GAM : “Metti le tariffe, togli le tariffe …”. Da cosa cominciamo, dal “wax on, wax off” del compianto Pat Morita applicato alle tariffe?
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Oppure dallo spot di Trump alle auto elettriche del Grande Sodale o dall’invito a comprarne le azioni? Dal sostegno alle criptovalute o dalle ardite dichiarazioni sulla libertà di stampa?
Le cose non cambiano se allarghiamo lo sguardo alla grammatica economica del Segretario al Commercio Lutnick, oppure alla confusione negli uffici federali per i tagli ai finanziamenti, alla demolizione del sistema della ricerca, alla compromessa sicurezza finanziaria di migliaia di famiglie.
Non c’è che l’imbarazzo della scelta per concludere che i comportamenti della nuova amministrazione americana sono perlomeno erratici, gli Stati Uniti sono diventati imprevedibili generatori di volatilità. Venerdì la borsa americana ha terminato con forti rialzi una settimana che si è comunque conclusa in ribasso, nel segno dei timori per la possibile accelerazione dell’inflazione e il rallentamento della crescita.
Era cominciata male, con le parole del presidente che ammetteva con disinvoltura la possibilità di una recessione. Trump aveva parlato di un possibile periodo di transizione “perché quello che stiamo facendo è molto grande”; il sottotitolo è che vale la pena soffrire un poco per “rendere di nuovo grande l’America” in una economia completamente ricablata, dove scorreranno latte e miele, dove ci sarà così tanto denaro “da non sapere come spenderlo”.
Anche il Segretario al Tesoro Scott Bessent parla di “disintossicazione”, di un “aggiustamento naturale” dell’economia “quando ci allontaneremo dalla spesa pubblica”. Che l’amministrazione Trump voglia cambiare radicalmente la struttura dell’economia è un obiettivo plausibile e comprensibile, legittimato dal voto degli elettori americani. La storia economica insegna però che qualsiasi trasformazione comporta dei costi che i governi valutano sotto il profilo dell’opportunità politica e del consenso, non è poi così lontana la crisi che nei primi anni 2000 colpì i lavoratori americani del settore manifatturiero, esposti alla concorrenza del lavoro cinese.
I costi delle guerre commerciali ricadranno in buona misura sugli agricoltori e sui consumatori, le perdite azionarie si riverseranno sui 401k, gli schemi previdenziali che hanno mediamente un’esposizione alle azioni americane di circa il 43%.
Se le debolezze dell’economia e della borsa vengono derubricate a danni collaterali, si sbiadisce la fiducia nella “put” attribuita alle performance azionarie e i mercati reagiscono, non sembrano credere alla narrazione del “bumpy road”, un percorso accidentato al cui termine c’è la promessa della prosperità e del benessere. A differenza del 2016, i mercati non prendono più al valore facciale le parole del presidente, l’apprensione sopravanza l’entusiasmo.
“Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi …”.
Sono i primi versi delle “Ricordanze”, canto nel quale Leopardi rappresenta uno dei temi a lui più cari, la malinconica dissonanza tra la nostalgia del passato e l’asprezza del tempo presente: rientrato alla casa paterna, il poeta avverte lo struggimento per come le illusioni della giovane età si infrangano nel disincanto della vita adulta.
Il confronto dialettico tra passato e presente era già stato meditato nello Zibaldone un anno prima, solo ciò che suscita ricordi, rimembranze, scrive Leopardi, è davvero poetico: “quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente.”
Anche le previsioni fiduciose sulle implicazioni della seconda presidenza Trump si infrangono contro il muro della realtà, ma con molta meno poesia. Come le illusioni giovanili di Leopardi, l’entusiasmo dei mesi scorsi sbiadisce nella crudezza del presente, “di cotanta speme” oggi solo la diffidenza “avanza”.
Sembrano pensarla così i consumatori, la cui fiducia rilevata dall’Università del Michigan cala dell’11% rispetto al mese precedente, gli americani comuni stanno cominciando a realizzare che i dazi, alla fine, li pagheranno loro sotto forma di prezzi più alti e nello stesso tempo vedono diminuire il valore dei loro piani pensionistici.
Calano i titoli delle società che dalla fiducia dei consumatori traggono sostentamento e la paura fa tremila, il prezzo dell’oro ha superato per la prima volta i 3.000 dollari l’oncia, un incremento di circa il 40% in un anno (vedi anche L’Alpha e il Beta del 17 febbraio scorso).
Nella borsa americana ha preso l’avvio una imponente rotazione, torna la preferenza per i settori “value” e per le borse al di fuori degli Stati Uniti.
La posta che Trump e Vance hanno messo sul piatto è uno dei beni più preziosi, la fiducia.
Il mantra “America first” per il momento non funziona e, a nostro giudizio, non può funzionare in un mondo così profondamente interconnesso, emerge infatti un inedito “rischio controparte”, gli Stati Uniti non sono più percepiti affidabili, si incrina la fiducia delle aziende e dei mercati. I paesi alleati non li considerano un partner fidato su cui contare, il governo canadese sostituisce Starlink, il governo portoghese riconsidera l’acquisto degli aerei da caccia F-35 a favore di velivoli di fabbricazione europea.
In una sorta di “fuga da New York”, gli investitori tornano a guardare con favore le borse europee, le valutazioni americane sono ancora care, il rapporto prezzo/utili a termine dello S&P 500 è a 20,9x, lo stesso valore dell’indice MSCI Europe è di 14,7x. Torna l’interesse anche verso la Cina, non a caso prudentemente silenziosa in queste concitate settimane.
Negli Stati Uniti Trump parla con disinvoltura di recessione, in Europa il futuro cancelliere Merz annuncia l’indicibile, il superamento del freno al debito e un imponente programma di investimenti pubblici. Delle due anime della politica economica di Trump, quella inflazionistica di dazi e tagli alle tasse, e quella deflazionistica dei tagli alla spesa pubblica, per ora si avvertono le conseguenze solo della prima, in Europa si parla invece di difesa comune, di riarmo, di ambiziosi piani di investimenti.
In una sorta di eterogenesi dei fini, il fenomeno MAGA sta cambiando radicalmente il paradigma ma non nel senso inteso dai suoi sostenitori: si opacizza l’idea dell’eccezionalismo americano, prende sempre maggiore consistenza la suggestione di un eccezionalismo europeo.
Adesso ci si aspetta una politica monetaria accomodante negli Stati Uniti. Non ci saranno sorprese nella riunione della Federal Reserve di questa settimana ma i prezzi dei Fed Funds ora scontano due possibili tagli dei tassi da qui a fine anno per contrastare i rischi di rallentamento e inflazione. In Europa va in scena il copione opposto, i banchieri di Francoforte potrebbero adottare comportamenti più restrittivi.
Un cambio di prospettiva puntualmente registrato dal Treasury decennale, il cui rendimento è ritracciato a 4,31% venerdì scorso, e dal dollaro in indebolimento.
Anche noi, come i banchieri centrali, avanziamo privi di bussola, l’imprevedibilità riconosciuta a Washington corrobora lo scenario di incertezza in cui non è chiaro quali possano essere gli esiti delle numerose variabili in gioco.
In questi mesi L’Alpha e il Beta ha più volte messo in evidenza come la concentrazione e le valutazioni rendessero vulnerabile il mercato americano, oggi però non sappiamo ancora se siamo alle prese con una correzione fisiologica, salutare, o con l’inizio di una inversione destinata a proseguire.
Da una parte i fondamentali dell’economia americana sono ancora credibili e le prospettive degli utili delle società tecnologiche favorevoli, dall’altra si avvertono primi segnali di allarme. I fondamentali hanno sempre ragione ma hanno bisogno di tempo per affermarsi mentre le correnti emotive, lo sa bene chi segue queste colonne, prevalgono in pochi attimi.
Come la poetica di Leopardi è innervata dal confronto tra passato e presente, il mercato azionario è costantemente attraversato dalla tensione tra le emozioni che innescano le paure e il lungo termine che premia i capitali pazienti.
Vale la pena ricordare quanto accadde cinque anni fa proprio in questi giorni di marzo.
La settimana borsistica del 9 marzo 2020 era cominciata male per il mancato accordo tra Russia e Arabia Saudita sulla produzione di petrolio, il prezzo del greggio crollò del 30%, non accadeva dal 1991. A Wall Street le contrattazioni vennero sospese per un quarto d’ora, l’ultima volta era accaduta ai tempi della crisi Lehman; a Milano il crollo di oltre l’11% annullava i risultati del 2019.
Mercoledì 11 marzo la Banca d’Inghilterra tagliava i tassi di 0,50% e l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava la condizione di pandemia, il 12 marzo un infelice errore di comunicazione di Christine Lagarde mandò a picco le borse in una delle peggiori giornate di sempre. Il -17% della borsa italiana è stato il peggior risultato della sua storia, le perdite di Parigi e Francoforte furono attorno a -12%, Londra perse poco meno del 10%, più o meno i valori degli indici Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq. Le giornate grame proseguirono fino al 23 marzo e il giorno dopo, senza alcun cambiamento nelle condizioni dell’emergenza sanitaria e delle prospettive economiche, il Dow Jones segnò un balzo di oltre l’11%, il più ampio dagli anni Trenta, lo S&P 500 segnò +9,38%, il Nasdaq +8,12%.
Rileggendo oggi la cronaca di quei giorni, sappiamo che il 24 marzo fu il giorno della svolta dei mercati, ma non lo sapevamo allora.
Le giornate del marzo 2020 sono lì a ricordare il valore del tempo, la pericolosità del timing, l’importanza della fedeltà al metodo di investimento, il valore della pazienza. Come Ulrich, l’uomo senza qualità di Musil, siamo immersi in un cambiamento epocale, avvertiamo la fine di un vecchio mondo e non riconosciamo ancora i contorni del nuovo.
I prosaici e mutevoli andamenti delle borse sono ancor meno decifrabili, ampia diversificazione e tempo restano le due colonne portanti l’attività di gestione degli investimenti.
Fonte: InvestmentWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it



