GAM : Le borse americane salutano il passaggio della metà anno con nuovi massimi.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
I dazi hanno scatenato ondate di volatilità sui mercati finanziari, le maggiori istituzioni economiche rivedono al ribasso le stime della crescita ma le borse stanno dimostrando olimpica indifferenza alle cronache della politica.
Dopo il crollo di aprile innescato dalle minacce del Liberation Day trumpiano, Wall Street reagisce al calo delle tensioni con l’Iran e alla ritrovata intesa con l’Unione Europea. Il “cessate il fuoco” tra Israele e Iran ha allontanato le paure sulla possibile interruzione del passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Gli investitori avevano già costruito scenari di conflitto “controllato”, a intensità limitata e la convergenza di interessi economici ha evitato l’escalation: Stati Uniti, Arabia Saudita, Cina (che è intervenuta con discrezione sulla questione dello Stretto) e lo stesso Iran hanno interesse alla stabilità dei mercati. L’Iran ha bisogno come il pane dell’export di petrolio, la Cina ha bisogno di stabilità energetica, gli Stati Uniti vogliono evitare un’impennata dei prezzi.
D’Annunzio scriveva di “solstizio d’oro”, l’arrivo dell’estate evocava al Vate l’incedere sensuale di una figura femminile. Suggestioni poetiche lontanissime dalla prosaicità dei mercati, imperturbabili all’arcaico simbolismo del solstizio d’estate. Il passaggio della metà dell’anno è ricordato dalle misurazioni dei risultati semestrali, il sestante degli operatori non misura l’angolo di inclinazione di un astro sull’orizzonte ma, al più, il moto dei tassi di interesse.
I primi sei mesi del 2022 furono drammatici, l’Ucraina si difendeva nella guerra contro l’aggressione della Russia, il mercato dell’energia era saltato con i prezzi fuori da ogni grazia di Dio. L’anno successivo il solstizio d’estate coincideva con la ribellione del gruppo militare Wagner nelle stesse settimane in cui gli analisti non perdevano di vista la scala reale delle banche centrali: dopo il poker di Bank of Canada, Bank of Australia, Federal Reserve e Banca Centrale Europea, anche la Banca Nazionale Svizzera, la Banca Centrale di Norvegia e la Bank of England aumentavano i tassi di riferimento, le ultime due nella misura di cinquanta punti base. Un movimento sincronizzato che segnalava la determinazione delle banche centrali a stroncare l’inflazione, inizialmente sottovalutata. La Greenspan put, rinnovata da Bernanke e da Yellen, andava “out of the money”.
Le discese ardite, e le risalite, cantava Lucio Battisti.
Sono stati sei mesi vissuti pericolosamente, il “Trump trade” delle prime settimane dell’anno si è trasformato in un ircocervo, le azioni premiate, poi punite, poi nuovamente premiate mentre i rendimenti salgono e il dollaro sprofonda.
L’inflazione si è raffreddata ma la Federal Reserve, non convinta, mantiene un atteggiamento di “vigile attesa”, vuole verificare quali saranno gli effetti reali dei dazi prima di intervenire sui tassi e dare al mercato chiari segnali. Forse la memoria degli errori di valutazione nel 2023 condiziona oggi la Federal Reserve che teme l’eccesso di accondiscendenza.
Il giro di boa dell’anno pone un nuovo corno ai problemi dei banchieri di Washington: il rallentamento dell’attività economica rilevato dall’ultima revisione del PIL nel primo trimestre (contrazione al tasso annualizzato dello 0.5%, in peggioramento rispetto alle stime precedenti) mette sul tavolo l’alternativa del diavolo amplificata dal duplice mandato della banca centrale americana: orientare la politica monetaria al contrasto del rallentamento, rischiando però di alimentare la corsa dei prezzi, oppure contrastare l’inflazione al costo di una minore crescita. Powell ha dichiarato al Congresso che di tagli ai tassi non si parla fino all’autunno, quando i banchieri centrali si aspettano di vedere consolidati nei prezzi gli effetti dei dazi.
I mercati però sono già avanti, sanno che “Mr Too Late” è in uscita, forse anche prima della scadenza naturale nel 2026, sanno che il successore sarà compiacente ai desideri del Principe. I prezzi dei futures scontano ora cinque tagli di un quarto di punto nel corso del 2026, i rendimenti dei Treasury a due e cinque anni, più sensibili alle aspettative sui tassi, hanno ritracciato verso i valori di due mesi fa.
In questi giorni si tirano i primi bilanci parziali e ci si interroga sul semestre che inizia: continuerà il momento favorevole delle azioni o si esaurirà sotto la pressione di notizie economiche deludenti?
Se è vero che il mercato cerca indizi nel passato ma si alimenta di aspettative, le antenne degli analisti e degli operatori sono già orientate allo scenario del prossimo anno. Le tensioni sulle tariffe, che occupano la scena in queste settimane, per allora dovrebbero essersi attenuate e i rapporti commerciali tra gli Stati Uniti e i principali partner commerciali tornati su livelli di ragionevole comprensione.
Gli Stati Uniti continueranno verosimilmente a essere generatori di incertezza, le minacce all’indipendenza della banca centrale sono un nuovo fattore di instabilità: gli insulti di Trump a Powell rivelano un atteggiamento padronale che compromette l’indipendenza della banca centrale. La conseguenza diretta è l’ottundimento della fiducia nel sistema finanziario americano, in prospettiva alimenterebbe il rialzo dei rendimenti e la debolezza del dollaro, già piegato dagli stimoli fiscali e dalle attese di inflazione.
La debolezza del biglietto verde e la riallocazione degli asset al di fuori degli Stati Uniti favoriscono l’Europa e i mercati emergenti.
In Europa si scommette sul programma di investimenti in Germania che dovrebbe rimettere in moto l’economia. Con un rapporto debito/PIL inferiore al 65%, la Germania dispone di un significativo margine di manovra fiscale; finalmente è stato rimosso lo Schuldenbremse, il freno al debito che per anni è stato il totem al quale sono stati sacrificati gli investimenti.
Poi ci sono i mercati emergenti (vedi L’Alpha e il Beta della settimana scorsa) che stanno dando soddisfazioni agli investitori; la dispersione delle performance tra paesi tra loro molto diversi per sistemi economici e ordinamenti istituzionali, esige la gestione attiva.
L’indebolimento del dollaro USA ha storicamente sostenuto le performance delle economie emergenti. Ygal Sebbal di GAM Investments ricorda la relazione inversa per cui la valuta americana debole avvantaggia gli asset delle economie emergenti attraverso tre canali principali:
- flussi di capitale: il deprezzamento del dollaro attira i capitali esteri in cerca di rendimenti più elevati, flussi che a loro volta sostengono gli utili societari e l’espansione economica;
- servizio del debito: un dollaro debole riduce i costi dei debiti denominati nella valuta americana;
- materie prime: i prezzi delle materie prime sono cruciali per i paesi esportatori, storicamente i prezzi delle materie prime tendono a salire quando il dollaro si indebolisce, offrendo un ulteriore impulso all’attività economica.
Inoltre, un dollaro più debole consente alle banche centrali dei paesi emergenti maggiori margini di manovra, possono decidere di allentare le condizioni monetarie mentre un dollaro forte pone maggiori vincoli e spesso orienta le politiche monetarie all’inasprimento difensivo, lo abbiamo visto nel 2018.
Anche la Cina è tornata un luogo investibile, i problemi non sono risolti ma il governo ha adottato un approccio pragmatico e non ideologico: per l’anno in corso è confermato l’obiettivo di crescita del 5% e, pragmaticamente, proseguono gli stimoli e il coordinamento tra le politiche monetarie, fiscali e le regole del mercato dei capitali.
La pace commerciale sancita con gli Stati Uniti è un ulteriore elemento favorevole ma, in ogni caso, le economie emergenti beneficiano delle tendenze secolari che restano intatte e offrono resistenza in uno scenario in continua evoluzione, un utile spunto di riflessione per la pedagogia del lungo termine.
Le prospettive per la seconda metà dell’anno sono dunque caratterizzare da una combinazione di crescita modesta, di possibile ritorno dell’inflazione, forti incertezze politiche che, alla fin fine, potrebbero essere determinanti su tutto il resto e influenzare negativamente il sentiment degli investitori.
Le banche centrali potrebbero intervenire con tagli dei tassi di interesse per stimolare la crescita, ma l’andamento dell’inflazione e la politica monetaria rimangono fattori chiave.
I tre verbi che dovrebbero accompagnare l’investitore nella seconda metà dell’anno sono:
- Diversificare: la diversificazione tra settori e aree geografiche resta la regola aurea, soprattutto in fasi di mercato di difficile lettura;
- Monitorare: sono molte le grandezze economiche da tenere d’occhio; su tutte saranno cruciali l’andamento dell’inflazione e dei tassi di interesse;
- Comprendere: è importante restare sempre consapevoli dei rischi geopolitici e delle turbolenze politiche.
Tre verbi che rimandano ad altrettanti atteggiamenti che potrebbero essere di aiuto nelle fasi di maggiore volatilità, quando le turbolenze degli indici mettono sotto pressione la pazienza e la virtù degli investitori.
Non mancano le incognite e i rischi, dalla politica internazionale alle minacce all’indipendenza della Federal Reserve: forse qualcuno sorride al linguaggio colorito e irrituale di Trump ma, nella realtà, gli insulti del Presidente minano la fiducia nel sistema finanziario americano, sono motivo di seria preoccupazione.
Diversificazione, monitoraggio e comprensione aiuteranno l’investitore a far fronte alle incognite che punteggeranno il muro di preoccupazioni del mercato azionario che, sappiamo dall’esperienza del passato, vengono continuamente superate.
Sarà verosimilmente così anche nel prossimo futuro, quali saranno l’intensità degli ostacoli e il tempo necessario per superarli “lo scopriremo solo vivendo”, direbbe il grande Lucio.
Non perdiamoci di vista.
Fonte: InvestmentWorld.it
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