Benetti Carlo GAM

GAM: I cento giorni

GAM : Siamo tutti un po’ stanchi di occuparci di Trump e delle tariffe, ma Trump e le tariffe continuano a occuparsi di noi.

Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da Investment World iscriviti alla Nostra Newsletter gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente


A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Il bilancio dei primi Cento Giorni della presidenza di Donald Trump è quantomeno controverso, l’indice di gradimento del presidente è il più basso dai tempi di Franklin D. Roosevelt, quando la società di rilevazioni statistiche Gallup cominciò a rilevare la scadenza.

Trump ha superato anche sé stesso, il gradimento del 2025 è più basso di quello dei Cento giorni del primo mandato e neppure all’estero Trump gode di grande popolarità, perlomeno non in Canada, in Australia o in Germania, un paese alle prese con le ombre lunghe del suo tragico passato.

La scorsa settimana è stata pubblicata la prima stima del Pil degli Stati Uniti nel primo trimestre. Il calo di 0,3% è il più marcato dal primo trimestre del 2022. Il calcolo del Prodotto Interno Lordo è effettuato sommando gli investimenti delle aziende, i consumi delle famiglie, la spesa pubblica e la differenza tra esportazioni e importazioni. La voce che ha pesato è stata quella delle importazioni nette, cresciute in vista dell’applicazione delle tariffe, il contributo dei consumi, generalmente significativo, questa volta è stato debole.

Dal punto di vista degli investitori, questi primi Cento giorni sono stati caratterizzati da sorprese, volatilità e incertezza radicale. La risposta dei mercati è stata molto diversa da quella del primo mandato, l’entusiasmo iniziale si è prestamente scolorito in scetticismo sulla sostenibilità e sulle conseguenze delle scelte economiche di Trump. Non è solo la contrazione del Pil, rallentano gli investimenti privati, diminuisce la fiducia delle imprese e dei consumatori, le aziende più dipendenti dalle catene di fornitura globali si ritrovano vulnerabili a eventi al di fuori del loro controllo.

La pressione sulle azioni e sui Treasury ha così spostato gli investitori verso i beni rifugio, l’oro e le criptovalute sono sugli scudi, segnale di minore fiducia nei mercati tradizionali. Anche la debolezza del dollaro è un sintomo delle preoccupazioni per il deficit fiscale e, soprattutto, della minore fiducia negli Stati Uniti come partner affidabile.

Per quanto un dollaro debole sia stato tra gli obiettivi dell’Amministrazione, è probabile che né Trump né i suoi consiglieri economici abbiano messo in conto il sentimento di “sell America” che si è diffuso tra gli investitori di tutto il mondo.

Lo shock tariffario scatenato dal presidente potrebbe affossare il suo secondo mandato, titolava giorni fa il Wall Street Journal. Per certo ha affondato lo S&P 500, sceso di circa il 21% dai massimi di febbraio, per poi recuperare progressivamente. Il calo dell’indice nei Cento giorni è stato di circa l’8%, tra le peggiori performance in questo arco temporale dai tempi di Gerald Ford.

Trump ha giocato con la credibilità degli Stati Uniti, poche mosse azzardate hanno dilapidato il capitale di fiducia accumulato nei decenni, le dichiarazioni sulla Federal Reserve ne compromettono l’indipendenza e alimentano inutilmente l’incertezza.

Andy Aldane, già capo economista della Bank of England, ricorda che negli ultimi 200 anni gli shock provenienti dagli Stati Uniti si sono verificati con un ciclo regolare di mezzo secolo: 1789, 1828, 1890, 1930, 1971. Ciascuno ha lasciato ferite dolorose e durevoli, nel 1930 le tariffe dello Smoot-Hawley Act amplificarono gli effetti della Grande Depressione, nel 1971 lo shock di Nixon fu all’origine della Grande Inflazione.

Oggi il mondo è ancora più piccolo, le integrazioni profonde, nessuno è autosufficiente: gli Stati Uniti dominano ancora incontrastati il segmento del software della progettazione elettronica, il Giappone è leader nel segmento dei wafer per i circuiti integrati, Taiwan è leader nei microprocessori avanzati, la Cina processa il 90% dei materiali critici per l’industria digitale. Gli effetti delle tariffe, al termine dei tre mesi di moratoria, sarebbero ancora più gravi rispetto al passato.

In tutta questa incertezza, il mercato del lavoro resiste e prosegue nell’espansione: in aprile sono stati aggiunti 177.000 nuovi posti di lavoro, valore oltre le aspettative e superiore al ritmo medio di crescita mensile dei posti di lavoro nei tre mesi precedenti. Il tasso di disoccupazione resta invariato al 4,2%, un livello storicamente basso.

Prevedibile e immediato, è arrivato sui social il post presidenziale con l’invito a Powell a non perdere altro tempo, “non c’è inflazione, la Fed dovrebbe abbassare i tassi!!”.

Non è del tutto vero che non ci sia inflazione, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE Price Index, l’indicatore preferito dalla Fed) è aumentato a marzo di 2,3% rispetto all’anno precedente, un ritmo più lento rispetto a febbraio (2,7%) ma pur sempre sopra l’obiettivo. La Federal Reserve, che si riunisce questa settimana, si trova stretta tra l’invito pressante del presidente a tagliare i tassi e la minaccia dell’effetto inflazionistico delle tariffe. il dato del lavoro conferma la capacità di recupero dell’economia americana minacciata dalle politiche tariffarie, dai tagli alla spesa che minano la fiducia dei consumatori e delle imprese.

Crescono nei sondaggi le probabilità di una recessione e gli analisti hanno aggiornato, riducendole, le aspettative sull’intensità con cui la Federal Reserve ridurrà i tassi d’interesse, è probabile che non ci saranno novità nella riunione di questa settimana. L’incertezza comincia a riscuotere il suo pegno, il calo della fiducia dei consumatori comincia a materializzarsi nella diminuzione dei consumi, soprattutto nelle fasce meno abbienti della popolazione.

Ma da qui a concludere che è il momento di liquidare le posizioni americane ci corre. Negli ultimi vent’anni, le aziende americane hanno registrato i più forti margini di guadagno rispetto agli altri mercati, hanno investito di più nell’innovazione, sono state più rapide nell’adozione delle nuove tecnologie.

In questa fase in cui le cattive notizie sembrano soverchianti, sono necessarie buone dosi della virtù teologale della prudenza.

Prima di altri, è lo stesso Trump che dovrebbe esercitarsi nella prudenza. La diplomazia, anche quella economica, non segue le regole degli affari immobiliari, eccedere nei virtuosismi nell’arte della negoziazione, come la definisce lo stesso presidente, potrebbe esasperare gli interlocutori e peggiorare lo scenario.

La “Trump put” è stata data per spacciata troppo presto, non è scomparsa del tutto, solo che anziché a Wall Street bisogna guardare ai Treasury, è il mercato dei bond ad avere tutte le carte in mano, per dirla con un’espressione gradita a Trump. Vittima illustre dello shock trumpiano è il dollaro, nelle fasi di turbolenza solitamente gli investitori si rifugiano nei porti sicuri del Treasury e del dollaro. Questa volta no, i rendimenti del decennale americano sono saliti e il dollaro è sceso.  È presto per concludere con certezza se siamo all’inizio di una inversione di rotta verso il ripristino di una certa normalità, o se siamo solo in una pausa prima che l’amministrazione riprenda l’agenda delle tariffe.

Restiamo ai fatti: è in corso una riallocazione degli asset americani, ma, appunto, prudenza nel dichiarare esaurita l’egemonia degli Stati Uniti e dimenticare le dimensioni e la dinamicità del sistema economico americano.

Al momento quello che emerge è la necessità di una più ampia diversificazione.

Fonte: InvestmentWorld.it


Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.