GAM : “L’anno che verrà” è una delle canzoni più note e amate di Lucio Dalla, le parole dell’incipit, “caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’”, sono ben presenti nella memoria di tutti.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Quel testo è un gioco, il cantautore immagina di scrivere a un amico lontano, gli racconta le cose di tutti i giorni, che si esce poco la sera “compreso quando è festa”, che si colgono i segni della paura perché “c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”. La canzone venne composta nel 1978, nell’anno più cupo della stagione del terrorismo. Dalla reagisce a quel clima con una canzone di speranza, di ottimismo.
Il testo auspica l’avvento di un tempo di trasformazione “che tutti quanti stiamo già aspettando”, di fiducia in un tempo migliore, “sarà tre volte Natale …”.
In una intervista, il cantautore spiegò il senso della canzone che è “tutto fuorché pessimista”, al contrario è un invito alla speranza e all’impegno, a non soccombere al pessimismo.
Sono passati un po’ di anni ed è difficile raccogliere l’invito all’ottimismo del grande Lucio. Anche oggi si parla di una lettera, ma di tutt’altra fattura e tutt’altro che amichevole.
Il linguaggio formale con cui Donald Trump si rivolge a “Sua Eccellenza Ursula von der Leyen” non nasconde neppure per sbaglio i toni spigolosi e di minaccia. Per Trump è urgente attenuare i deficit commerciali e rimuovere qualsiasi barriera verso i prodotti americani, pertanto, a partire dal 1° agosto, verranno applicate tariffe “di solo il 30% sui prodotti UE spediti negli Stati Uniti”. Non è tutto, il presidente americano avverte che “se per qualsiasi motivo decidete di aumentare le vostre tariffe e di reagire, l’importo, qualunque sia l’aumento scelto, verrà aggiunto al 30% che applichiamo”.
Il testo della lettera arrivata a Bruxelles è simile a quello delle lettere spedite ai governi di altri paesi partner, la diplomazia economica ridotta a moduli pre-stampati in cui la casella da riempire è quella della misura tariffaria.
Sembra che l’appeasement della Commissione non sia servito, come in uno sfiancante gioco dell’oca siamo tornati alla casella del 2 aprile, si ricomincia a negoziare partendo da misure tariffarie insostenibili.
Ma qualcosa è cambiato dal Liberation Day che, in definitiva, ha liberato solo molta incertezza. Dopo oltre “novanta dì, novanta nott” di annunci, aggiustamenti, proroghe, i mercati si sono mitridatizzati, non sembrano più disposti a credere al valore facciale degli annunci.
Il Liberation Day venne accolto da Wall Street con un calo a doppia cifra, la scorsa settimana la risposta della borsa di Seul alla lettera fotocopia di Trump, con la minaccia di dazi al 25%, è stata un aumento di oltre l’uno percento.
Gli annunci seguiti da aggiustamenti, proroghe e ripensamenti hanno cambiato la percezione da parte dei mercati che sembrano scontarne più l’impulsività che la possibile applicazione.
Nel caso delle lettere di questa tornata, i mercati considerano le minacce alla stregua di tattica negoziale e tengono conto delle due settimane di negoziati da qui al 1° agosto.
Ma la compiacenza è rischiosa. È possibile che anche questa volta le tariffe siano scritte sulla sabbia ma è altrettanto possibile che Trump voglia fare sul serio, voglia togliersi di dosso l’infamante acronimo TACO coniato dal Financial Times (Trump Always Chickens Out, Trump fa sempre marcia indietro) e voglia dimostra al mondo la sua determinazione.
Con Wall Street ai massimi, la compiacenza diventa un atteggiamento pericoloso, se nelle prossime settimane non ci fossero passi avanti e i dazi venissero davvero applicati ai valori annunciati, i mercati sconterebbero tutto in una volta quello che non stanno scontando oggi.
La partita tra gli Stati Uniti e il resto del mondo non è economica ma eminentemente politica, l’Unione Europea fa i conti con gli Stati Uniti dell’Heritage Foundation e del Project 2025: Trump è epifenomeno di un fenomeno più profondo e radicato, la trasformazione isolazionista e fondamentalista degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti vogliono liberarsi delle interdipendenze con gli altri paesi e l’interdipendenza più rilevante, per ragioni storiche, politiche, economiche e militari è quella con l’Europa nell’alleanza transatlantica.
Un paio di giorni fa un amico ha paragonato il modo con cui l’Unione Europea ha negoziato fino ad ora con l’Amministrazione Trump a un film horror danese del 2022, Speak no Evil, in cui c’è un interessante scambio di battute sulla sopraffazione. La coppia vittima di un’altra coppia di psicopatici chiede “Perché ci fate tutto questo? E la risposta è “perché ce lo avete fatto fare”.
Per questa Amministrazione l’Europa è un nemico (dovremmo prestare maggiore attenzione a quanto sta accadendo in Libia, la questione dei migranti è fumo che nasconde un disegno più ampio in cui l’Europa non è prevista) e il Financial Times paragona questa nuova fase storica al 1949, gli anni della ricostruzione, e al 1993, il periodo dell’unificazione tedesca dopo la caduta del muro.
Sono almeno tre i fronti su cui la storia di questo tempo e la Storia interpellano i governi e le pubbliche opinioni europee:
- il fronte della geopolitica, ovvero la commistione tra sicurezza e interessi economici che caratterizza questo tempo. I dazi sono usati da Trump per fini extra-economici, la Cina fa lo stesso con il suo monopolio delle terre rare. Per l’Unione Europea la geopolitica comprende il futuro dell’Ucraina e la sicurezza dei paesi che da pochi decenni si sono affrancati dalla tutela dell’ingombrante vicino russo. La reazione dell’Unione Europea alla lettera di Trump dovrà tenere conto di questa commistione, calibrare le risposte economiche con l’assetto politico globale;
- il fronte dell’economia, per cui è possibile che possa “andare peggio prima di andare meglio”. Ci vorrà tempo prima che si avvertano sulla crescita tedesca ed europea gli effetti dell’ambizioso piano di investimenti annunciato dal governo di Berlino. Nel frattempo, la misura di dazi al 30% incombe sul Vecchio Continente come l’ombra di Banco che perseguitava Macbeth;
- il fronte della tenuta democratica: lo spettro che si aggira per l’Europa è il fascino dell’uomo forte e delle semplificazioni totalitarie, prendono forza movimenti e partiti antiliberali, xenofobi, anti europei e filo russi, favoriti dal nuovo corso della politica americana. È un fatto curioso e inedito che la Russia revanscista e gli Stati Uniti isolazionisti sostengano apertamente i movimenti contrari all’Unione Europea e dichiaratamente di estrema destra.
Abbiamo bisogno di un’Europa indipendente, sostiene Ursula von der Leyen, confermando che l’Europa è ancora molto dipendente dagli Stati Uniti e fortemente in ritardo. Il Rapporto Draghi ha delineato le azioni che un’Europa realmente determinata a diventare una potenza indipendente dovrebbe adottare.
Tuttavia, quanto verrà effettivamente realizzato dipenderà dai governi nazionali: la contraddizione da cui deve affrancarsi l’Europa è la consapevolezza della necessità di coordinare quante più politiche a livello europeo, a partire da quella estera e dalla difesa, ma il coordinamento europeo è condizionato e frenato dal ruolo ingombrante dei governi nazionali.
Veniamo agli investitori. Nelle scorse settimane queste colonne hanno ribadito convintamente l’importanza della diversificazione geografica e settoriale dei portafogli. L’azionario europeo torna ad essere un luogo interessante, dopo anni di performance altalenanti e comunque inferiori a quelle dei listini statunitensi, oggi l’investitore trova nei listini europei opportunità tattiche e strategiche.
La minaccia dei dazi alimenta il clima di avversione al rischio che pesa soprattutto sulle banche e sui settori legati all’export, mentre energia e materie prime mostrano una relativa forza
Questa settimana comincia la stagione degli utili del secondo trimestre con i risultati dei grandi gruppi bancari americani. Sarà un appuntamento importante perché avremo le prime indicazioni su come i dazi abbiano influenzato le decisioni aziendali e i risultati finanziari, le aziende esportatrici potrebbero comunicare aggiustamenti ai margini e previsioni più prudenti.
Il listino europeo conserva valutazioni interessanti rispetto al listino americane, l’indice Euro Stoxx 600 tratta a valori del rapporto prezzo/utili (P/E) molto inferiori rispetto allo S&P 500.
Il differenziale di valutazione è più evidente nei settori bancario, energetico e industriale, dove molte società europee hanno fondamentali solidi non ancora scontati nei prezzi.
La ripresa economica nell’Eurozona mostra graduali segnali positivi. La discesa dell’inflazione e le prospettive di tagli dei tassi d’interesse da parte della BCE rafforzano la fiducia di consumatori e imprese, politiche monetarie meno restrittive possono rappresentare un catalizzatore per i mercati azionari.
Inoltre, gli investimenti pubblici legati al Green Deal europeo e alla transizione energetica stanno creando nuove opportunità nei settori delle energie rinnovabili, delle infrastrutture e della tecnologia industriale.
Come sempre, l’approccio efficace resta quello selettivo e diversificato: privilegiare società con fondamentali solidi, esposizione internazionale e strategie di crescita sostenibile.
Fonte: InvestmentWorld.it
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