GAM : “Niente di nuovo sotto il sole”, direbbe il disincantato Qoelet.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
I primi giorni del nuovo anno confermano quanto era già evidente nel 2025: la presidenza Trump prosegue la torsione autoritaria nella politica interna e alimenta una tentazione imperialista sul piano internazionale, accrescendo incertezza e instabilità.
La storica alleanza transatlantica si sta così trasformando in una inedita e aggressiva rivalità. La condivisione dei valori della liberal-democrazia viene soppiantata dal ritorno alle logiche di potenza, il nuovo paradigma delle relazioni tra gli Stati sembra fondarsi sempre più sulla convenienza bottegaia e sui rapporti di forza, piuttosto che su principi comuni e cooperazione strutturata.
Il mondo è passato bruscamente dalla collaborazione alla diffidenza. Le lancette della storia sembrano tornare indietro di decenni, verso quelle sfere di influenza che hanno dolorosamente segnato il secolo scorso. L’autonomia strategica prende il sopravvento sulla cooperazione, mentre la leadership americana abbandona progressivamente il modello delle alleanze e prefigura un ritorno a un’illusoria e antistorica autosufficienza economica.
Dal gigantesco “modello Toyota” della cooperazione internazionale, fondato sul “just in time” e messo in crisi dalla pandemia del 2020, si sta scivolando verso il paradigma del “just in case”: il controllo delle catene del valore, più corte e più sicure, ma inevitabilmente più costose. In questo nuovo contesto, l’efficienza cede il passo alla resilienza, con conseguenze strutturali sui costi, sull’inflazione e sugli equilibri dell’economia globale.
Da questo scenario generale si possono sviluppare alcune considerazioni particolari e la prima riguarda il dollaro e la Federal Reserve.
Il 2025 è stato un vero “annus horribilis” per il biglietto verde, il peggiore dal 2017, quando Wall Street registrò una crescita di quasi il 20%, mentre l’indice del dollaro, che misura il valore della valuta americana rispetto a un paniere di sei principali divise, perse circa il 10%.
Un singolare decoupling che si è riproposto anche lo scorso anno: la fiducia nella tecnologia ha sostenuto i listini azionari ma la diffidenza verso la politica americana ha penalizzato il dollaro. La percezione del rischio politico negli Stati Uniti ha raggiunto livelli senza precedenti e le brillanti performance di Wall Street non sono sufficienti a nascondere un dato strutturale: l’eccezionalismo americano, così come lo abbiamo conosciuto, è finito o risulta comunque profondamente trasformato (vedi anche L’Alpha e il Beta del 24 marzo 2025, “Ipoteca sulla crescita”).
Il cosiddetto “esorbitante privilegio” continua a rendere il dollaro la valuta più richiesta al mondo, consentendo agli Stati Uniti di finanziare i disavanzi commerciali e di rafforzare la liquidità del proprio mercato finanziario. Allo stesso tempo, però, il dollaro è diventato sempre più uno strumento di pressione politica. Se, come osserva il professor Francesco Saraceno, “l’amministrazione americana basa la propria politica estera ed economica sui rapporti di forza e sui ricatti”, allora “il dominio del dollaro diventa un’arma letale dalla quale è necessario affrancarsi”.
In questa direzione si muovono da tempo i paesi BRICS, impegnati in un percorso di progressivo distacco dall’influenza della valuta americana. Anche l’Europa, seppure con i suoi tempi lenti e le ordinarie resistenze, potrebbe essere spinta nella stessa direzione, attraverso la creazione (finalmente!) di un vero mercato comune del debito e la costruzione di infrastrutture di pagamento alternative, riducendo così la dipendenza da circuiti e sistemi extraeuropei, come sottolinea ancora Saraceno.
Si tratta di scenari di lungo temine, nel breve periodo il dollaro non perderà la sua condizione di primazia nel regolamento delle transazioni commerciali e nelle riserve valutarie. Eppure, anche nel breve termine, la percezione del rischio politico negli Stati Uniti continuerà ad essere un peso sul biglietto verde.
A pochi mesi dal passaggio di consegne alla guida della Federal Reserve, il confronto tra Donald Trump e Jerome Powell si è fatto apertamente incandescente.
L’indagine avviata dal Dipartimento di Giustizia nei confronti del presidente della Federal Reserve, relativa alla ristrutturazione degli edifici della banca centrale, ha contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro tra l’amministrazione e l’istituzione monetaria. Secondo Powell, l’azione legale rappresenta un pretesto politico volto a limitare l’indipendenza della Fed nella determinazione dei tassi di interesse.
La risposta del presidente della banca centrale è stata insolitamente dura e, di fatto, ha accusato il Dipartimento di Giustizia di piegare i propri poteri alle pressioni della Casa Bianca per condizionare l’orientamento della politica monetaria.
“La minaccia di indagini penali”, ha dichiarato Powell, “è la conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi di interesse sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che è nell’interesse pubblico, piuttosto che seguire i desideri del presidente”.
Uno sviluppo inatteso e allarmante, la posta sul piatto è l’indipendenza della banca centrale più importante del mondo e tra le prime reazioni sui mercati c’è stato il nuovo record del prezzo dell’oro, le minacce all’indipendenza della Federal Reserve costituiranno un fattore di sostegno.
I mercati continueranno a interrogarsi sulla capacità della banca centrale di resistere ai desideri dell’amministrazione, valuteranno se i futuri tagli dei tassi saranno coerenti con le condizioni di scenario o, invece, segnali di acquiescenza con la Casa Bianca. I prezzi potrebbero cominciare a scontare scenari con inflazione più alta a dispetto dei possibili argomenti che Trump utilizzerà per condizionare la nuova guida della Federal Reserve:
- il finanziamento del debito federale, insostenibile senza tassi reali contenuti,
- stabilità del dollaro come valuta imperiale, che esige credibilità e forza coercitiva.
Nel corso del 2026 giungerà a scadenza circa un terzo del debito federale statunitense, in larga parte costituito da titoli a breve termine emessi tra il 2020 e il 2021 per finanziare l’emergenza pandemica. Dal punto di vista tecnico, il roll over non rappresenta un rischio immediato: il mercato dei Treasury resta profondo e liquido. Il nodo cruciale riguarda piuttosto il costo del rifinanziamento, che potrebbe aumentare sensibilmente qualora si incrinasse la fiducia non solo nella sostenibilità fiscale, ma anche nella credibilità e nell’indipendenza della politica monetaria.
In un contesto di crescente politicizzazione delle istituzioni, il premio per il rischio richiesto dagli investitori potrebbe riflettersi in tassi più elevati, trasformando un problema gestibile di scadenze in una pressione strutturale sui conti pubblici.
La crescente diffidenza verso la politica americana produce effetti che si estendono anche al settore tecnologico. Non è una previsione azzardata, forse non è neppure una previsione, ritenere che nel corso del 2026 il dibattito sul rischio di bolla nell’intelligenza artificiale resterà centrale.
I timori legati alle valutazioni dell’AI e ai massicci investimenti nel settore si intrecciano sempre più con la percezione del rischio politico negli Stati Uniti. I tratti assertivi e imperiali della presidenza Trump si proiettano dal piano geopolitico a quello economico e monetario.
Da qui nasce una contraddizione potenzialmente destabilizzante: da un lato cresce la diffidenza nei confronti degli Stati Uniti come sistema politico-istituzionale; dall’altro persiste una fiducia quasi illimitata nelle grandi aziende attive nei segmenti più avanzati dello sviluppo digitale. Le critiche, anche severe, alla concentrazione del potere alla Casa Bianca convivono con le valutazioni record delle big tech.
In questo contesto fragile, l’intelligenza artificiale si trasforma in un rifugio narrativo. Non si limita più a spiegare la crescita economica ma diventa uno spazio di compensazione della sfiducia nella stabilità politica. Lo storytelling è del resto potente: gli investimenti in AI promettono crescita secolare, aumenti strutturali della produttività, controllo dei processi. Evocano l’idea di un avanzamento storico immanente, una sorta di destino tecnologico hegeliano, strettamente connesso alla supremazia geopolitica.
In un recente editoriale sul Financial Times, Philipp Coggan ha ricordato la teoria della “riflessività” proposta da George Soros nel 2009, secondo la quale “le opinioni dei partecipanti influenzano il corso degli eventi, e il corso degli eventi influenza le opinioni dei partecipanti”.
Le percezioni, le aspettative e i prezzi nei mercati finanziari si influenzano a vicenda in un loop che è bene tenere a mente quando si commenta il fenomeno dell’intelligenza artificiale, guidato non solo dai fondamentali economici, ma anche dalla “riflessività” tra aspettative e prezzi degli asset: più gli investitori credono nel potenziale dell’AI, più spendono e più i prezzi crescono, rafforzando a loro volta l’ottimismo. Coggan mette in guardia sul fatto che, nonostante l’AI rappresenti una tecnologia dirompente con potenziali trasformativi, la dinamica psicologica dei mercati porta a fragilità sistemiche.
Come per le ferrovie nel XIX secolo o la rivoluzione internet a fine anni Novanta, non ci sono dubbi che gli sviluppi nell’intelligenza artificiale siano la nuova rivoluzione che avrà effetti duraturi sui modelli produttivi e sui guadagni di efficienza. Resta tuttavia da scoprire, proprio come avvenne nei fenomeni delle ferrovie e delle dot.com, come ciò avverrà, come l’intelligenza artificiale creerà “fonti di reddito aggiuntive”, quali saranno i potenziali guadagni.
Queste colonne hanno ricordato in passato (17.11.2025 “C’era una volta in Europa”, 29.3.2021 “Bolle di sapone, bolle di mercato”) quanto sia arduo prevedere l’esplosione di una bolla speculativa. In termini semantici, diceva Alan Greenspan, si può parlare con certezza di una bolla dei prezzi solo dopo la sua deflagrazione. Ma la semantica non è di nessun aiuto, per lo meno non qui e non ai nostri scopi. Ma non aiutano neppure i principali indicatori di Wall Street perché, per quanto “tirati”, si oppongono altrettanto buoni argomenti contrari.
Un dato inatteso di inflazione, dubbi sulla politica monetaria della Fed, un indebolimento dell’economia globale, una sorpresa dalla geopolitica potrebbero agire da detonatore. Ci sono buone ragioni per ritenere che il settore dell’AI abbia ancora margine di crescita grazie alle favorevoli condizioni finanziarie e alla politica fiscale espansiva, ma la costruzione efficiente dei portafogli di investimento dovrebbe seguire i precetti dell’“anti-vulnerabilità”.
Non esistono portafogli invulnerabili alle turbolenze dei mercati, ha ricordato più volte il professor Paolo Legrenzi nella newsletter “I soldi in testa”, esistono però portafogli “anti-vulnerabili” che non tentano di scansare gli inevitabili scossoni del mercato ma si preparano all’incendio predisponendo opportune barriere tagliafuoco.
La prima barriera “tagliafuoco” dei portafogli è, senza sorpresa, la diversificazione. Che il portafoglio debba essere diversificato è scontato, ma l’allocazione delle classi di attivo secondo i criteri della decorrelazione è un esercizio che richiede competenze professionali e intelligenza.
Un’altra barriera tagliafuoco è un posizionamento “barbell”, pesi distribuiti alle estremità, come nel bilanciere utilizzato nel sollevamento pesi: da una parte l’esposizione con attività rischiose al beta di mercato, alla direzionalità, dall’altra l’opportuno posizionamento su strategie a protezione, alternative. La valutazione di queste ultime strategie è più complessa rispetto alla scelta dei beta di mercato, è un banco di prova delle competenze di chi fa la selezione.
Nel suo Diario degli errori Ennio Flaiano scrive: “Un altro anno ci lascia. Abbiamo vissuto commettendo errori, l’unico modo di vivere senza cadere. Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul seguente”.
Buon 2026 a tutti, fatalmente con errori, con l’augurio che siano pochi.
Fonte: InvestmentWorld.it
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