Schroders: La Fed alza i tassi, ma potrà normalizzarli?

Come atteso, la Fed ha alzato i tassi di interesse per la prima volta in quasi un decennio, ma il rischio è nelle attese dei mercati per un ciclo di rialzi “lento e basso”…..


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A cura di Keith Wade, Chief Economist & Strategist, Schroders


É stato probabilmente l’aumento di un quarto di punto percentuale più atteso nella storia dei tassi di interesse, ma la Federal Reserve ha finalmente premuto il grilletto, aumentando i tassi di 25 punti base e portandoli così allo 0,25-0,50%. Nel testo accompagnatorio, l’Istituto centrale ha evidenziato l’ulteriore miglioramento del mercato del lavoro, aggiungendo che “la sottoutilizzazione delle risorse del lavoro è sensibilmente diminuita”.

Sebbene l’inflazione debba ancora raggiungere il target, ci si aspettava salisse al 2% al dissiparsi degli effetti transitori dei cali dei prezzi dell’energia e delle importazioni. Prendendo in considerazione i fattori domestici e internazionali, la Fed ha dichiarato che “i rischi per l’outlook sono bilanciati”.

La mossa è stata ben comunicata e dovrebbe quindi non costituire una sorpresa per i mercati. La domanda ora è: dove sono diretti i tassi di interesse? Il comunicato della Fed evidenzia che interventi futuri saranno legati ai dati e che le “condizioni economiche giustificheranno soltanto rialzi graduali”. Questa idea è coerente con le comunicazioni del passato, ma sposta la luce dei riflettori sulle stime aggiornate della Fed, che accompagnano lo statement. Tali stime sono quasi invariate e mostrano un’economia in crescita del 2,4% nel 2016, con la disoccupazione che dovrebbe scendere ulteriormente al 4,7% e l’inflazione che dovrebbe chiudere l’anno all’1,6%.

Le stime sull’inflazione sono lievemente più basse di prima e senza dubbio riflettono il movimento del dollaro e dei prezzi del greggio da settembre. Anche il percorso atteso di politica monetaria è stato rivisto leggermente al ribasso, con i tassi Fed mediani previsti all’1,4% entro fine 2016 e al 2,4% entro fine 2017.

Il tasso di lungo termine è comunque ancora stimato al 3,5%, indicando una partenza lenta e poi una stretta più significativa in futuro. Sebbene queste stime sui tassi di interesse non siano pubblicate per dare una guidance, sono lette con attenzione dai mercati e a tal proposito probabilmente sono un po’ meno “da colomba” di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Sono molte le prove (alcune presentate dalla Fed a ottobre) a supporto dell’idea che il tasso Fed di equilibrio di lungo termine negli Stati Uniti dovrebbe essere al 2% (zero in termini reali) o attorno a tale livello, quindi l’Istituto centrale avrebbe potuto tagliare la stima di lungo termine.

La Fed e il presidente Janet Yellen restano impegnati su una stretta graduale, ma il pericolo è che se saranno percepiti come più “falchi” delle attese, molto basse, dei mercati, allora il dollaro statunitense si rafforzerà e farà scendere ulteriormente l’inflazione.

In questa maniera, la normalizzazione dei tassi di interesse potrebbe entrare in una fase di stallo, con i mercati valutari che irrigidirebbero la politica monetaria al posto della Fed.

Fonte: BONDWorld.it


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