GAM : Ci sono mappe che quasi nessuno osserva davvero.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Non sono le mappe dei conflitti, dei confini mobili o delle nuove rotte artiche.
Sono le mappe silenziose delle filiere tecnologiche, quelle che tracciano la produzione dei wafer, la localizzazione dei data center e dei cavi sottomarini, la distribuzione della potenza di calcolo.
È lì che si delineano i cicli economici del futuro, l’intelligenza artificiale ne sarà il motore e ci sono pochi dubbi che la Cina e i paesi emergenti avranno un ruolo da protagonisti.
Un anno fa, proprio in queste settimane, il sistema di intelligenza artificiale cinese DeepSeek, rilasciato in modalità open source e a costi dichiaratamente inferiori rispetto ai concorrenti occidentali, scosse l’ecosistema tecnologico statunitense. DeepSeek apriva di fatto la porta ad alternative di AI più economiche e rivelava un fatto nuovo: la competizione per la primazia tecnologica si stava scaldando, la Cina si stava avvicinando agli Stati Uniti.
Quel “momento Sputnik” rese evidente al mondo come il primato americano nella tecnologia avanzata diventasse contendibile, la Cina si stava impegnando in una agguerrita rincorsa che aveva radici profonde, nella svolta impressa al paese da Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta.
Deng si liberò dell’armamentario ideologico del maoismo e, con robuste dosi di pragmatismo, puntò tutto sulla modernizzazione del paese. La scommessa più grande fu sull’istruzione: vennero riabilitati professori universitari e intellettuali accusati pochi anni prima di simpatie per “l’imperialismo borghese”. Nel celebre discorso all’11° Comitato Centrale del Partito Comunista, nel dicembre 1978, Deng presentò il progetto della Cina che aveva in mente. Certo, sapeva di doversi muovere con prudenza, con piccoli passi per non scuotere il corpaccione del Partito ancora alle prese con l’ingombrante eredità di Mao, ma in quel discorso Deng parlò dell’urgenza di modernizzare il paese.
“Modernizzazione” divenne la nuova parola d’ordine che il partito cominciò a declinare in tutti i settori, agricoltura, industria, difesa e, soprattutto, nella scienza e nella tecnologia, pilastri di una strategia finalizzata a colmare il divario con le economie avanzate.
La Cina ha sorpreso il mondo, in pochi decenni è passata da economia agricola a potenza industriale e tecnologica globale, ha smentito quanti prevedevano che l’apertura economica avrebbe prodotto necessariamente libertà politiche e diritti civili: il partito ha conservato una presa ferrea sul paese senza impedirne la straordinaria crescita.
La Cina continuerà a sorprendere, l’intelligenza artificiale è il nuovo terreno di confronto.
Il momento Sputnik di DeepSeek ha mostrato che l’intelligenza artificiale non è più una questione solamente americana, è un ecosistema industriale e tecnologico globale e molti dei suoi nodi cruciali sono in Asia: produzione di chip avanzati, leadership nei segmenti della memoria, semiconduttori, componentistica critica.
Dividendo demografico e urbanizzazione costituiscono due motori della trasformazione strutturale della regione asiatica (la struttura demografica in Cina è però diversa e avversa): la regione non è più solo una piattaforma manifatturiera a basso costo, è centro di innovazione hardware e, al tempo stesso, mercato finale con una domanda interna di servizi digitali in espansione.
In questo contesto di trasformazione, è destinato a cambiare profondamente anche il tradizionale “ciclo dei chip”. La domanda si sta diffondendo trasversalmente in tutti i settori dell’economia, dall’automazione industriale basata sull’AI all’elettrificazione del settore automobilistico. Le stime sono di un fatturato complessivo nel 2026 di circa 975,5 miliardi di dollari.
Il 2026 si sta prefigurando come anno di transizione, con i grandi operatori cloud impegnati in una svolta verso gli ASIC (Application-Specific Integrated Circuit), progettati per ottimizzare i carichi di lavoro dei chip e ridurre i costi, soprattutto quelli energetici che rappresentano il principale collo di bottiglia dei data center.
Per gli investitori, l’attenzione si sposta dal “se” al “chi”: la domanda non è più se le tendenze del settore perdureranno ma chi saranno i player capaci di produrre sistemi complessi su scala globale. “L’Asia ospita i principali sviluppatori di ASIC” scrivono Rob Mumford e Ygal Sebban di GAM Investments, “le valutazioni sono sostenute dai livelli attuali in vista della crescita prevista a partire dal 2027”.
“La strategia top-down della Cina in materia di IA” scrivono ancora Rob e Ygal “colloca il Paese in una posizione favorevole a diffusione economica su larga scala e a incrementi di produttività nel lungo periodo” ma, naturalmente, resta cruciale la selezione attiva di quelle società “maggiormente capaci di coniugare gli obiettivi di redditività con quelli governativi”.
La trasformazione delle economie emergenti viene da lontano e continuerà nel tempo, un fenomeno che l’investitore disciplinato valuta nei suoi risvolti finanziari. Negli ultimi due anni gli indici azionari delle economie emergenti hanno registrato performance generose nel traino del settore tecnologico, in particolare grazie alla domanda di semiconduttori, componentistica elettronica e consumi interni in espansione.
L’Alpha e il Beta dello scorso 9 febbraio (“Milano Cortina: in gara anche le azioni europee”) commentava le opportunità offerte dal mercato azionario europeo, gli enormi flussi riversati dagli investitori sui listini del Vecchio Continente corroborano quegli argomenti. Da tempo è in corso la ricerca di alternative a Wall Street, cara, e la riallocazione dei capitali globali premia l’Europa e le economie emergenti.
La crescente rilevanza della tecnologia si riflette nella rappresentanza di mercato: il settore tecnologico nei listini emergenti rappresenta ora circa un terzo dell’indice MSCI regionale, superiore alla rappresentatività della tecnologia nell’indice azionario globale (26,5%) e decisamente superiore al 20% di vent’anni fa.
Dal punto di vista delle valutazioni, le società quotate nei listini emergenti trattano a multipli inferiori rispetto ai peer americani, a fronte di una crescita degli utili superiore e di dinamiche demografiche positive. Anche il contesto macro presenta aspetti favorevoli alle economie emergenti: la debolezza del dollaro, la diminuzione dei tassi nelle economie avanzate, i flussi in uscita dagli Stati Uniti nel ribilanciamento delle allocazioni.
Ma l’investitore disciplinato riconosce anche i rischi, l’entusiasmo sull’AI può gonfiare le valutazioni e le economie emergenti restano vulnerabili alle tensioni politiche globali e alle politiche commerciali. Le tariffe, i controlli sulle esportazioni di tecnologia avanzata, il confronto tra Stati Uniti e Cina possono comprimere la crescita delle società tech emergenti più esposte all’export.
Inoltre, le decisioni della Federal Reserve e la volatilità dei flussi di capitale possono incidere sensibilmente sul sentiment e sull’appetito per il rischio degli investitori.
In definitiva, i mercati emergenti offrono prospettive di crescita robusta nel lungo periodo ma richiedono tolleranza alla volatilità e selezione attiva. Ignorarli vorrebbe dire trascurare una parte fondamentale delle future filiere del valore: quelle mappe invisibili, eppure estremamente concrete, sulle quali si sta delineando l’economia del prossimo decennio.
Fonte: InvestmentWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it




