GAM : L’estate sta finendo, cantava qualcuno. Per quanto non ancora terminata, la fine di agosto segna il confine tra l’indolenza vacanziera e il ritorno alle responsabilità.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
A dispetto della cattiva reputazione nella storia dei mercati finanziari (lo ricordavamo nell’Alpha e il Beta del 20 luglio scorso), questo agosto è trascorso senza scossoni, l’“eclissi della nostra vita” non ha prodotto effetti millenaristici, semmai ci sono state alcune sorprese.
La prima riguarda il debito pubblico degli Stati Uniti. Il superamento della soglia dei quarantamila miliardi di dollari rappresenta non soltanto un record storico, è un campanello d’allarme che i mercati non sembrano più disposti a ignorare. I bond vigilantes, investitori obbligazionari che valutano e “sanzionano” le politiche fiscali dei governi chiedendo maggiori remunerazioni sul debito che sottoscrivono, iniziano a chiedere anche agli Stati Uniti un premio per il rischio fiscale. Nella Grande Trasformazione che sta ridefinendo gli equilibri economici globali, viene messo in discussione lo storico “esorbitante privilegio” del dollaro e degli Stati Uniti. L’idea che Washington possa accumulare debito senza conseguenze appare sempre meno scontata: forse si sta avviando al tramonto l’epoca dell’accumulazione di debito senza pagare pegno.
Tra i molti primati per cui Trump verrà ricordato ci sarà dunque anche il livello record del debito, diventato grande ma non “in grado di badare a sé stesso” (copyright Ronald Reagan). Il dubbio merito va però condiviso con chi lo ha preceduto, Barack Obama e Joe Biden hanno a loro volta contribuito ad accrescere il peso dell’indebitamento federale. È altrettanto vero che l’amministrazione Trump non abbia fatto nulla per invertire la tendenza. La legge di bilancio del 2025 era certamente “Big”, ma si è rivelata molto poco “Beautiful”, gli Stati Uniti non potevano permettersi un’espansione fiscale di quella portata, scrivevamo nel settembre scorso. Nei primi due anni del secondo mandato di Trump, il debito federale è aumentato di quasi quattromila miliardi di dollari, alimentato dalla crescita della spesa per la difesa, dal rinnovo dei tagli fiscali e dall’aumento degli interessi da corrispondere sul debito.
La seconda sorpresa dell’estate è stata l’iniziativa del Tesoro americano di acquisto dei propri titoli. L’obiettivo della manovra era alleggerire la pressione delle vendite, frenare la crescita dei rendimenti e, in questo modo, contenere il costo del finanziamento sia per il debito pubblico che per l’intera economia. In una prima fase il mercato ha reagito come auspicato, con una flessione dei rendimenti sulle scadenze più lunghe. L’effetto è stato tuttavia temporaneo, la mossa ha esacerbato la diffidenza degli operatori e i tassi hanno ripreso a salire, “i governi che difendono i prezzi a dispetto dei fondamentali perdono sempre”, ha scritto Stan Druckenmiller sul Wall Street Journal. Per ridurre in modo duraturo i rendimenti a lungo termine gli interventi tecnici non servono, sono necessarie credibili politiche fiscali che intervengano sul deficit e stabilizzino la dinamica del debito, in termini assoluti e in relazione al Pil.
Esiste anche una lettura degli eventi più ottimistica. Per oltre un decennio i rendimenti obbligazionari sono stati compressi artificialmente dalle banche centrali. La progressiva uscita dai regimi di misure non convenzionali avrebbe riportato i tassi su livelli più coerenti con i fondamentali economici. In questa prospettiva, i rendimenti più elevati riflettono un contesto nel quale gli utili societari alimentano le aspettative di crescita nel lungo periodo, sostenuta dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.
Non mancano crepe anche in questo scenario: nel comparto del credito che finanzia l’espansione dell’intelligenza artificiale iniziano a emergere segnali di tensione. Inoltre, il rischio più insidioso è quello di scambiare per strutturale un fenomeno che potrebbe essere soltanto ciclico: una crescita straordinaria tende spesso a essere proiettata nel futuro con eccessiva sicurezza, fino a quando ci pensa la realtà a ridimensionare le aspettative.
La ripresa dopo le vacanze presenta una agenda della politica internazionale complessa, superiore alla statura media delle leadership politiche. Nello scenario politico ed economico globale si intersecano le questioni delle guerre in corso, le pressioni inflazionistiche, la frammentazione dei mercati, la “faglia di Sant’Andrea” della sostenibilità dei debiti pubblici (che mette a rischio eventuali future manovre anticicliche), il nuovo ruolo delle grandi aziende tech, le difficoltà dei governi nel reggere la pressione di movimenti politici che flirtano con il nazionalismo, il suprematismo, la xenofobia.
Accade periodicamente che si verifichino, tutte insieme, tensioni economiche, conflitti, cambiamenti tecnologici e fragilità politiche; la storia non procede secondo schemi deterministici, i grandi cicli delle civiltà ricordano quelli degli organismi viventi: nascono, raggiungono la maturità, entrano in declino e, alla fine, scompaiono. È la tesi sviluppata con straordinaria lucidità da Oswald Spengler ne “Il tramonto dell’Occidente”, un testo che esercitò una profonda influenza sulla borghesia e sugli ambienti intellettuali tedeschi negli anni del Primo Dopoguerra (vedi L’Alpha e il Beta dell’8 settembre 2025).
Secondo il filosofo tedesco, il declino della civiltà occidentale comincia alla fine del XIX secolo, quando l’economia e il denaro iniziano a prevalere sulla politica e il progresso tecnologico, divenuto fine a sé stesso, smette di offrire un orizzonte di significato. Sono dinamiche che sembrano riemergere con forza nel nostro tempo. L’entusiasmo pionieristico della Silicon Valley, quello sintetizzato dall’idea di “rendere il mondo un posto migliore”, è stato superato dall’ascesa di leader tecnologici che non si accontentano dei profitti ma aspirano apertamente a influenzare la politica e avere un ruolo negli equilibri di potere.
In questo contesto di equilibri periclitanti, si pone la questione centrale per l’investitore: nel prossimo futuro potremo valutare se il rialzo dei rendimenti obbligazionari sia il riflesso di una crescita economica sana e sostenibile oppure se, al contrario, avranno avuto ragione i bond vigilantes e le loro preoccupazioni su un’inflazione persistente e livelli di debito pubblico sempre meno sostenibili.
Per gli investitori il problema resta sempre il medesimo, prendere decisioni oggi senza avere idea di cosa potrà accadere domani. Una sorpresa di agosto dolorosa è stata la morte di Francesco Guccini, tra i grandi della canzone italiana, attento osservatore della condizione umana, interprete del tempo che passa, delle occasioni mancate e delle scelte colte all’ultimo istante.
“Bisogna saper scegliere in tempo”, canta in Eskimo, una riflessione esistenziale che è anche una regola finanziaria che torna particolarmente utile in questi giorni sospesi tra l’indolenza dell’estate e l’entusiasmo energetico della ripresa, con i risparmiatori alle prese con le medesime esitazioni e con gli stessi dubbi di sempre. Versi che raccontano una verità semplice quanto universale: il tempo non aspetta, le decisioni rinviate finiscono spesso per essere decisioni prese dagli eventi (“… non arrivarci per contrarietà” prosegue infatti il testo della canzone).
Il ritorno dalle vacanze offre una buona occasione per ripassare, brevemente, alcune regole fondamentali di comportamento finanziario. Le raccomandazioni su ciò che è meglio “non fare” sono, il più delle volte, controintuitive: proprio per questo un ripasso non fa male.
Diversificazione e adeguati orizzonti temporali sono le colonne portanti dell’attività di investimento: questa newsletter e le Lezioni “I Soldi in testa” del professor Paolo Legrenzi ne hanno scritto più volte. Diversificazione e pazienza rappresentano gli antidoti più efficaci all’incertezza. La complessità suggerisce al risparmiatore di adottare lo stesso atteggiamento del buon tennista amatoriale: controllare il gioco, evitare di assumere rischi eccessivi e, soprattutto, cercare di non perdere punti (vedi L’Alpha e il Beta del 1° agosto 2021, “Vince chi sbaglia meno”).
Una seconda raccomandazione è quella di evitare di controllare troppo di frequente le posizioni in portafoglio. Confrontare spesso i risultati con l’andamento dei mercati nel breve periodo alimenta inquietudine e può indurre a decisioni che, nel lungo termine, si rivelano sbagliate. È un consiglio controintuitivo, ma può essere seguito tenendo a mente il vero obiettivo del risparmio: non vincere la gara con gli indici, bensì costruire con pazienza le condizioni per la serenità finanziaria nel tempo. A questo proposito, l’amico Paolo Legrenzi ha sviluppato nelle sue Lezioni il concetto di “presente esteso”: un atteggiamento mentale ed emotivo che invita ad allargare l’orizzonte del “qui e ora” mettendolo in relazione con il passato e proiettandolo nel futuro. Un modo per sottrarsi alla tirannia del momento e ridurre il rischio che siano l’emotività e l’ansia del presente a guidare decisioni destinate ad avere conseguenze nel lungo periodo.
Ultimo consiglio: stare alla larga dalle previsioni. “Nessun croupier si sogna di prevedere dove si fermerà la pallina”, scriveva un arguto operatore di Wall Street degli anni Trenta. “Il suo lavoro è controllare la regolarità delle scommesse e saldare le poste”. Eppure, aggiungeva, è difficile trovare a Wall Street qualcuno disposto a limitarsi a fare il croupier.
Un’ultima sorpresa agostana è stata nel mercato del lavoro negli Stati Uniti: i 162.000 nuovi posti di lavoro creati hanno ampiamente superato le attese aumentando la pressione sulla Federal Reserve. Subito dopo, però, il presidente Trump è tornato a chiedere un taglio dei tassi: “un Paese forte vuol dire che ha un tasso d’interesse basso: ha un migliore merito creditizio” ha scritto a caratteri maiuscoli sul suo social.
Diventa difficile prevedere cosa farà la Fed a metà settembre. La sua funzione di reazione appare oggi più frammentata e imprevedibile, per almeno tre ragioni:
- perdita di coesione tra i membri del comitato che governa i tassi: i membri si dividono tra gli ortodossi la cui funzione di reazione è guidata dai dati, pensano che le politiche tariffarie creino spinte inflazionistiche e che quindi i tassi vadano mantenuti alti, i membri nominati da Trump (come Stephen Miran), mostrano invece una funzione di reazione strutturalmente orientata al ribasso, sono più sensibili alle richieste della Casa Bianca;
- rischio politico e prezzo dell’indipendenza: è la nuova variabile nella funzione di reazione, le pressioni del presidente si fanno minacciose, i membri del Comitato dovranno tenerne conto al pari dei dati economici, valutare se una decisione “ortodossa” possa esser causa di una crisi istituzionale o di ritorsioni economiche da parte dell’esecutivo;
- distorsione dei canali di trasmissione: i mercati finanziari sanno che Trump spinge per avere tassi bassi. Per quanto i membri del FOMC tentino di ignorare le “esortazioni” presidenziali, queste modificano le aspettative dei mercati, la Fed si trova quindi a dover reagire ai dati economici e alle distorsioni di mercato causate dalla retorica politica.
La funzione di reazione della più importante banca centrale del mondo sembra dunque instabile e politicizzata: ogni membro del FOMC peserà il trade-off tra rigore monetario e pressioni politiche in modo differente, aumentando radicalmente l’incertezza.
Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà: in un contesto simile, diminuire l’esposizione al mercato americano e al settore tecnologico a favore dei mercati europei ed emergenti non significa negare la forza della “Costante di Siegel”, che sostiene la superiorità dell’investimento azionario nel lungo periodo. Tuttavia, alla luce delle attuali valutazioni, le aspettative di rendimento futuro vanno necessariamente ridimensionate, la diversificazione deve estendersi a classi di attivo decorrelate, capaci di offrire fonti alternative di rendimento e una maggiore resilienza del portafoglio.
Torneremo a parlarne nelle prossime settimane, buona ripresa a tutte e a tutti.
Fonte: InvestmentWorld.it
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