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Invesco : Un penny per la fortuna

Invesco : Quando una piccola moneta racconta un grande cambiamento

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A cura di Daniel Zanin, CFA – Analyst, Investment Research, Invesco


Il 2026 sarà ricordato come un anno di svolta. Non solo perché segna l’inizio di nuove sfide economiche e tecnologiche, ma perché chiude un capitolo lungo oltre due secoli: quello del penny, la moneta da un centesimo di dollaro che ha accompagnato la vita quotidiana degli americani dal 1793.  Dal 12 novembre 2025, la Zecca ha smesso di produrlo. Le ultime monete sono state coniate a Philadelphia e continueranno a circolare finché le scorte lo permetteranno, ma non ne nasceranno più di nuove.

Il penny non è stato soltanto un mezzo di pagamento: è stato un simbolo culturale. Pensiamo alle penny loafer, i mocassini con la fessura sul collo del piede, diventati icona di stile negli anni ’30 grazie a G.H. Bass. Il nome deriva dall’abitudine di infilare proprio un penny in quella fessura, trasformando una moneta in un accessorio di moda. Pensiamo al penny sul giradischi, il trucco casalingo per dare peso alla puntina e far scorrere il vinile senza salti: una soluzione ingegnosa, oggi relegata ai ricordi degli appassionati. Infine, come dimenticare il lucky penny, il centesimo trovato per strada e raccolto per scaramanzia, un rito che sopravvive anche alla sua dismissione ufficiale.

UNA QUESTIONE DI COSTI

Dietro la fine del penny, però, non c’è solo nostalgia: ci sono i numeri. Nel 2024 produrre e distribuire ogni monetina è costato 3,69 centesimi, quasi quattro volte il suo valore. Un paradosso che dura da anni e che ha spinto il Tesoro a dire basta: la decisione farà risparmiare oltre 50 milioni di dollari l’anno, riducendo le perdite di “signoraggio” e i costi di metallo e logistica. Il penny moderno, infatti, non è più di rame pieno come un tempo: dal 1982 è composto per il 97,5% di zinco e solo per il 2,5% di rame, una scelta fatta per contenere le spese, ma che non ha fermato l’erosione dei margini.

La sua uscita di scena avrà anche effetti pratici. Nei pagamenti in contanti, molte transazioni verranno arrotondate al nickel (5 centesimi). Gli studi indicano che l’impatto per i consumatori sarà minimo, ma il dibattito sul “rounding tax” – il rischio di pagare sempre un po’ di più – resta aperto. Se da un lato la scomparsa del penny chiuderà un capitolo di storia, dall’altro è il contante a perdere terreno: carte, wallet digitali e pagamenti istantanei dominano il retail, e il penny, oggi, diventa un simbolo di un mondo che cambia.

DAL METALLO AL BIT…

Il nuovo anno porterà con sé un’altra verità: il futuro del denaro è digitale. Blockchain, token, stablecoin e persino le valute digitali delle banche centrali (Cbdc) oggi non sono più fantascienza, ma strumenti concreti che ridisegnano il concetto stesso di moneta. Se il penny era l’unità minima che garantiva precisione nei prezzi, oggi questo ruolo è affidato agli algoritmi. L’unità di valore non si incide più sul metallo, ma si codifica in bit. E chi teme che il nickel costi più del cent, nota che la vera efficienza arriverà riducendo l’attrito delle transazioni e la logistica del contante. Resta la memoria materiale: Lincoln sul dritto, lo Union Shield sul rovescio con le 13 strisce e il motto “E Pluribus Unum”. Sono dettagli che raccontano una storia lunga 232 anni, chiusa con l’ultimo colpo di conio nel novembre 2025. Ma il 2026 non sarà solo la fine di un simbolo, sarà l’inizio di una nuova era. Un’era in cui il tintinnio delle monete lascia spazio ai pagamenti invisibili, e in cui il valore non si misura più in peso, ma in sicurezza, velocità e inclusione.

…FACENDO TESORO DEI RICORDI

Il penny ci ha insegnato che valore nominale e valore intrinseco non coincidono sempre. Ora la sfida è tradurre quella lezione nel linguaggio del digitale. Il futuro è già qui, e il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui una piccola moneta ha ceduto il passo a un mondo di nuove opportunità.

Fonte: InvestmentWorld.it


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