Benetti Carlo GAM

GAM : Aprile è il più crudele dei mesi

GAM : “Aprile è il più crudele dei mesi” scrive T.S. Eliot, “confonde memoria e desiderio”, costringe a fare i conti con ciò che germoglia: speranze, illusioni, fragilità.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Aprile non concede tregua agli investitori: sotto un cielo carico di tensioni geopolitiche, trasformazioni strutturali e mercati inquieti, riemerge la scomoda verità che non esiste più un ordine prevedibile da interpretare né una direzione unica da seguire.

Siamo entrati nel secondo trimestre, nel secondo confuso mese di guerra e lo scorso 2 aprile ha segnato il primo anniversario del “Liberation Day”: un triplice passaggio che offre lo spunto per ragionare sui primi tre mesi dell’anno, sugli effetti di un anno di dazi e sulle scelte allocative nei portafogli.

Il trimestre si è chiuso con risultati sfumati, nel complesso migliori di quanto si sarebbe potuto temere. I mercati azionari globali hanno registrato una flessione del -2,5%, un dato tutto sommato contenuto se rapportato alla portata degli eventi. In questo contesto è emerso con chiarezza che la politica ora prevale sull’economia, che l’interesse si è spostato verso le materie prime a scapito della tecnologia, la cosiddetta “fuga da New York” degli investitori ha accelerato il riorientamento dei capitali verso asset non statunitensi.

Questo movimento ha favorito l’Europa e i mercati emergenti, penalizzando al contempo il settore tecnologico e gli asset più rischiosi come le criptovalute (si veda anche L’Alpha e il Beta del 9 e del 23 febbraio 2026). Dopo il boom dei titoli legati all’intelligenza artificiale, l’inizio dell’anno ha segnato l’avvio di una più prudente rotazione settoriale.

Nelle prime settimane dell’anno, analisi e commenti si concentravano sulla cosiddetta “fuga da New York” degli investitori. Poi l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran ha cambiato radicalmente il quadro: ha scosso il mercato dell’energia e riportato l’incertezza sull’ottovolante. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, sono riemersi i timori inflazionistici e le aspettative sulla politica monetaria sono state profondamente riviste.

La chiusura del trimestre coincide con il primo anniversario del “Liberation Day”. Il 2 aprile dello scorso anno, Donald Trump si presentava nel Rose Garden della Casa Bianca con un cartello e una promessa: quel giorno sarebbe stato ricordato come l’inizio della liberazione, la fine della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni e la rinascita dell’industria nazionale.

Non si trattò soltanto di una scelta di politica commerciale. Per la prima volta gli Stati Uniti, paese dalla lunga tradizione protezionistica, hanno utilizzato i dazi come arma di coercizione sistematica contro avversari e alleati. Quel 2 aprile segna la rottura con le regole del commercio internazionale, già messe alla prova, nei fatti, dalle pratiche commerciali della Cina.

Ma il peso e il soft power americano restano di natura diversa. Da quel momento si è affermata una sorta di “liberi tutti”: le regole del WTO, gli accordi bilaterali e persino alleanze storiche perdono valore quando entrano in conflitto con gli interessi americani o, meglio, con la percezione che questa amministrazione ha degli interessi americani.

A distanza di un anno, il bilancio appare controverso. Il vero impatto dei dazi non si misura tanto nei dati del primo anno, quanto nella direzione impressa all’economia globale: meno integrata, meno cooperativa, più frammentata e, soprattutto, sempre più dominata dalla dimensione politica.

L’applicazione solo parziale dei dazi rispetto agli annunci iniziali ha evitato il peggio, l’economia globale ha retto ma, parimenti, si avvia verso una trasformazione probabilmente irreversibile: si sono ridotti gli scambi tra paesi considerati avversari, come Stati Uniti e Cina, e stanno emergendo nuove correnti commerciali. Gli accordi siglati dall’Unione Europea con Mercosur e India si inseriscono in questa riconfigurazione delle catene globali del valore.

Come osserva Martin Wolf, è una evoluzione che dimostra la straordinaria capacità adattiva del libero mercato: dazi e conflitti non hanno arrestato gli investimenti nell’innovazione digitale né la crescita della produttività. Le aziende più flessibili, ad esempio quelle del sistema industriale svizzero, hanno riorganizzato le proprie attività e aggirato le barriere commerciali con strategie e logistiche innovative: il sistema non si spezza, si adatta.

Sarebbe però un errore confondere la flessibilità con la stabilità duratura. L’economia globale continua a funzionare, ma su fondamenta più fragili: lo scenario geopolitico resta innervato da tensioni eccezionali, la cooperazione internazionale si è ridotta, le istituzioni multilaterali sono deboli e afone. Una delle “faglie sotterranee” più rilevanti è rappresentata dai livelli elevati di debito pubblico, soprattutto nelle economie avanzate, che limitano la capacità dei governi di reagire a eventuali crisi future. Un brusco crollo della fiducia nei debiti sovrani potrebbe trasformarsi in una seria fonte di instabilità sistemica.

Un filo rosso lega il Liberation Day del 2025 e gli attacchi del 28 febbraio di quest’anno: entrambi segnano, ciascuno a suo modo, la fine dell’ordine basato su regole condivise, nel commercio internazionale come nella diplomazia. Entrambi gli eventi hanno generato ondate di volatilità sui mercati finanziari.

La guerra ha innescato un nuovo shock nel mercato energetico, simile a quello del 2022 (il precedente è del 1979); la variabile chiave non è tanto l’entità dello shock, quanto la sua durata. L’aumento del prezzo del petrolio produce effetti a cascata: energia, trasporti, materie prime, supply chain, inflazione, politica monetaria e fiducia degli investimenti. Molti di questi meccanismi erano già sotto pressione, la guerra ha aggiunto un elemento di incertezza in un contesto già segnato dai conflitti in Ucraina, dai dazi, dalla frammentazione commerciale e dall’aumento dei costi della logistica.

All’inizio del secondo trimestre, lo scenario resta complesso. Sul piano politico pesano la sfida all’indipendenza della Federal Reserve, l’incertezza sulla strategia e sugli obiettivi della guerra in Iran, e i rapporti con gli alleati. Sul piano economico gravano le conseguenze dei dazi e degli stimoli fiscali sull’inflazione americana, le valutazioni di Wall Street, l’aumento del deficit federale, i dubbi sull’eccezionalismo americano e la diffidenza degli investitori.

Dazi e guerra sono i principali responsabili della volatilità e complicano il compito dei banchieri centrali. Negli Stati Uniti si è esaurito il contributo disinflazionistico dei prezzi dell’energia su base annua, e l’inflazione è destinata a salire se il conflitto in Medio Oriente non si risolverà a breve. La Federal Reserve ha sottolineato come le tensioni con l’Iran stiano spingendo al rialzo i prezzi di petrolio e benzina, aumentando i rischi inflazionistici e alimentando incertezza sulle prospettive economiche. Jerome Powell ha respinto l’ipotesi di stagflazione richiamando le condizioni attuali del mercato del lavoro, decisamente migliori rispetto agli anni Settanta. Tuttavia, i mercati ragionano per aspettative, non per definizioni e segnalano i rischi al rialzo sui prezzi e al ribasso sulla crescita, in un contesto già fragile.

Dunque, che fare? E adesso “kleiner mann”?

Lo smarrito Pinnenberg nella Germania di Weimar e l’investitore contemporaneo percepiscono la fragilità del sistema in cui vivono, la precarietà delle certezze e l’impotenza davanti a forze più grandi di loro. Ma se Pinnenberg cerca di sopravvivere alla confusione dei tempi, l’investitore ha uno strumento in più: disciplina, metodo e resilienza.

L’investitore si interroga se assisteremo all’auspicata fine della guerra o, al contrario, se l’escalation ne intensificherà la portata. In quest’ultimo scenario, sono probabili maggiore inflazione e minore crescita. Tuttavia, non si può escludere uno sviluppo più favorevole: negli Stati Uniti cresce la pressione sull’amministrazione affinché riduca al più presto il coinvolgimento militare.

Il punto però non è prevedere cosa accadrà domani, ma prepararsi a scenari molto diversi tra loro; L’Alpha e il Beta del 23 marzo scorso suggeriva alcune regole fondamentali per affrontare l’incertezza:

  1. Diversificazione intesa non come rinuncia al rendimento, ma come strumento di protezione contro l’illusione di sapere tutto.
  2. Controllo dell’emotività: le crisi geopolitiche inducono spesso ad azioni impulsive che si rivelano le più costose. È importante mantenere una quota di liquidità non per paura, ma per cogliere opportunità quando si presentano.
  3. Fedeltà al metodo di investimento: come ricordava Keynes, che fu un diavolo di investitore, i mercati possono restare irrazionali più a lungo di quanto un investitore possa rimanere solvibile.

Senza cedere alla tentazione delle previsioni, queste indicazioni aiutano a tradurre il metodo in pratica. Un portafoglio solido non è pensato per reagire all’ultimo evento, ma per resistere nel tempo.

L’idea fondamentale è, appunto, quella dell’ampia diversificazione: sulla solida base costituita dalle azioni globali si innestano strumenti che abbiano comportamenti diversi: obbligazioni, strumenti di credito, oro, immobili, strategie alternative. Le loro caratteristiche di decorrelazione sono utili per “smussare” i picchi del mercato: obbligazioni legate a eventi assicurativi, green bond legati al clima, debito finanziario europeo sotto l’investment grade, titoli garantiti da mutui statunitensi (MBS), titoli governativi a media scadenza e credito investment grade a breve termine, buoni del Tesoro e strumenti del mercato monetario.

Azioni globali: consentono la diversificazione geografica e l’alleggerimento dell’esposizione verso gli Stati Uniti: le azioni europee e i mercati emergenti offrono valutazioni comparativamente più ragionevoli. La “grande rotazione” verso asset non americani non è un capriccio tattico ma risponde a criteri fondamentali.

Obbligazioni: il loro rendimento costituisce un cuscinetto contro scenari di rallentamento economico.  La duration va gestita con attenzione e in un contesto inflazionistico la preferenza è per le scadenze più corte.

Materie prime e oro, copertura reale contro rischi reali. In un contesto di inflazione energetica e tensioni geopolitiche, una parte del portafoglio esposta a materie prime e oro svolge una funzione assicurativa. L’oro non è un bene rifugio assoluto ma gioca un ruolo come copertura contro il rischio geopolitico.

Cat Bond e strategie decorrelate: in momenti segnati dall’incertezza radicale diventa cruciale la decorrelazione; i Cat Bond, ancorati al rischio assicurativo e non al ciclo economico, offrono decorrelazione e rendimenti interessanti su orizzonti di medio termine.

Debito emergente: non è un monolite, la selezione attiva fa la differenza. Nel nuovo mondo “post-Hormuz”, i paesi esportatori netti di energia hanno guadagnato terreno rispetto ai paesi importatori, l’outlook di medio periodo resta costruttivo. Si tratta di una classe di attivo strategica, i mercati sviluppati offrono rendimenti reali bassi e bilanci pubblici in deterioramento, gli emergenti presentano rapporti debito/PIL significativamente inferiori, rendimenti reali positivi, dinamiche di inflazione più favorevoli.

Azioni emergenti: “il 2025 ha segnato l’inizio della rinascita degli emergenti” ha detto Ygal Sebban di GAM investments in un recente evento a Milano. Le azioni dei paesi emergenti beneficiano di tre forze convergenti, fattori secolari, supporto ciclico e catalizzatori tematici che le rendono una delle storie di investimento più convincenti del 2026.

La liquidità raramente è una strategia. La resistenza ad investire e tenere il risparmio sul conto corrente è una naturale reazione alla paura e all’incertezza. Ma ricordiamo come l’inflazione eroda il potere d’acquisto in modo silenzioso e inesorabile. Il rischio di non investire è un rischio come tutti gli altri, non sembra tale perché non appare nei rendiconti.

“Gli investimenti alternativi possono offrire un’ulteriore, più specializzata diversificazione“ scrive Julian Howard di GAM Investments, “la combinazione di tutti questi elementi offre ai portafogli il potenziale per partecipare alla crescita di lungo periodo dei mercati azionari, mitigando al contempo la volatilità”.

In definitiva, l’investitore non può permettersi vacui esercizi previsivi, deve accettare la complessità e costruire portafogli capaci di attraversarla. Diversificazione, disciplina, coerenza sono strumenti concreti per navigare un mondo in cui gli shock non sono più eccezioni ma parte integrante del paesaggio.

Aprile non è solo crudele, è rivelatore, svela i limiti delle narrazioni semplici e impone un cambio di prospettiva.

Fonte: InvestmentWorld.it


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