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GAM: Di uova, di oro e di uova d’oro

GAM : Uova battono crypto. Negli Stati Uniti il prezzo delle uova è salito più velocemente del valore delle valute digitali.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Durante la campagna elettorale, circondato da generi alimentari, Trump prometteva che avrebbe “immediatamente abbassato i prezzi, a partire dal primo giorno”. Aveva anche dichiarato il suo sostegno alle criptovalute e la possibile realizzazione di una “riserva nazionale di beni digitali”.

Il 23 gennaio il presidente neo-insediato siglava un ordine esecutivo orientato a promuovere l’uso degli asset digitali e la tecnologia blockchain. Pochi giorni prima era stata addirittura lanciata una moneta digitale riferita allo stesso Trump, un vero e proprio “meme-coin ufficiale”, con tanto di immagine del presidente.

Il 17 gennaio, giorno del lancio, il meme-coin presidenziale valeva attorno ai sette dollari, dopo due giorni era oltre i 74 dollari, un exploit straordinario, la capitalizzazione superava i 14 miliardi e mezzo di dollari. Poi è cominciata la discesa, il prezzo attuale è attorno ai diciassette dollari.

Molto migliore la performance delle uova. Il prezzo della dozzina di uova bianche, grandi, misurato dal Dipartimento dell’Agricoltura, il 24 gennaio era di 6,55 dollari, da quella data l’aumento del prezzo è stato nell’ordine del 13% (a Manhattan la dozzina di uova grandi sfiora i nove dollari).

L’inflazione è stata la grande alleata di Trump ma i prezzi continuano a salire. Il costo delle uova è stato condizionato da fattori idiosincratici come l’influenza aviaria ma tutti i prezzi hanno avuto un rialzo: l’inflazione di gennaio ha mostrato un inatteso aumento del 3%, poco sopra le aspettative di un’inflazione ferma al 2,9% di dicembre. L’inflazione “core”, al netto delle variazioni dei prezzi di alimentari ed energia, è salita al 3,3% dal 3,2% di dicembre.

L’andamento dell’inflazione sembra suggerire che per abbassare il prezzo dei generi alimentari le dichiarazioni di buona volontà non bastano, tantomeno aiutano le minacce di dazi imposti sui maggiori partner commerciali o il rimpatrio forzato di migliaia di lavoratori impiegati negli allevamenti proprio mentre l’influenza aviaria distrugge l’offerta.

Alcuni economisti temono che possa verificarsi una “seconda ondata di inflazione” come accadde negli anni Settanta: dopo il picco sopra il 10% del 1974, l’inflazione americana si attenuò per due anni prima di raggiungere il 14% nel 1980.

Impossibile dirlo, non basta un dato per individuare una tendenza, possiamo però dire che le condizioni dell’economia, del mercato del lavoro e, appunto, l’ultima lettura dell’inflazione rafforzano l’ipotesi che la Federal Reserve procederà lentamente con i tagli dei tassi di interesse. “Non siamo ancora a posto” ha detto Powell nell’audizione al Congresso, nonostante i progressi la politica monetaria resta restrittiva.

Per non farci mancare nulla, sul tavolo c’è anche la questione dell’indipendenza della banca centrale. Gli indugi di Powell sfidano le richieste di Trump in senso opposto, i tagli dei tassi dovrebbero andare “di pari passo con le prossime tariffe!!!”, ha scritto il presidente sul suo personale social network, “facciamo rock and roll, America!!!”.

Powell tiene botta, davanti al Congresso ha ribadito che l’estraneità dei banchieri centrali al confronto politico è garanzia di efficacia nel governo della moneta e della stabilità finanziaria.

Quanto sarà soddisfatto Trump delle dichiarazioni di Powell (“non cercheremo di favorire o danneggiare nessun partito politico … cercheremo di concentrarci solo sui dati”) lo scopriremo nei prossimi mesi, non è però difficile immaginare il disappunto di un uomo che, appena insediato alla Casa Bianca, aveva dichiarato di “comprendere la politica monetaria meglio della banca centrale”.

La Federal Reserve alle prese con la difesa della propria indipendenza costituisce un ulteriore elemento in incertezza e volatilità.

John Williams della Fed di New York lo ammette con franchezza, l’incertezza riguarda le politiche fiscali, commerciali, sull’immigrazione. Anche il Board della Fed non ha idea di quali saranno le vere azioni dell’Amministrazione, ha bisogno di tempo per capire meglio come calibrare la politica monetaria nella nuova era trumpiana.

Appuntamento, dunque, alla prossima riunione di inizio marzo, quando saranno state meglio valutate e ponderate le possibili conseguenze delle azioni del presidente Trump.

Nel mezzo della tempesta perfetta ci sono i Treasury, i titoli del Tesoro tradizionale “porto sicuro” degli investitori e che rappresentano il paradosso dell’offerta di protezione anche quando i focolai di incertezza sono negli Stati Uniti. Al centro del sistema finanziario globale, i Treasury costituiscono il mercato più liquido del mondo, balsamo di stabilità quando tutto il resto traballa.

Ora però, per la prima volta, sono in discussione la stabilità e l’affidabilità dello stesso sistema politico americano, il Treasury potrebbe essere l’anello debole di una catena di azioni e reazioni economiche che riguardano la dimensione assunta dai deficit gemelli (il debito federale e la bilancia commerciale) che la coppia Trump-Musk è determinata ad affrontare.

La nuova amministrazione non fa mistero di desiderare un dollaro più debole per sostenere la competitività delle esportazioni statunitensi e ridurre il deficit commerciale; una minore domanda di dollari significherebbe anche una minore domanda di Treasury ma, allo stato, le politiche annunciate vanno in senso contrario, di rafforzamento del biglietto verde.

Nella storia recente l’andamento altalenante del dollaro è dipeso dalla vitalità dell’economia americana in relazione all’economia internazionale. L’ingresso della Cina nel palcoscenico globale e il boom di esportazioni di materie prime dai paesi emergenti hanno alterato l’equilibrio e portato all’indebolimento del dollaro. La crisi delle economie europea e cinese ha poi nuovamente spostato il pendolo della vitalità economica a favore degli Stati Uniti e del biglietto verde.

Il dollaro beneficia anche di quello che negli anni Settanta Giscard d’Estaing definì “esorbitante privilegio”, ovvero il ruolo di moneta globale nei regolamenti commerciali internazionali e riserva di valore. Il biglietto verde non perse lo status di valuta globale neppure gli accordi di Bretton Woods vennero ripudiati nel 1971, un dominio costruito sulla fiducia, sulla leadership politica e militare, sulla centralità dell’economia americana.

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, direbbe il poeta, il paese che detiene la valuta impiegata come riserva globale assume anche obblighi nei confronti della domanda di moneta da parte degli altri paesi, la conseguenza è una bilancia dei pagamenti strutturalmente in deficit.

Un paradosso formalizzato dall’economista Robert Triffin negli anni Sessanta: lo status di moneta globale del dollaro americano comportava, comporta, un costante flusso di dollari al di fuori degli Stati Uniti che devono accettare strutturali disavanzi delle partite correnti.

Non più, sostiene la coppia Trump-Musk che promette di cambiare le cose e di ridurre i deficit. Promesse che mal si conciliano con i tagli alle tasse: il compito di Scott Bessent è dunque trovare soluzioni per tenere assieme tutto, attuare il programma di governo evitando la voragine fiscale e preservando il mercato dei Treasury da possibili conseguenze negative.

L’indebolimento del dollaro è uno degli obiettivi di lungo termine. D’intesa con la Federal Reserve e con gli altri paesi, l’Amministrazione americana vagheggia una riedizione 2.0 degli Accordi del Plaza. Nel 1985 il biglietto verde era considerato pericolosamente caro e i partner commerciali degli Stati Uniti accettarono il coordinamento degli acquisti di dollari per favorirne la discesa. Oggi le condizioni sono del tutto diverse, l’ipotesi di una riedizione di quegli accordi è del tutto implausibile.

Un possibile aiuto potrebbe essere prestato dalla rivalutazione delle riserve auree.

Valutate nei conti pubblici a 42 dollari l’oncia, un loro aggiornamento ai valori di mercato comporterebbe una iniezione di circa ottocento miliardi di dollari nella contabilità del Tesoro. Un semplice tratto di penna attenuerebbe in un istante l’urgenza di nuove emissioni “monstre” di Treasury.

Anche la politica tariffaria costituirebbe una leva per negoziare uno sforzo di coordinamento ma, normalmente, il mercato dei cambi tende a vendere la moneta del paese che subisce i dazi (usando l’indebolimento della divisa a compensazione).

Stephen Miran, capo del Council of Economic Advisers di Trump, ritiene che nel lungo termine le tariffe siano uno strumento per aumentare le entrate e costringere gli alleati a sottoscrivere titoli del Tesoro americano in cambio della sicurezza militare. In un documento del novembre 2024, Miran argomenta che minare la fiducia degli alleati negli Stati Uniti comporterebbe l’erosione della fiducia nel dollaro come valuta di riserva mondiale, diminuirebbe di conseguenza la domanda di Treasury con l’alleggerimento del fardello del debito.

Ambiziosa operazione di riequilibrio dei conti che passa però per la ridefinizione dei rapporti di forza monetari a livello globale, lo stesso Miran ne riconosce i rischi e scrive che il “percorso attraverso il quale l’amministrazione Trump può riconfigurare i sistemi commerciali e finanziari globali a vantaggio dell’America” è stretto.

Il piano assomiglia a un funambolico azzardo e al momento non sembra convincere: la risposta è la corsa all’oro, non si arresta la forte domanda del bene rifugio che, come le uova, continua a mettere a segno nuovi record. La prevedibilità è la prima vittima delle minacce di Trump, annota Martin Wolf del Financial Times, ci aspettano tempi pericolosamente interessanti.

Fonte: InvestmentWorld.it


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