GAM : Il solstizio d’estate, giorno più lungo dell’anno, segna un momento di equilibrio e di svolta.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Il Sole che raggiunge il culmine del proprio percorso nel cielo, la massima declinazione rispetto all’equatore terrestre, è uno dei fenomeni astronomici che più hanno affascinato le civiltà del passato. Crocevia tra osservazione scientifica e immaginario simbolico, la notte del solstizio occupa un posto speciale nell’astronomia come nella sua nemesi in paillettes, l’astrologia.
Il fascino del solstizio ispirò a Shakespeare una delle sue commedie più enigmatiche e fantasiose. Il Sogno di una notte di mezza estate è ambientato in un mondo dove il confine tra realtà e illusione si fa incerto, le storie amorose dei protagonisti si intrecciano con il mondo fantastico delle leggende. Il genio di Shakespeare mescola la realtà con i turbamenti onirici del mondo incantato, la magia nella notte del solstizio confonde, i protagonisti si ritrovano in boschi abitati da fauni, fate, folletti. I desideri cambiano forma, il mattino successivo tutto appare diverso.
Nell’incanto magico del solstizio d’estate c’è anche qualcosa di finanziario.
Gli investitori sanno bene cosa significhi nutrire aspettative e ritrovarsi impotenti di fronte a un cambiamento improvviso della narrazione che si era immaginata e desiderata, il mercato crea di continuo storie, incantesimi e disillusioni. Come accade al termine della notte incantata di Shakespeare, arriva il momento in cui occorre distinguere ciò che appartiene alla realtà e ciò che apparteneva alla dimensione onirica.
Più prosaicamente, la metà dell’anno rappresenta uno di questi momenti, un’occasione per valutare il tratto di strada compiuto e interrogarsi sul percorso ancora da compiere.
Nei primi sei mesi dell’anno, il palcoscenico della politica internazionale ha continuato a mostrare un mondo frammentato, attraversato da tensioni geopolitiche e crescente incertezza. I mercati hanno però seguito una trama diversa: come nel Sogno shakesperiano, la percezione è sembrata scollegata dalla realtà. L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale, la corsa alle infrastrutture digitali e la straordinaria capacità di generare cassa delle grandi società tecnologiche hanno alimentato una narrazione di crescita che ha prevalso sulle inquietudini provenienti dal contesto politico ed economico globale.
Ma “quanto potrà durare questo mercato rialzista?” si chiedeva il Financial Times qualche giorno fa, la fase positiva del mercato è in corso dalla fine della crisi finanziaria scrive l’editorialista, “nonostante nel 2022 e durante la pandemia si siano verificati brevi periodi di flessione”.
Le valutazioni di Wall Street sono elevate eppure, se messe in relazione alla loro storia, non sono particolarmente tirate: durante la bolla delle dot-com avevano raggiunto quota 30x, nel 2020 erano arrivate a 28x, oggi si attestano sui livelli prossimi a 22x.
In ogni caso, le valutazioni elevate non sono mai, di per sé, causa delle inversioni, si tratta di condizione necessaria ma non sufficiente, “nel mondo reale non sappiamo mai quando una storia è finita” scrive Shiller mentre, per Kindleberger, è necessario un “fattore ignoto” per cambiare la direzione dei mercati, una sorta di “clinamen”, l’atomo di Epicuro e Lucrezio che cambiando traiettoria modifica la realtà in modo imprevedibile.
Nel primo semestre i portafogli hanno beneficiato della forza delle grandi storie collettive, il secondo semestre potrebbe richiedere qualcosa di diverso.
La domanda del Financial Times, quanto durerà il mercato rialzista, si inserisce in un quadro di interrogativi più ampio: quale sarà la dinamica dell’inflazione? Come reagiranno le banche centrali? E soprattutto: gli utili delle società legate all’intelligenza artificiale saranno sufficienti a sostenere valutazioni che continuano a spingersi verso nuovi massimi? Una questione assai rilevante riguarda la concentrazione: il mercato è destinato a rimanere concentrato nelle mani di pochi leader o inizierà finalmente ad allargare le performance a un gruppo più ampio di “winner”?
I portafogli restano mediamente molto esposti ai temi della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione, fenomeni che continuano a presentare solide prospettive di crescita. Eppure, la concentrazione degli investimenti aumenta la vulnerabilità a eventuali revisioni delle aspettative sugli utili, a cambiamenti normativi o a semplici prese di profitto. Quando una sola narrativa domina la scena, il rischio non è che sia sbagliata ma che diventi troppo affollata, le valutazioni incorporano aspettative sempre più elevate e resta poco spazio alle sorprese positive.
Per la seconda metà dell’anno sono almeno tre le condizioni da tenere d’occhio:
- l’evoluzione del quadro geopolitico; la questione rilevante sarà la tenuta dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, il ripristino della circolazione nello Stretto di Hormuz e il prezzo del petrolio ragionevolmente stabile ai livelli attuali;
- le decisioni delle banche centrali; Warsh ha positivamente sorpreso i mercati con la sua determinazione a contrastare l’inflazione ma gli analisti dovranno fare i conti con il nuovo registro comunicativo delle banche centrali: sia Kevin Warsh che Christine Lagarde hanno dichiarato la fine della “forward guidance” che, dal 2009, è stata uno strumento per orientare e stabilizzare le aspettative. Scompare il futuro, gli operatori saranno alle prese con una comunicazione parca di parole (vedi L’Alpha e il Beta del 22 giugno scorso “Era Warsh”);
- la capacità delle imprese di confermare le attese sugli utili, fino ad oggi uno dei maggiori fattori di sostegno ai listini; gli investitori continueranno a chiedere tangibili evidenze di utili che giustifichino queste valutazioni. Fino a quando i dati macro non mostreranno un significativo deterioramento, il contesto resterà compatibile con il favore agli asset rischiosi.
Per la seconda metà del 2026, l’assenza di aumenti dei tassi di interesse di entità tale da mettere a rischio gli utili aziendali e l’assenza di un brusco peggioramento dei dati macroeconomici, dovrebbero continuare a fornire un supporto. A queste considerazioni verghiamo una glossa a margine, relativa alla politica americana: il presidente Trump ha indici di gradimento bassi e, in vista dell’appuntamento delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, cercherà di assecondare performance positive a Wall Street.
La selettività conterà un po’ di più, il nuovo semestre sarà sotto il segno della diversificazione, ascendente gestione attiva.
Parafrasando l’amico Paolo Legrenzi, diversificare non significa rinunciare alle proprie convinzioni, vuol dire riconoscere che il futuro possieda più strade di quante ne immaginiamo, che gli esiti di qualsiasi scenario siano molteplici e imprevedibili.
Nella diversificazione del portafoglio azionario c’è spazio anche per il settore del lusso, nel quale la gestione attiva e la selezione sono strumenti decisivi a fronte di una ampia dispersione di modelli di business e risultati.
ll settore del lusso presenta driver di crescita profondamente diversi rispetto a quelli che sostengono i titoli tecnologici; alla base vi sono la progressiva espansione della ricchezza nelle economie emergenti, il ritorno del consumatore cinese e una domanda strutturale di beni esclusivi che tende a rafforzarsi nel lungo periodo.
Negli ultimi mesi, tuttavia, molti marchi hanno attraversato fasi di consolidamento, penalizzati dal rallentamento della domanda in Cina, dalle incertezze legate ai dazi e da valutazioni che scontavano aspettative elevate. Nonostante questo, le grandi maison continuano a presentare caratteristiche distintive difficilmente replicabili: brand globali consolidati, un elevato potere di determinazione dei prezzi e una clientela ad alto reddito, meno sensibile ai cicli economici.
Ci sono segnali che sembrano aprire la strada alla “piena normalizzazione dei trend di crescita organica”, scrive Flavio Cereda di GAM Investments, prospettiva che “presuppone il mantenimento dello slancio del cluster dei consumatori cinesi e la resilienza del cluster statunitense, nonostante gli inevitabili aumenti dei prezzi post-dazi”.
Per un investitore, il lusso rappresenta qualcosa di diverso rispetto alla tecnologia: non ci sono rivoluzioni fatte su algoritmi e neppure crescite sibaritiche. Al contrario, il settore del lusso offre una esposizione alle emozioni più antiche, radicate nella profondità della natura umana: il desiderio umano di qualità, status, bellezza. In un portafoglio diversificato è una differenza che ha valore.
Diversificare una quota del portafoglio verso il lusso non significa rinunciare al tema dell’innovazione, aiuta semmai a ridurre la dipendenza da un’unica narrativa. Ampliare la diversificazione con settori caratterizzati da modelli di business differenti e da fonti di crescita autonome contribuisce a migliorare il profilo rischio-rendimento complessivo del portafoglio. Il lusso diventa un elemento complementare e coerente in una equilibrata strategia di investimento.
Il solstizio ricorda agli investitori una lezione semplice eppure mai compiutamente appresa, quando la luce è al suo massimo splendore, il cambiamento è già iniziato. Prima però di annunciare l’esaurimento del mercato rialzista, teniamo d’occhio l’entità degli aumenti dei tassi di interesse, che non sia tale da piegare gli utili aziendali.
Il mercato è ancora guidato dalle aspettative sull’intelligenza artificiale, probabilmente non siamo ancora al termine di questa lunga fase positiva ma, come sempre, nessuno può saperlo davvero e solo il tempo, insieme alla diversificazione, accompagna l’investitore attraverso ciò che non si può prevedere.
Fonte: InvestmentWorld.it
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