L’economia Usa è cresciuta del 2,1% nel terzo trimestre del 2015, più di quanto indicato dal dato preliminare, consolidando per la Fed gli spazi per procedere ad un rialzo dei tassi già in dicembre. La….
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Monte dei Paschi di Siena
crescita del Pil Usa si è attestata in seconda lettura a un +2,1% annualizzato annuo, in linea con le attese, rispetto al +1,5% preliminare diffuso il mese scorso. Secondo i dati del dipartimento del Commercio, la riduzione dell’eccesso di scorte si è svolta in maniera meno aggressiva di quanto inizialmente stimato. Al miglioramento del dato di crescita ha contribuito anche la revisione al rialzo della spesa per macchinari delle imprese e degli investimenti nell’edilizia residenziale; nonostante una lieve revisione al ribasso, l’andamento dei consumi rimane brillante (+3%). Nel secondo trimestre l’economia Usa era cresciuta del 3,9%.
L’attività delle imprese nella zona euro ha accelerato oltre le previsioni al ritmo più forte da metà 2011 questo mese con i nuovi ordini spinti dalla debolezza dell’euro e dal taglio dei prezzi. L’indice Pmi composito preliminare a cura di Markit, elaborato sulla base di interviste a migliaia di società e visto come un buon indicatore della crescita, è balzato ai massimi di oltre quattro anni di 54,4 questo mese dal 53,9 di ottobre. Il dato è superiore alla stima di consenso, posta a 53,9. Da luglio 2013 l’indice è sopra la soglia di 50 che separa la crescita dalla contrazione. I numeri sono compatibili con una crescita del Pil per l’Eurozona nel trimestre dell’ordine dello 0,4-0,5%, un passo di crescita non molto diverso da quanto già visto nel corso dell’anno, malgrado l’azione della Bce. Markit ha precisato che circa metà delle risposte è stata raccolta prima degli attentati di Parigi. I nuovi ordini sono cresciuti al tasso più rapido da sei mesi, con il sottoindice relativo a 52,8 da 52,7 di ottobre che ha spinto il Pmi manifatturiero ai massimi da diciannove mesi di 52,8 da 52,3. Il terziario si è espanso al passo più veloce dal maggio 2011 attestandosi a 54,6 da 54,1, incoraggiando le imprese del settore ad assumere (sottoindice salito al ritmo più veloce in cinque anni di 52,8 da 52,3).
La combinazione tra alto livello di debito pubblico e riduzione del potenziale di crescita che caratterizza Italia, Francia e Belgio, rappresenta una fonte di preoccupazione per la Commissione europea, secondo il rapporto sugli squilibri macroeconomici dei membri del’Unione. La Commissione sottolinea che, anche in assenza di rischi esterni alla sostenibilità del debito tale combinazione negativa, aumenta la probabilità di traiettorie instabili del rapporto debito Pil e vulnerabilità a shock avversi. Secondo il rapporto, il basso incremento di produttività riduce le prospettive di crescita e il miglioramento della competitività, rendendo più difficile ridurre il livello di indebitamento del settore pubblico.
“La Commissione ritiene quindi utile, tenendo conto dell’identificazione degli squilibri eccessivi operata a febbraio, esaminare ulteriormente la persistenza di rischi macroeconomici e monitorare i passi compiuti per ovviare agli squilibri eccessivi”, prosegue il documento. L’Italia all’inizio dell’anno scorso era stata inserita nella lista dei Paesi che stavano affrontando squilibri macroeconomici eccessivi, i quali richiedevano una serie di misure e un monitoraggio specifico. Secondo il documento, “un numero di indicatori restano oltre le soglie indicative, ossia la perdita di quote di mercato nell’export, il debito pubblico, la disoccupazione così come l’aumento della disoccupazione di lungo termine e di quella giovanile”. La perdita di quote di mercato nell’export, secondo il rapporto, si è comunque ridotta, grazie all’incremento limitato dei costi che incidono sulla competitività. Tuttavia il declino della produttività del lavoro e il contesto di bassa inflazione hanno impedito un recupero maggiore di competitività. Tra le fragilità dell’economia italiana, oltre al debito pubblico, che ha proseguito il trend ascendente, vi è la presenza di un vasto stock di crediti deteriorati nei bilanci bancari, che impedisce un miglioramento più accentuato delle condizioni di finanziamento.
I prezzi al consumo in Giappone sono scesi per il terzo mese consecutivo e le spese delle famiglie sono diminuite in ottobre, segni della fragilità dell’economia nazionale che mettono sotto pressione governo e banca centrale su eventuali nuove misure di stimolo. L’indice CPI core, che esclude componenti volatili come gli alimenti freschi ma include i costi petroliferi, è sceso dello 0,1% su anno in ottobre, in linea con la mediana delle attese. Il calo è per lo più legato all’effetto dei costi energetici. Il cosiddetto indice core, che esclude energia ed alimentari, a ottobre segna un aumento tendenziale di 0,7% da 0,9% di settembre.
Le spese delle famiglie sono invece diminuite a ottobre del 2,4% su anno, a fronte di stime mediane per un incremento di 0,1%, riflettendo la crescita anemica degli stipendi. Il tasso di disoccupazione giapponese è sceso in ottobre al 3,1% da 3,4% di settembre, nuovo minimo da luglio 1995. La riduzione è imputabile al restringimento della forza lavoro.
In settimana, mercati azionari largamente invariati, con sovraperformance dei titoli energetici, a seguito del rimbalzo delle materie prime. A livello regionale, sovraperformance dell’azionario eurozona spinto da migliori dati economici ed attese di nuovo allentamento monetario da parte della Bce questa settimana. A consuntivo della reporting season statunitense del terzo trimestre, la crescita degli utili si è contratta del 2% sull’anno precedente, con la forza del dollaro ed il settore energetico che continuano a pesare negativamente sugli utili aggregati. In prospettiva, l’apparente picco nel profilo di crescita degli utili e l’emergere di pressioni salariali, conseguenza di un mercato del lavoro che diventa progressivamente più tirato, suggeriscono minor potenziale di apprezzamento per l’azionario statunitense.
Fonte: BONDWorld.it
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