Benetti Carlo GAM

GAM: Distruzione creatrice

GAM : “Gli Stati Uniti innovano, la Cina copia, l’Europa regola”.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Freud diceva che “scherzando, si può dire di tutto, anche la verità”; in effetti l’aforisma scherzoso rivela molta verità. Le norme dell’Unione Europea su intelligenza artificiale e protezione dei dati pongono condizioni difficili per l’avvio o la scalata di un’azienda tecnologica, il complesso mosaico delle leggi comunitarie frena il settore tecnologico nel recuperare il ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina. Perlomeno, questo è quanto si legge nel Rapporto Draghi che, nel confronto tra Stati Uniti ed Europa nell’ambito dell’innovazione tecnologica, parla di “inutili complessità e burocrazie per il settore privato” nell’Unione Europea.

L’Europa regola e gli Stati Uniti innovano: sulle più autorevoli testate economiche del mondo si commenta l’eccezionalismo americano, la sorprendente resilienza dimostrata dall’economia degli Stati Uniti all’inasprimento violento della politica monetaria.

È stata una sorpresa per tutti vedere come l’economia americana si sia scrollata di dosso, quasi con un annoiato gesto della mano, un ciclo di rialzi dei tassi passati da zero a 5,5% in così breve tempo (da marzo 2022 a luglio 2023).

Il ciclo di aumenti è stato caratterizzato anche da quattro rialzi consecutivi di tre quarti di punto ciascuno, eppure anche questa accelerazione senza precedenti non sembra aver graffiato un’economia che continua ad avanzare e a creare posti di lavoro. Altri 227.000 in novembre, ben oltre le attese e segnando un netto rimbalzo dal dato di ottobre, condizionato dagli uragani e dallo sciopero della Boeing.

Il dato sull’occupazione è uno degli ultimi dati rilevanti prima della riunione della Federal Reserve del 17 e 18 dicembre, secondo molti osservatori il dato non è inflazionistico, non modifica l’ipotesi di un’ultima riduzione dei tassi prima di “aspettare e vedere” l’evoluzione dell’economia sotto la nuova Amministrazione Trump. I prezzi dei Treasury condividono tale aspettativa, il rendimento è leggermente sceso sull’aumento della probabilità che questo mese la Fed proceda con il taglio (89% rispetto al 70% immediatamente prima della pubblicazione del dato sul lavoro e al 50% di dieci giorni fa).

L’eccezionalismo americano affonda le sue radici nell’impianto istituzionale e nel modello sociale, nella concorrenza, negli incentivi che orientano i comportamenti degli individui. Gli Stati Uniti, e la Silicon Valley in particolare, offrono l’ambiente ideale alla “distruzione creatrice”, concetto per il quale è ricordato l’economista austriaco Joseph Schumpeter.

In realtà, il giovane Joseph aveva tre ambizioni, diventare il più grande economista del mondo, il più grande cavallerizzo d’Austria, il miglior amante di Vienna. Nulla so delle altre due specialità ma è certo che Schumpeter sia stato un grande economista e la rivoluzione digitale ha dato nuovo lustro alla sua idea di distruzione creatrice, quel “processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova”.

Il modello economico dell’Europa è diverso da quello americano e tutt’altro che favorevole alla distruzione creatrice. In un libro del 2006, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi scrivevano che “alle radici del malessere dell’Europa c’è la scarsa concorrenza e l’eccessiva interferenza dello Stato nell’economia” (“Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico”, Rizzoli 2006).

In Europa, le imprese consolidate godono di posizioni di forza, le rendite e i sussidi mantengono in vita aziende inefficienti e ostacolano la nascita di imprese nuove; in Italia accade che una blasonata famiglia di tradizione e abilità imprenditoriali abbia preferito le rendite autostradali al tessile ma in Francia e Germania le cose non sono molto diverse. Dagli anni Sessanta la Francia sovvenziona il sistema delle imprese nel tentativo di creare campioni nazionali nel settore tecnologico e ha sempre scoraggiato la concorrenza in patria di aziende estere, in Germania ricordiamo i venticinque miliardi di euro di sussidi all’industria tedesca con cui Angela Merkel inaugurò il primo mandato di Cancelliera nel 2005.

Un’occhiata alle società quotate restituisce plasticamente l’esito di due modelli così diversi. Le “Magnifiche 7” di Wall Street sono tutte società giovani, costituite negli ultimi decenni. In Europa non c’è una sola società con capitalizzazione superiore ai 100 miliardi di euro costituita negli ultimi cinquant’anni.

Se poi consideriamo le società europee a maggiore capitalizzazione, la più grande in assoluto capitalizza circa 520 miliardi di dollari, la più piccola delle Magnifiche 7 capitalizza circa 800 miliardi, la più grande è Apple, quasi sette volte più grande della più grande europea.

I numeri sembrano davvero confermare che gli Stati Uniti innovano, Europa regola e la Cina copia ma sempre meno, contende agli Stati Uniti il primato tecnologico, l’Europa resta buona terza e a grande distanza.

L’economia americana si appresta a entrare nel nuovo anno nella prospettiva degli ambiziosi piani economici di Trump: il nuovo presidente ha costruito il suo successo sulla narrazione di un’America debole da rendere “di nuovo grande”, eppure entra alla Casa Bianca con un’economia che cresce di oltre l’11% dalla fine del 2019 e chiuderà il 2024 con una crescita del Pil di poco inferiore al 3%.

La chiave del successo americano è nell’aumento della produttività. Nel terzo trimestre l’output per ora lavorata negli Stati Uniti è stato superiore dell’8,9% rispetto ai livelli pre-pandemia di fine 2019, un incremento che lascia indietro, ben distanziati, gli altri paesi industrializzati.

La differenza nell’avanzamento della produttività va di pari passo con il distacco nel settore tecnologico, lo conferma il Rapporto Draghi: “se escludessimo il settore tecnologico, la crescita della produttività dell’UE negli ultimi vent’anni sarebbe sostanzialmente alla pari con quella degli Stati Uniti”.

L’eccezionalismo dell’economia americana continua a convincere gli investitori di tutto il mondo, i flussi continuano a riversarsi a Wall Street, sostengono i corsi e le valutazioni, tirate su pressoché tutti i parametri. Le azioni americane sono scambiate a oltre 22 volte gli utili attesi mentre le azioni del resto del mondo scambiano a meno di 14 volte gli utili. Gli utili inoltre sono ai massimi storici negli Stati Uniti, inferiori a quelli del 2008 nel resto del mondo.

Lunghi cicli economici positivi impiantano i semi della crisi, è l’ipotesi dell’instabilità finanziaria di Hyman Minsly per il quale la stabilità è una condizione effimera.

Nell’ipotesi delineata dall’economista keynesiano, l’esuberanza accumula debito e il debito accumula a sua volta tensioni che, come una faglia geologica, prima o poi si scaricano in un terremoto.

Ad Harvard Minsky conobbe Joseph Schumpeter che fu supervisore della sua ricerca di dottorato. Minsky rimase colpito dalle idee dell’economista austriaco sul ciclo economico ma pensò anche che quel modello di sviluppo dovesse essere integrato con i mercati finanziari, con il loro condizionamento alle dinamiche dell’economia reale. Su questa premessa arrivò a delineare l’ipotesi dell’instabilità finanziaria.

L’ipotesi di Minsky è una sfida costante agli analisti e agli operatori: storicamente, e statisticamente, valutazioni elevate non favoriscono rendimenti elevati nel lungo termine ma sul breve la storia è del tutto diversa, nulla ha mai impedito a titoli costosi di diventare ancor più costosi. Attualmente i prezzi comprendono già tutto, le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale, la prosperità promessa da Trump, la presunta innocuità dei dazi che faranno male solo agli “altri”.

Valutazioni che incorporano principalmente prospettive positive diventano facilmente vulnerabili ai cambiamenti di scenario. Con l’economia in buona salute, la fiducia di consumatori e imprese in costante aumento e la bassa disoccupazione, la Federal Reserve non avrà fretta a tagliare i tassi, potrebbe così ripresentarsi un ambiente con tassi di interesse “higher for longer”. Inoltre, la Federal Reserve potrebbe trovarsi nella scomoda condizione di dover gestire le minacce alla propria indipendenza.

Gli accadimenti in Siria nel fine settimane ricordano anche agli investitori quanto possano essere repentini e violenti i cambiamenti negli assetti geopolitici globali, e gli esiti della nuova ondata di barriere commerciali potranno essere molteplici.

Chi frequenta queste colonne sa quanto L’Alpha e il Beta scoraggi la direzionalità e inviti a costruire allocazioni di portafoglio che non escludano la possibilità di esiti inattesi: è un esercizio avventato cercare di anticipare quali saranno le promesse politiche effettivamente mantenute, formulare ipotesi sui loro effetti e prendere conseguenti decisioni di investimento. Tutto ciò non significa che il “folle volo” del listino a Wall Street sia prossimo all’esaurimento. L’eccezionalismo americano sta mantenendo l’economia in un credibile sentiero di crescita, gli utili delle società tecnologiche sono reali e i risparmi fiscali delle aziende, se verrà mantenuta la promessa del taglio delle tasse, libereranno risorse concrete.

Gli utili societari sono correlati alla solidità dell’economia e alle prospettive dell’intelligenza artificiale che il Fondo Monetario Internazionale descrive come “una rivoluzione tecnologica che potrebbe far ripartire la produttività, stimolare la crescita globale e aumentare i redditi in tutto il mondo”. Grazie alla “distruzione creatrice” che contraddistingue l’innovazione nel settore tecnologico, gli Stati Uniti sono nella posizione migliore per continuare a trarre beneficio da questa tendenza.

Le prospettive del 2025 restano favorevoli all’economia e alle azioni americane e, detto questo, va ricordato che sulla volatilità del breve termine fa premio la fedeltà alle scelte allocative strategiche costruite su obiettivi di lungo termine, realizzate con ampia e congrua diversificazione.

Fonte: InvestmentWorld.it


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