Benetti Carlo GAM

GAM: Il posto delle fragole

GAM : Le borse e le fragole sfidano la forza di gravità.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Gli indici S&P 500 e il Nasdaq Composite hanno toccato nuovi record, l’ultimo rapporto sull’occupazione, migliore del previsto, corrobora l’idea che l’economia americana stia tenendo botta a uno scenario avverso. A giugno i posti di lavoro non agricoli sono aumentati di 147.000 unità, molto sopra il dato atteso di 110.000 e sopra i 144.000 posti creati a maggio, dato rivisto al rialzo. Il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1% contro le attese di un aumento al 4,3%. Il rapporto sul lavoro ha mosso naturalmente i rendimenti dei Treasury, in rialzo sulla riduzione delle aspettative di un prossimo taglio dei tassi da parte della Federal Reserve.

Volano le borse e vola il prezzo delle fragole.

Una varietà di fragole giapponese, più gustose di quelle ordinarie, a Manhattan va a circa quattordici dollari a confezione, più del triplo di un cestino di fragole da Walmart. Ma a Los Angeles si fa ancora meglio, una singola frangola viene via a circa 19 dollari, al confronto le chiacchiere di carnevale a cento euro al chilo sembrano un affare.

La fragola in questione si può trovare nella catena di supermercati di alta fascia Erewhon, è prodotta da un’azienda agricola giapponese specializzata in frutta pregiata, ha una perfetta forma a cuore ed è venduta in una confezione singola, sotto una campana di plastica che la fa assomigliare a un gioiello (ma non dura per sempre).

La fragola a diciannove dollari ha sollevato indignazione e polemiche sui social, proprio come sollevarono indignazione e discussioni la pasta in bianco a ventisei euro a Milano o la pizza di un noto chef televisivo.

Ma anche la frutta, nel suo piccolo, ha storie di antico lignaggio. Tra il XVIII secolo e la fine del XIX, l’ananas era il frutto riservato all’aristocrazia e alle classi agiate: introdotto in Europa dopo la scoperta del Nuovo Mondo, la difficoltà di coltivazione del frutto tropicale nei freddi climi d’Europa rendeva l’ananas un frutto di difficile reperibilità e molto costoso, segno di agiatezza e privilegio.

La fragola a diciannove dollari, o il melone a novantacinque, non sono propriamente una novità rispetto a quanto aveva già osservato nel 1899 Thorstein Veblen. L’economista e sociologo aveva notato come gli acquisti del lusso non rispondessero a bisogni reali ma a esigenze di status. Nella “Teoria della classe agiata” Veblen scrive di “consumo vistoso”, ovvero il consumo di beni costosi come strumento per ostentare ricchezza e status sociale. I modelli di consumo della classe agiata vengono poi imitati dai ceti meno abbienti creando un circolo vizioso di consumo ostentativo.

Veblen mette a fuoco il punto centrale: i consumi di lusso non rispondono a bisogni ma costituiscono un fenomeno sociale e culturale. È la dinamica che sorregge da secoli il consumo di beni di alta gamma e perpetua il successo della più recente industria del lusso.

Se guardiamo ai portafogli, volano le borse, volano le fragole incastonate come gioielli, e vola l’oro, antico bene rifugio. Crolla invece il dollaro che da inizio anno è sceso di oltre il 10% contro le principali valute, per il biglietto verde è il peggior momento dalla fine del sistema di Bretton Woods nel 1971. La debolezza del dollaro è una minaccia alle performance dei molti portafogli con sovrappeso di azioni e titoli del Tesoro americani.

La discesa si è amplificata dopo il 2 aprile, il “Liberation Day” è stato il proverbiale vaso dal quale sono usciti tutti i mali possibili, l’incertezza nei rapporti commerciali, le paure dell’inflazione e del rallentamento, l’enorme fabbisogno di finanziamento degli Stati Uniti, i timori per l’indipendenza della Federal Reserve.

Su queste colonne abbiamo ricordato anche recentemente l’importanza della diversificazione come strumento efficace per proteggersi dall’incertezza e dai rischi di “fat tails”, ovvero di movimenti estremi dei prezzi. Il lusso è una classe di attivo di cui tenere conto nella diversificazione tematica del portafoglio, borse che diversificano le Borse.

Dopo il fenomeno del “revenge spending”, che ha caratterizzato i due anni successivi ai pesanti confinamenti del 2020, il settore del lusso ha sperimentato l’inevitabile risacca nel 2023 e nel 2024.

Anche l’avvio del 2025 non è stato incoraggiante, l’incertezza innescata dal Liberation Day ha ulteriormente complicato le condizioni incidendo non tanto sulle società quanto sulla propensione alla spesa.

Con il giro del semestre, e ancora di più nel 2026, il settore del lusso dovrebbe rientrare nel sentiero di crescita, le stime sono che il mercato globale dei beni di lusso personali possa arrivare ai 345 miliardi di dollari. Non mancano i venti di prua, i rischi maggiori sono le tensioni di carattere politico, la politica commerciale americana, i cambiamenti nelle preferenze dei consumatori che esigeranno flessibilità e capacità di adattamento strategico da parte dei marchi.

In GAM abbiamo ridotto le nostre previsioni di crescita del settore per il 2025 dal 3-4% all’1-2%, in conseguenza degli annunci sulle tariffe e sul clima di incertezza che comportano.

“Il problema non sono i dazi in sé, ma il possibile impatto sulla fascia di consumatori statunitensi” scrive Flavio Cereda di GAM Investments. Nel settore del lusso, lo aveva descritto con precisione il buon Veblen, sono i comportamenti dei consumatori a orientare le politiche delle società e, alla fine, il rallentamento degli acquisti dei consumatori americani “potrebbe essere meno grave del previsto”, argomenta il nostro Flavio che stima una crescita del +2% per il cluster dei consumatori americani.

L’altro grande “cluster” di consumatori di beni di alta gamma è quello dei consumatori cinesi. La Cina non è ancora uscita dalle difficoltà strutturali ma si registrano segnali positivi a livello di fiducia dei consumatori. In Cina c’è un ampio numero di consumatori con forte capacità di spesa, “il problema è quando e dove spenderanno … c’è un cambiamento nella domanda” scrive Flavio. L’emersione in Cina di marchi “premium” e di lusso vero e proprio, dalle ottime performance, sono un’ulteriore prova della forte capacità di spesa della Terra di Mezzo.

Dovrebbero invece rimanere sostanzialmente stabili gli acquisti dei consumatori europei. Il Vecchio Continente continuerà a beneficiare della spesa turistica, il differenziale di prezzo rimane un fattore chiave: un americano potrebbe risparmiare oltre un terzo se acquista nel Quadrilatero o in via Condotti invece che sulla Quinta Strada, oltre il quaranta per cento se dovessero restare in vigore le tariffe.

La Fashion Week Uomo che si è conclusa a Milano conferma che il settore continua a offrire agli investitori opportunità solide e di lungo termine, anche nella iper-incertezza che segna questo nostro tempo. Le case più blasonate hanno presentato collezioni che coniugano eleganza sartoriale, sostenibilità e visione contemporanea.

Al di là delle passerelle, il messaggio che arriva agli investitori è chiaro: il lusso è resiliente, strategico e capace di generare valore nel tempo. La domanda di beni di lusso rimane elevata a livello globale, in particolare nell’area asiatica, in Medio Oriente, negli Stati Uniti e nelle grandi capitali europee. Il consumatore del lusso “absolute” e “beyond”, può permettersi olimpica indifferenza alla congiuntura economica e le nuove generazioni di clienti (Gen Z e Millennials), sono orientate verso identità, autenticità e valore esperienziale, il settore si sta orientando verso nuove forme di espressione o verso il “capitalismo umanistico” di alcuni imprenditori della moda.

Inoltre, lo abbiamo ricordato più volte in passato, le aziende del lusso godono dei margini operativi tra i più alti del settore retail.

In sintesi, le tensioni commerciali e le tariffe potrebbero avere un impatto sul mercato del lusso, i conflitti in corso potrebbero avere effetti sulla fiducia dei consumatori ma è anche vero che il settore mostra forti differenze tra le aziende e i vincitori sono le società che hanno consolidato le quote di mercato, la credibilità e la riconoscibilità del marchio.

La fragola a diciannove dollari è la plastica conferma che i consumatori con alti livelli di spesa non modificheranno le loro abitudini di acquisto, i clienti più spendaccioni continueranno a guidare una parte significativa della crescita del mercato. La gestione attiva fa naturalmente la differenza, il gestore conosce e riconosce i marchi che meglio di altri sono “attrezzati” per affrontare e superare le difficoltà, nella prossima fase del ciclo saranno la qualità e la selettività a guidare i rendimenti.

Un ulteriore sostegno al settore viene dai nuovi consumatori, i giovani adulti Millennial e i più giovani “Gen Z”, sensibili alla sostenibilità ambientale e sociale. L’industria del lusso non è in contrasto con la sostenibilità, i clienti più giovani apprezzano e premiano l’impiego di materiali naturali e certificati, le produzioni artigianali e a basse emissioni, i controlli sui vari passaggi delle catene della fornitura.

La bussola che orienta le scelte dei management è il comportamento dei consumatori: emerge con sempre maggior robustezza che l’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità condizioni le scelte di acquisto di un numero sempre maggiore di persone, anche nei paesi emergenti.

In tempi di volatilità e incertezza, il lusso si conferma un luogo accogliente per capitali pazienti.

Fonte: InvestmentWorld.it


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