GAM : L’Europa si trova nel mezzo di un terremoto globale.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Quattro faglie diverse e simultanee interagiscono tra loro potenziando l’instabilità: la guerra in Ucraina, la rivalità tra Stati Uniti e Cina, l’instabilità nel Medio Oriente e la sorprendente trasformazione della postura americana verso l’Europa. Gli esperti parlano di “policrisi”, una condizione in cui diverse fonti di instabilità si intrecciano e si amplificano reciprocamente.
La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto armato nel cuore del Vecchio Continente, la rivalità tra Stati Uniti e Cina sta ridefinendo commercio, tecnologia e catene del valore globali; il Medio Oriente continua a essere in una condizione di crisi permanente: lo Stretto di Hormuz, il Libano, il Sahel, il Ciad e l’intero Nord Africa sono aree di instabilità e di competizione strategica. In ultimo, la nuova postura internazionale degli Stati Uniti, meno disposti a garantire automaticamente sicurezza agli alleati europei.
Tutto questo accelera l’avanzamento dell’Unione Europea verso un cambio di paradigma. Per decenni il nostro modello di crescita si è fondato su energia a basso costo, globalizzazione efficiente e traino delle esportazioni, soprattutto verso la Cina. Quel modello è finito, la nuova fase richiede intelligenza politica, coordinamento e massicci investimenti in sicurezza, infrastrutture, energia e domanda interna.
L’idea di sicurezza supera naturalmente la dimensione militare benché stiano aumentando anche gli investimenti in difesa (Emmanuel Macron ha definito l’Europa “erbivora” circondata da “carnivori”).
I piani di investimento riguardano la sicurezza energetica, la cybersicurezza, le infrastrutture digitali, l’accesso alle materie prime critiche e la resilienza delle catene di approvvigionamento, fragilità emerse con forza durante la crisi pandemica del 2020.
Secondo Attilio Geroni, analista geopolitico e già capo della redazione esteri del Sole 24 Ore, l’ultimo grande slancio politico dell’Unione Europea, il suo vero “last hurrah”, è stato il Next Generation EU: un passaggio storico segnato da investimenti comuni, dalla sospensione di storici tabù fiscali e, soprattutto, dall’emissione di debito europeo condiviso.
La “policrisi” che oggi attraversa l’Europa rappresenta forse l’ultima occasione per completare la trasformazione dell’Unione: da semplice area monetaria e commerciale a potenza geopolitica, capace di agire con coesione strategica di fronte alle sfide sistemiche del nostro tempo.
Sono almeno tre le linee strategiche di questo percorso.
La prima è il ritorno della difesa al centro del progetto europeo. Dopo decenni di sostanziale delega agli Stati Uniti, l’Unione Europea è costretta a confrontarsi con una dimensione che sembrava relegata al passato. A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e a oltre settant’anni dalla Dichiarazione Schuman, nelle città ucraine tornano a riecheggiare i sinistri ululati delle sirene antiaeree. La guerra è tornata nel continente e con essa la consapevolezza che la sicurezza europea non possa più essere data per scontata. I governi nazionali aumentano le spese militari e la Commissione europea parla apertamente di “ReArm Europe”, segnando un cambio di passo impensabile fino a pochi anni fa.
La seconda linea strategica riguarda la competitività industriale. Il Rapporto Draghi è stato un brusco risveglio per Bruxelles, ha messo nero su bianco il ritardo accumulato dall’Europa nei confronti di Stati Uniti e Cina: senza un ritorno massiccio agli investimenti nella capacità produttiva, nell’energia e nelle tecnologie avanzate, l’Unione rischia un lento, progressivo declino economico e politico.
Le cifre indicate nel Rapporto sono imponenti: tra i 750 e gli 800 miliardi di euro all’anno necessari per sostenere innovazione, difesa, infrastrutture e transizione energetica. In questo contesto, il debito comune europeo, sul modello del Next Generation EU, torna al centro del dibattito come strumento indispensabile per finanziare progetti strategici continentali e ridurre le dipendenze energetiche esterne.
La terza linea strategica riguarda invece la geopolitica delle catene di approvvigionamento e delle infrastrutture. Attraverso il programma Global Gateway, Bruxelles tenta di costruire un’alternativa europea alla Belt and Road Initiative cinese, mobilitando fino a 300 miliardi di euro per investimenti in corridoi logistici, reti energetiche, cavi sottomarini, materie prime critiche e infrastrutture digitali.
L’obiettivo è duplice: garantire catene di approvvigionamento più sicure e resilienti e preservare, al tempo stesso, la capacità di influenza politica europea in aree strategiche come l’Africa e il Medio Oriente.
Il Rapporto Draghi è una lunga, documentata esortazione ai governi europei a tornare protagonisti nell’innovazione, a ricostruire una capacità industriale competitiva nei settori strategici dell’energia, della tecnologia e della difesa. L’idea di fondo è che l’Europa non si limiti alla regolamentazione, pur necessaria, ma recuperi la capacità di produrre, investire e competere su scala globale.
Gli ostacoli sono enormi. L’Unione continua a essere frenata dalla lentezza decisionale, provocata dal principio dell’unanimità, dalla necessità di trovare sempre punti di equilibrio tra interessi nazionali divergenti. Nel frattempo, nel Sahel e in diverse aree dell’Africa l’influenza europea arretra a vantaggio di Russia e Cina.
Le trasformazioni in atto riguardano anche i mercati finanziari e gli investitori.
Negli anni Dieci era sufficiente acquistare tecnologia americana per ottenere performance lusinghiere. Oggi non è più così semplice. L’economia digitale non ha eliminato la vecchia economia materiale, ne ha anzi aumentato la rilevanza. L’intelligenza artificiale richiede enormi quantità di energia elettrica, data center, semiconduttori, reti, infrastrutture fisiche. Dietro il software ci sono turbine, oleodotti, cantieri, filiere industriali.
Forse questo è il grande paradosso di questo tempo: più il mondo diventa digitale, più aumenta il valore delle cose fisiche, ogni avanzamento dell’intelligenza artificiale implica una crescita della domanda di elettricità e capacità computazionale.
È svanita l’illusione di una globalizzazione pacificata fondata su catene produttive “just-in-time”, energia a basso costo e progressiva irrilevanza dell’industria pesante. I temi sono ben noti: sicurezza energetica, autonomia industriale, infrastrutture strategiche. Nei temi di investimento gli investitori hanno sempre trovato opportunità di diversificazione e le trasformazioni come quelle in atto sono fortemente tematiche, vediamo con ordine, cominciando dalla difesa.
La recente debolezza dei titoli europei del settore difesa è stata sorprendente. Probabilmente è riconducibile alla tempistica degli investimenti: a differenza degli investimenti in AI, spiegano i colleghi del team azionario europeo, le decisioni nel settore della difesa hanno tempi lunghi. La domanda si concretizza attraverso decisioni di “procurement” discrete, spesso soggette a lunghi processi politici e amministrativi, “visibile a livello aggregato, ma discontinua nell’esecuzione”.
In ogni caso, gli investimenti nel settore sono destinati ad aumentare con implicazioni ramificate nelle questioni militari, industriali, tecnologiche e produttive, comprendono la cybersicurezza, i satelliti, la componentistica elettronica. È però un settore particolarmente sensibile e sono perciò necessari catalizzatori politici: coordinamento dei programmi di spesa e maggiore integrazione tra gli Stati nazionali.
La transizione energetica si sta rivelando più complessa di quanto si immaginasse appena un decennio fa, quando lo stigma colpiva tutto ciò che fosse legato ai combustibili fossili e il capitale si orientava prevalentemente verso settori ritenuti più coerenti con i criteri ESG. Oggi appare invece evidente che la trasformazione del sistema energetico richiederà tempi lunghi e ingenti investimenti, e che trascurare la capacità produttiva esistente rischia di rendere l’intero sistema più fragile e vulnerabile agli shock geopolitici.
In GAM Investments definiamo questa fase “Nuovo Ordine Energetico”: uno scenario in cui convivono aziende legate ai combustibili fossili, società attive nelle energie rinnovabili e operatori del comparto “Oilfield Services”, cioè quelle imprese che forniscono tecnologie, attrezzature e servizi specializzati per l’esplorazione, la trivellazione, la produzione e la manutenzione dei pozzi di petrolio e gas naturale.
Di fronte alla complessità di questo nuovo ecosistema energetico, e agli enormi investimenti necessari per sostenerlo, i mercati stanno adottando un approccio sempre più pragmatico e meno ideologico rispetto alle diverse fonti di approvvigionamento. La priorità non è più soltanto la sostenibilità della produzione energetica, ma anche la sicurezza, la resilienza e la continuità dell’offerta.
Gli investimenti nell’intelligenza artificiale rappresentano probabilmente il più grande ciclo di spesa in conto capitale (capex) degli ultimi decenni, “un ciclo di investimenti con visibilità pluriennale” osserva Tom O’Hara di GAM Investments “negli ultimi anni non sono mancati momenti di scetticismo da parte dei mercati sulla sostenibilità degli enormi impegni finanziari assunti dagli hyperscaler, dalla correzione dell’estate 2024 fino al caso DeepSeek a inizio 2025 ma, ogni volta, i gestori hanno continuato a confermare la propria fiducia nella traiettoria di lungo periodo dell’AI”.
Proprio le dimensioni straordinarie di questi investimenti stanno però cambiando il focus del mercato: l’attenzione si sposta progressivamente dai volumi di spesa alla capacità, e alla velocità, con cui tali investimenti riusciranno a tradursi in utili sostenibili.
L’intelligenza artificiale rappresenta una sfida strategica anche per l’Europa. Considerata la sua tradizione manifatturiera, è probabile che una parte decisiva dello sviluppo digitale europeo passi attraverso l’adozione su larga scala della robotica avanzata e dei robot umanoidi. I potenziali guadagni in termini di produttività e margini appaiono enormi: secondo i colleghi del team “azionario Europa” di GAM Investments, potrebbero beneficiarne in particolare settori come l’aerospazio civile, la filiera automobilistica e, più in generale, i grandi conglomerati industriali ad alta intensità di lavoro. Gli stessi analisti sottolineano inoltre come un forte incremento dei volumi produttivi potrebbe favorire in misura sproporzionata i fornitori hardware rispetto agli abilitatori software dell’AI.
La vera novità del 2026 è forse la fine dell’illusione della leggerezza economica. Dopo un decennio dominato da tassi d’interesse prossimi allo zero, economia digitale e globalizzazione senza attriti, il capitale torna ad avere una dimensione “pesante”, materiale. Energia, reti, infrastrutture, manifattura e capacità produttiva riconquistano un ruolo centrale nelle strategie economiche e geopolitiche.
Il grande paradosso dell’era dell’intelligenza artificiale è proprio questo: più il mondo diventa digitale, più aumenta il valore delle infrastrutture fisiche. Transizione ecologica, sicurezza energetica e politica industriale non sono più ambiti separati, ma dimensioni profondamente intrecciate. Non esiste autonomia strategica senza energia, così come non può esserci sviluppo dell’AI senza reti, data center e infrastrutture avanzate.
Fonte: InvestmentWorld.it
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