L’aritmetica (piacevole ma non troppo) della Legge di Stabilità

La Legge di Stabilità comporta un allentamento netto limitato a due decimi di PIL sul 2014 e, viceversa, una restrizione per gli anni successivi. …

Stimiamo un impatto sul PIL 2014 pari a un decimo di punto percentuale, derivante principalmente dagli sgravi Irpef. La manovra configura un intervento redistributivo a favore di famiglie e imprese, e principalmente a carico degli intermediari finanziari e del bilancio dello Stato. In sintesi, positiva appare la decisione di iniziare a ridurre il cuneo fiscale e di non tagliare ulteriormente le spese infrastrutturali; d’altra parte, gli sgravi fiscali sono molto ridotti, le entrate nel complesso aumentano, la riduzione della spesa rimane ancora tutta da realizzare e l’efficacia di alcune coperture sarà da verificare. Tuttavia, si conferma almeno che l’impulso netto della politica fiscale è diventato neutrale, dopo anni di restrizione. Nelle nostre stime, tutti i margini di flessibilità per il prossimo anno sono stati utilizzati.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato lo scorso 15 ottobre la Legge di Stabilità per il 2014, con effetti anche sugli anni successivi. La versione del disegno di legge giunta al Senato il 22 ottobre, soggetta dunque a modifiche in sede parlamentare, prevede una manovra lorda con interventi per 12,4 miliardi (4,5 per gli sgravi fiscali di cui 2,6 mld per il cuneo fiscale, 1 mld per gli investimenti dei Comuni, 3,8 mld per le spese indifferibili come missioni all’estero e Cig, altri 500 milioni per il pagamento dei debiti della PA, 2,6 mld a nuovi progetti di spesa) a fronte di coperture per 9,7 miliardi. Queste vengono per 3,7 miliardi dai tagli di spesa, di cui 2,7 a carico dello Stato e 1 miliardo delle Regioni, 500 milioni da dismissioni immobiliari, 5,5 miliardi da interventi fiscali tra i quali: incremento del bollo sulle attività finanziarie e riordino delle tax expenditures a carico delle famiglie, rivalutazione delle attività delle imprese e revisione del trattamento delle perdite di banche e assicurazioni. In base ai numeri aggregati contenuti nella relazione tecnica al provvedimento, la manovra netta mostra un incremento di 3,7 miliardi della spesa (di cui 3,1 mld in conto capitale, inclusi pagamenti di arretrati per 500 mln) e di 973 milioni delle entrate. Ne risulterebbe uno stimolo netto di quasi 3 miliardi, anche se rimangono fuori le misure per aumentare l’efficienza della spesa sanitaria (il “patto per la salute” che dovrebbe essere siglato entro fine anno con le regioni) e gli eventuali risultati della sfuggente spending review. Lo “stimolo” è pari a circa lo 0,2% del PIL, peraltro in coerenza con quanto incluso nell’Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, che prevedeva per l’anno prossimo uno scostamento di due decimi di PIL tra il livello dell’indebitamento a legislazione vigente (2,3%) e quello programmatico (2,5%). La manovra ha viceversa un impatto restrittivo sugli anni successivi (3,5 mld nel 2015 e 7,3 mld nel 2016), peraltro anche in questo caso in coerenza con la discrepanza tra il quadro di finanza pubblica a legislazione vigente e programmatico indicati nella Nota di Aggiornamento al DEF (rispettivamente lo 0,2% e lo 0,4% del PIL). Pertanto la manovra attua e non modifica il quadro di finanza pubblica programmatico del Governo.
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Dal lato degli interventi la novità principale è rappresentata dal taglio al cuneo fiscale.
L’intervento è peraltro più limitato rispetto alle previsioni della vigilia e ammonta a 2,6 miliardi sul 2014, più altrettanti nel 2015 e 2,9 miliardi nel 2016:
1) 1,6 miliardi a beneficio dei lavoratori: saranno utilizzati per l’aumento della detrazione per tutti i lavoratori dipendenti non incapienti con reddito tra 8 e 55mila euro (mentre l’Irpef rimane invariata per i pensionati, gli autonomi e i dipendenti incapienti o con reddito superiore a 55mila euro);
2) a poco più di un miliardo ammonta invece la riduzione del cuneo fiscale a beneficio dei datori di lavoro: 1 miliardo per ridurre i contributi sociali sulle imprese, 36 milioni per ridurre l’Irap sulla quota lavoro.
L’effetto netto della manovra sulle famiglie include: 1) le modifiche introdotte sull’Irpef; 2) l’effetto netto del nuovo regime TRISE (in sostituzione delle attuali IMU e TARSU); 3) l’effetto di altre misure sulle entrate tra le quali la più importante è l’aumento dell’imposta di bollo sui prodotti finanziari; 4) l’effetto delle misure dal lato della spesa.
La Legge di Stabilità aumenta come detto la detrazione per i lavoratori dipendenti non incapienti con reddito tra 8 e 55 mila euro. In pratica, non cambia il sistema utilizzato per le detrazioni ma l’importo base utilizzato per il calcolo sale da 1.338 a 1.510 euro. Ora, sulla base dei dati dell’Agenzia delle Entrate sulle dichiarazioni dei redditi 2012, il numero totale dei contribuenti in Italia è vicino ai 41 milioni; i dipendenti rappresentano meno della metà di questa platea ovvero poco più di 20 milioni. Di questi, i dipendenti che guadagnano tra gli 8 e i 55 mila euro sono circa 16 milioni. Tuttavia, 1,6 milioni di essi non ottengono uno sgravio a causa dell’incapienza1.
In sostanza, i beneficiati sono circa 14,4 milioni di persone. Il risparmio medio per i dipendenti con sgravio è di 131 euro (annui); lo sgravio maggiore (158 euro) è nella fascia di reddito 15-25mila euro. Considerando il totale dei contribuenti, il risparmio medio è di 44 euro (annui): su un totale di imposta netta media pari a 4.800 euro, si tratta di meno dell’1% dell’Irpef annua pagata dal contribuente medio e di circa lo 0,2% del reddito medio lordo. Si tratta evidentemente di un beneficio fiscale assai contenuto, il che non sorprende visto l’importo totale limitato di risorse utilizzate a tal scopo (e di conseguenza la platea limitata di beneficiari).
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Abbiamo effettuato una simulazione sul modello Oxford Economics circa l’impatto “teorico” sulle principali variabili macroeconomiche della riduzione dell’Irpef prevista dalla Legge di Stabilità. Il risultato è un effetto non nullo, ma tutto sommato limitato: un decimo di PIL in più nel 2014. L’impatto sul ciclo è spiegato dal miglioramento del reddito disponibile netto delle famiglie (+0,3%) e di conseguenza da un incremento dei consumi (+0,2%). L’impatto tende ad essere persistente nel caso dei consumi, sui quali vi sarebbe un effetto positivo di un decimo anche nel 2015.
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C’è però da dire che gli effetti positivi per le famiglie potrebbero essere attenuati dalla possibile “razionalizzazione”2 (=eliminazione o riduzione) delle detrazioni per oneri, prevista fruttare un gettito di 488 milioni (dunque il beneficio fiscale per le famiglie si ridurrebbe di un terzo rispetto ai 1.561 milioni destinati all’aumento delle detrazioni per lavoro dipendenti). Peraltro, il Governo ha inserito una clausola di salvaguardia: qualora il riordino delle detrazioni non fosse implementato entro gennaio 2014, scatterebbe una riduzione automatica della percentuale di detraibilità degli oneri, oggi al 19%3, al 18% già nel 2013 e al 17% nel 2014. In totale, le detrazioni oggi al 19% valgono 5,4 miliardi, sicché una riduzione di un punto della detraibilità frutterebbe un gettito di circa 300 milioni, che peserebbe in particolare sulle classi di reddito intermedie. In sintesi, questa misura ridurrebbe di circa un terzo gli effetti macroeconomici su reddito disponibile, consumi e PIL di cui sopra. L’effetto sul 2014 sarebbe limitato a un decimo di punto su PIL e consumi (e due decimi sul potere d’acquisto delle famiglie). Inoltre, dal 2015 è previsto un ulteriore giro di vite4 su agevolazioni e detrazioni nonché sui regimi di esclusione, esenzione e favore fiscale attesa assicurare maggiori entrate per 3 miliardi nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi nel 2017; tali misure potranno essere attenuate nel caso di maggiori risparmi di spesa ottenuti con gli interventi di controllo e riduzione della spesa pubblica, ma potrebbero in ogni caso colpire oltre alle imprese anche le famiglie. Un’altra misura sull’Irpef che riduce i vantaggi per le famiglie derivanti dall’aumento della detrazione per lavoro dipendente è l’assoggettamento ad Irpef (al 50%) degli immobili non locati ad uso abitativo ubicati nello stesso comune di residenza. La misura produce un gettito rilevante, pari a ben 508 milioni nel 2014, ma è molto specifica (colpisce una platea ridotta di famiglie) e plausibilmente progressiva.
Inoltre, occorre tenere presente che i benefici per le famiglie delle modifiche introdotte sull’Irpef vanno considerati congiuntamente ad altre misure quali:
1) il nuovo regime di tassazione sugli immobili TRISE (a confronto del combinato disposto delle attuali IMU e Tarsu); il nuovo tributo sarà costituito da due componenti: la Tari sui rifiuti, che sarà commisurata alla superficie calpestabile e che successivamente si trasformerà in Tarip (tariffa commisurata alla quantità e qualità di rifiuti prodotti), e la Tasi sui servizi indivisibili, che avrà inizialmente un’aliquota pari all’1 per mille e che utilizzerà la stessa base imponibile dell’IMU; è previsto che il tetto massimo del prelievo non possa superare le aliquote massime previste per l’IMU; il Governo stima dal nuovo regime di tassazione sugli immobili un minor gettito di 1 miliardo, anche se, vista l’ampia autonomia lasciata ai Comuni, è dubbio che il nuovo regime si tramuti effettivamente in una significativa diminuzione delle imposte sulla casa;
2) l’aumento dell’imposta di bollo sulle comunicazioni periodiche alla clientela relative ai prodotti finanziari (come gli estratti conto), dall’attuale 1,5 per mille al 2 per mille. Sono interessate anche le comunicazioni relative ai depositi bancari e postali, anche se rappresentati da certificato, mentre sono escluse le comunicazioni ricevute ed emesse dai fondi pensione e dai fondi sanitari. Questa norma è attesa produrre un gettito di 940 milioni;
3) occorre infine considerare l’impatto sulle famiglie delle misure dal lato della spesa, tra le quali alcune di sostegno (rifinanziamento a CIG, LSU, esodati, fondo politiche sociali, fondo per non autosufficienti, carta acquisti), altre che viceversa peseranno sul reddito delle famiglie (stretta sul pubblico impiego, deindicizzazione pensioni alte).
In sintesi dunque l’effetto netto della manovra sulle famiglie è stimato in un beneficio fiscale di circa 1 miliardo ovvero circa 39 euro netti annui per famiglia. Ovviamente, vi sono degli effetti redistributivi in gran parte “desiderabili” in quanto tendenzialmente la manovra ha un impatto positivo sulle famiglie a basso reddito; incerto l’impatto redistributivo sulla ricchezza perché la manovra da un lato aumenta la tassazione sulle attività finanziarie, ma dall’altro riduce (rispetto al regime IMU-Tarsu pre-2013) l’imposizione sulla ricchezza immobiliare.
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In pratica, la manovra configura un modesto intervento redistributivo a vantaggio delle famiglie e delle imprese (comprendendo a favore di queste ultime il pagamento di ulteriori 500 milioni di debiti arretrati della PA) e a carico principalmente degli intermediari finanziari (almeno per il 2014), oltre che del bilancio dello Stato visto il saldo lievemente espansivo.
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In sintesi, i principali aspetti positivi della Legge di Stabilità sono i seguenti:
1) la decisione di fornire parziale stimolo all’economia attraverso una manovra lievemente espansiva nei saldi era stata anticipata nella nota di aggiornamento al DEF, ed è condivisibile visto che la ripresa ciclica che va configurandosi per il 2014 sarà modesta (0,5%, nelle nostre stime) e appare ancora soggetta a rischi;
2) la scelta di iniziare a ridurre il peso delle imposte sul lavoro appare ampiamente benvenuta, e va nella direzione raccomandata dall’Unione Europea e da tutti i principali organismi internazionali di spostare il peso della tassazione dal lavoro ai consumi (come avvenuto con l’aumento dell’IVA) e alla ricchezza (la manovra reintroduce un’imposta sulle prime case e agisce anche sulla ricchezza finanziaria attraverso l’aumento dell’imposta di bollo). In particolare la scelta di ridurre il cuneo fiscale (agendo sugli oneri contributivi) appare positiva quanto agli effetti sulla competitività delle imprese e di conseguenza sull’occupazione;
3) positiva anche la scelta di contenere le spese correnti a vantaggio di un incremento delle spese in conto capitale (già assai penalizzate dai tagli degli ultimi anni); in particolare la Legge di Stabilità trasferisce 1 miliardo per le spese infrastrutturali ai comuni e consente agli enti locali di pagare ulteriori 500 milioni di debiti per spese in conto capitale;
4) la revisione del trattamento fiscale delle perdite su crediti va nella direzione di ridurre un’anomalia italiana rispetto alla prassi internazionale, che fino a oggi ha avuto l’effetto negativo di scoraggiare la copertura dei crediti dubbi.
D’altro canto, le principali criticità sono:
1) le misure di stimolo sul 2014 sono troppo ridotte perché possano avere un impatto apprezzabile sull’economia; come detto, stimiamo un effetto sul PIL 2014 limitato a un decimo di punto percentuale; in sostanza, la manovra non è tale da rendere il 2014 un anno di politica fiscale espansiva, ma semmai neutrale; peraltro, la manovra profila invece per gli anni successivi una nuova restrizione (per quanto assai meno drammatica di quella degli anni scorsi); in particolare, la stretta sulle detrazioni d’imposta negli anni dal 2015 in poi (che peraltro potrebbe essere evitata ove si conseguissero risparmi di spesa di pari entità) è rilevante (ammonta a 3 miliardi sul 2015, 7 miliardi sul 2016 e 10 miliardi sul 2017) e tale da compensare ampiamente i “timidi” sgravi fiscali sull’Irpef introdotti;
2) anziché andare nella direzione di ridurre il bilancio dello Stato, la Legge di Stabilità lo amplia incrementando sia le entrate che (in misura più significativa) le spese. Per il 2014 non vi sono in pratica provvedimenti attinenti a un contenimento “virtuoso” della spesa pubblica; le uniche norme in teoria ascrivibili a veri “risparmi di spesa” sono quelle contenute nell’articolo 10 comma 37 in merito alla riduzione della spesa per consumi intermedi (attesa fruttare 150 milioni l’anno). In pratica, il taglio delle spese è rimandato agli anni successivi, e appare al momento assolutamente “virtuale”5;
3) sussistono dei dubbi sia di carattere “teorico” che di ordine pratico in merito ad alcune delle coperture proposte per il 2014: innanzitutto, buona parte delle coperture è di carattere temporaneo e non strutturale; ciò è vero sia per misure di contenimento della spesa dello Stato come la (ulteriore) stretta sul pubblico impiego e la deindicizzazione delle pensioni (oltre tre volte il minimo), sia per alcuni aumenti di entrate (in particolare la norma sulla revisione del trattamento delle perdite degli intermediari finanziari attesa fruttare un gettito di 2,2 miliardi il primo anno, ma causare una diminuzione del gettito negli anni successivi); è parimenti di carattere una tantum la copertura derivante dalla dismissione di immobili (peraltro, il Governo ha ripetuto l’operazione fatta già con la “manovrina” 2013 di utilizzare una vendita di asset in riduzione non del debito, ma del deficit, un’operazione non corretta dal punto di vista teorico e comunque utilizzabile solo per la copertura di spese in conto capitale).
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Precedentemente alla Legge di Stabilità (il 15 ottobre) il Consiglio dei Ministri aveva varato la mini-manovra correttiva per il 4° trimestre 2013 (decreto-legge n. 120 ”misure urgenti di riequilibrio della finanza pubblica nonché in materia di immigrazione”, attualmente in discussione al Senato), con l’obiettivo di correggere il piccolo sforamento del deficit tendenziale (0,1% del PIL) rispetto al target del 3%. Non mancano anche in questo caso criticità: per coprire il deficit si utilizzano in parte “privatizzazioni” (cessione di immobili a CDP per 525 milioni), che andrebbero usate per ridurre il debito, per il resto tagli di spesa altrettanto “discutibili” (450 milioni peseranno sugli enti locali “virtuosi” mentre i 590 milioni a carico dello Stato non sembrano tagli “strutturali”, ma appaiono come dilazione di pagamenti e quindi potrebbero pesare sul 2014).
A seguito del varo della ”manovrina” per il 2013 e della Legge di Stabilità sugli anni 2014-16, abbiamo rivisto le nostre stime circa i principali saldi di finanza pubblica. Dopo un 2013 circa in linea con le previsioni del Governo (stimiamo in base al tendenziale a legislazione vigente uno sforamento di un decimo rispetto al 3%, che peraltro potrebbe essere statisticamente non significativo e in ogni caso essere colmato con anticipi di entrate o dilazioni di spesa), stimiamo che già per l’anno prossimo l’andamento dell’indebitamento possa essere peggiore di quello stimato dal Governo; nelle nostre stime, per il terzo anno di fila il deficit potrebbe risultare assai vicino al 3% del PIL, contro il 2,5% programmato. Dunque, se si vuole rispettare il limite del 3% sul rapporto deficit/PIL, nemmeno per l’anno prossimo si profilano margini, oltre a quelli già “sfruttati” dal Governo, per utilizzare la politica fiscale a supporto del ciclo.
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Il nostro maggior pessimismo deriva sia da un andamento peggiore del tendenziale sulle entrate a causa di una previsione più cauta sulla crescita del PIL 2014 (0,5% contro l’1% stimato dal Governo), sia dall’assunzione di un’efficacia non piena della Legge di Stabilità (assumiamo una efficacia limitata al 75% dei tagli sui consumi intermedi e di alcuni altri tagli sulla spesa centrale, oltre che delle entrate relative alla possibilità per gli intermediari finanziari di detrarre le perdite in un arco di cinque anni). L’indebitamento è destinato anche nel nostro scenario a ridursi negli anni successivi, ma ad una velocità assai più lenta di quella stimata dal Governo (ancora una volta a motivo principalmente di previsioni meno ottimistiche sulla crescita rispetto all’1,8% implicito nelle proiezioni del Governo nel triennio 2015-2017).
Di conseguenza anche sul debito siamo più pessimisti del Governo. Il rapporto debito/PIL potrebbe sfiorare il 135% del PIL l’anno prossimo (contro poco meno del 133% stimato dall’esecutivo) e ridursi solo molto lentamente negli anni successivi, sino a scendere solo al 128,5% del PIL nel 2016 (contro il 125% stimato dal Governo). Le nostre ipotesi assumono privatizzazioni in linea con il target governativo (ambizioso, a nostro avviso) di 500 milioni l’anno dal 2014, e la differenza rispetto alle previsioni governative deriva, oltre che dalle stime più caute sul deficit, dalle diverse ipotesi sul PIL nominale.
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Gli analisti finanziari che hanno predisposto la presente ricerca, i cui nomi e ruoli sono riportati nella prima pagina del documento dichiarano che: Le opinioni espresse sulle società citate nel documento riflettono accuratamente l’opinione personale, indipendente, equa ed equilibrata degli analisti; Non è stato e non verrà ricevuto alcun compenso diretto o indiretto in cambio delle opinioni espresse.

Comunicazioni importanti

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