L’inflazione in breve: area euro

Nell’area euro l’inflazione potrebbe salire di qualche decimo nei prossimi mesi, restando comunque anche a fine anno sotto della soglia del 2% a/a….


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Nel mese di giugno l’indice dei prezzi al consumo nell’area euro ha rallentato a 1,4% a/a dall’1,6% a/a di maggio. L’indice core (al netto di alimentari freschi ed energia) è rimasto su livelli moderati (a 0,9% a/a, in rialzo di un decimo rispetto al mese precedente). La componente energetica ha, infatti, contribuito negativamente all’indice generale, con un calo su base mensile di -0,4% m/m. A spingere verso il basso i prezzi nel mese sono stati i settori abbigliamento, trasporti e comunicazioni, mentre le maggiori pressioni verso l’alto sono venute da alcool e tabacco e alberghi e ristorazione. Tra le grandi economie dell’area euro, al di sopra della media si collocano Francia (1,7% a/a), Italia e Spagna (1,5% a/a). Si conferma assai più contenuta la dinamica dei prezzi in Germania (0,8% a/a). Per quanto riguarda i paesi minori, da notare che l’unico paese in deflazione è l’Irlanda (-2% a/a), mentre il paese con la crescita dei prezzi più elevata è la Grecia (+5,2% a/a), a causa dei forti aumenti di IVA e accise.
Per i prossimi mesi i rischi al rialzo sull’inflazione vengono da: 1) le pressioni a monte della catena produttiva derivanti dai rialzi dei prezzi delle materie prime (l’indice PMI dei prezzi pagati dall’industria, tornato sui massimi storici a maggio, segnala rischi al rialzo sull’evoluzione dei prezzi alla produzione); 2) l’aumento dei prezzi delle importazioni dovuto al tasso di cambio dell’euro che, pur in recupero nelle ultime settimane, resta storicamente debole; 3) i ritocchi al rialzo sui prezzi amministrati, visto che le manovre correttive adottate in alcuni paesi hanno previsto aumenti dell’IVA o delle tariffe.
Tuttavia, tali pressioni restano unicamente di natura esogena, mentre sulle componenti “core” dell’indice restano prevalenti, a nostro avviso, le spinte al ribasso. Il costo del lavoro (la principale voce di costo per le imprese) è frenato da una disoccupazione che continua ad aumentare e che impiegherà ancora diversi mesi prima di svoltare (ciò si traduce in un limitato potere contrattuale per i lavoratori); inoltre, i tagli ai salari nel settore pubblico avranno un effetto indiretto anche sui salari del settore privato. Durante la crisi si è creato un output gap talmente ampio che occorreranno anni per colmarlo, nei quali potrebbe permanere un eccesso di offerta. Infatti, la domanda domestica rimane assai debole, in particolare quella delle famiglie (mentre gli investimenti delle imprese, trainati dall’export, stanno già mostrando un rafforzamento).
In sintesi, nel nostro scenario centrale l’inflazione potrebbe salire di qualche decimo nei prossimi mesi, restando comunque anche a fine anno al di sotto della soglia del 2% a/a. Stimiamo invece un CPI core circa stabile in un intorno dell’1% a/a, con qualche rischio verso il basso.

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