oggi sono in affanno sotto le chiusure di Xi.

Inutile portare il cavallo alla fontana se non vuole bere, direbbe Keynes, le misure monetarie sono come una corda che traina ma non spinge. In assenza di fiducia le risorse finanziarie liberate dalle banche andranno alle società di proprietà pubblica, aumenteranno la produzione manifatturiera che i consumi interni non assorbiranno, l’eccesso di produzione sarà canalizzato nelle esportazioni che porteranno la deflazione fuori dai confini nazionali.

Un proverbio cinese ricorda che “la vita ha due regole: la prima è non arrendersi mai. La seconda è non dimenticarsi mai della prima”.

Anche nell’economia cinese c’è qualche buona ragione per non arrendersi.

Una prima buona ragione è che ora sappiamo con certezza che la crescita economica è la priorità delle autorità di governo e monetarie. Inoltre, è in atto un riequilibrio della struttura dell’economia cinese verso l’automazione e la transizione energetica.

La digitalizzazione si afferma come elemento trainante, secondo gli analisti di KKR potrebbe rafforzare il Pil di circa il 3,3%, la transizione energetica e la progressiva adozione di fonti energetiche ecocompatibili potrebbero generare un ulteriore 1,7%. L’economia verde, l’Intelligenza Artificiale, l’automazione industriale, la digitalizzazione rappresentano circa il 20% dell’economia ma concorrono per il 55% alla crescita del Pil.

L’investitore deve considerare anche le valutazioni. Negli ultimi anni le performance degli indici azionari cinesi sono state deludenti, oggi il marcato andamento ribassista è arrivato a livelli tali da limitare l’ampiezza di ulteriori ribassi. Le misure deliberate pochi giorni fa hanno avuto immediati effetti energizzanti, il premio per il rischio implicito “è paragonabile ai livelli registrati durante la crisi finanziaria globale” scrive Jian Shi Cortesi di GAM Investments “il mercato ha un potenziale di rialzo latente, ma la sua realizzazione dipende dall’emergere di un catalizzatore che lo spinga al rialzo”.

L’”uno-due” di Federal Reserve e People Bank of China non è un cambio di paradigma, scriveva L’Alpha e il Beta la settimana scorsa, ma potrebbe essere il catalizzatore di cui parla Jian Shi, è certamente un cambio di fase, da una parte la certificazione di crescita convincente, dall’altra la volontà di affrancare l’economia dalla minaccia della stagnazione.

Non solo Cina naturalmente, i cicli di allentamento della Federal Reserve sono sempre stati favorevoli alle azioni e alle obbligazioni dei mercati emergenti. Il calo dei tassi crea spazio alle banche centrali dei paesi emergenti per allentare a loro volta il costo del denaro. Il recupero della Cina, grande compratore di materie prime, favorisce le economie dell’area.

Le obbligazioni emergenti consentono la diversificazione sia nelle emissioni in dollari che in valuta locale, il credito emergente denominato in dollari è fortemente correlato al credito “corporate” americano, quello denominato nelle valute locali è più legato alle condizioni dell’economia globale. L’asset class ha risentito dei tassi americani “higher for longer” ma, grazie al miglioramento delle posizioni fiscali e finanziarie, non ha sofferto come in passato; in ogni caso il cambio di passo della Fed cambia le condizioni generali: l’atterraggio morbido, le minori tensioni sul prezzo del petrolio e delle ragioni del cambio riducono le pressioni inflazionistiche.

Il grado di interesse per gli asset emergenti dipende anche dalle condizioni del mercato delle commodities, gli indici dei mercati emergenti sono fortemente correlati al prezzo delle materie prime, energetiche, industriali e agricole. Le prospettive a lungo termine restano favorevoli, il processo di decarbonizzazione assorbirà grandi quantità di minerali industriali (rame, cobalto, nickel), quelle di breve termine sono legate all’economia globale e in particolare alla Cina che delle materie prime è grande compratore.

È ragionevole prevedere che la volatilità resterà elevata, per l’instabilità politica che minaccia il prezzo del petrolio e l’efficienza delle catene della fornitura e, soprattutto, per l’incognita delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Raramente le elezioni americane sono state così polarizzate, le idee di Kamala Harris e di Donald Trump sono molto diverse sulle alleanze, sulle politiche commerciali e sulle misure protezionistiche; l’affermazione dell’uno rispetto all’altra avrebbe ricadute diverse, e incerte, sugli equilibri politici ed economici generali e sull’asset class in particolare.

Delle elezioni americane parleremo nelle prossime settimane.

Fonte: InvestmentWorld.it


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