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BNP Paribas : Grandi Aspettative

BNP Paribas : Al momento, il consenso è che gli investitori siano ottimisti e questa fiducia si riflette nelle allocazioni di portafoglio.

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Alessandro Tentori, Chief Investment Officer Europa AXA IM Core, BNPP AM


Sebbene l’incertezza geopolitica sia tornata a crescere, molti sembrano ancora convinti che l’economia globale saprà dimostrarsi resiliente e che le banche centrali interverranno per fare ciò che serve a contenere eventuali peggioramenti delle condizioni finanziarie nel breve periodo.
Miglioramento delle aspettative macroeconomiche
L’economia statunitense ha retto agli shock esterni per tutto il 2025 e le aspettative per il 2026 sono migliorate in modo significativo: l’ultima stima del Bloomberg Consensus per la crescita del PIL è al 2,4%.
Un fattore chiave alla base di questa resilienza è l’intelligenza artificiale, che negli ultimi 12 mesi ha contribuito in modo sostanziale agli investimenti.
Uno scenario non improbabile è che si ripeta uno shock di produttività simile a quello della fine degli anni ’90, che portò poi a rendimenti di mercato superiori al 20% tra il 1995 e il 1999. Quella fase, naturalmente, fu seguita dallo scoppio della bolla delle dotcom.
L’attuale ciclo è stato accompagnato da una politica monetaria accomodante che, agli occhi degli scettici, è apparsa superflua. Questo ha sostenuto la performance azionaria nonostante valutazioni di mercato già relativamente elevate.
Inflazione trainata dall’AI?
Sebbene lo shutdown del governo federale statunitense nel 2025 possa rendere meno chiara la lettura dell’inflazione, gli investitori stanno iniziando a porsi domande legittime sull’impatto inflazionistico dell’intelligenza artificiale.
Acqua, elettricità, energia nucleare e terre rare sono tra gli input fondamentali per questa nuova tecnologia. Le terre rare, in particolare, sono salite di circa il 135% negli ultimi 12 mesi e stanno assumendo rapidamente un ruolo strategico, in un certo senso paragonabile a quello del petrolio negli anni Settanta. In prospettiva futura, potremmo assistere a pressioni inflazionistiche legate all’AI in diversi settori dell’economia.
Alcuni indicatori suggeriscono che, nel medio termine, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe restare sopra l’obiettivo del 2% della Federal Reserve: un elemento che conferma le previsioni di consenso e alimenta dubbi sulla “convergenza” verso il target.
È interessante notare che un’analisi della Federal Reserve di San Francisco sostiene l’idea che l’inflazione attuale sia soprattutto trainata dalla domanda e che, di conseguenza, possa essere gestita in modo più efficace con i tradizionali strumenti di politica monetaria.
Sentiment e posizionamento: orientamento rialzista
Secondo un sondaggio della Bank of America, lo scenario più probabile per l’economia statunitense tra 12 mesi è quello di un “no landing”, cioè una crescita superiore al trend1. Di conseguenza, le aspettative di rendimento per i principali indici azionari risultano sbilanciate verso l’alto.
Anzi: sempre stando ai sondaggi, gli esperti di strategia di Wall Street si aspettano che lo S&P 500 non registri una performance negativa nel 2026. A questo si aggiunge un’ulteriore accumulazione di rischio nei portafogli, sia istituzionali sia retail, non solo negli Stati Uniti ma anche nell’Eurozona.
Le condizioni finanziarie riflettono queste tendenze di portafoglio e segnalano quindi un contesto piuttosto favorevole per i mercati. Detto questo, un posizionamento estremamente sbilanciato è sempre un elemento da tenere presente nell’asset allocation tattica: shock anche modesti potrebbero amplificarsi facilmente e incidere sulla performance persino nel medio termine.
Quo vadis, Fed?
Sulla base delle aspettative di mercato, nel 2026 la Federal Reserve dovrebbe ridurre i tassi d’interesse statunitensi per un totale di 45 punti base. Tuttavia, introdurre misure di ulteriore accomodamento monetario in un’economia già resiliente e sostenuta da condizioni finanziarie espansive potrebbe rivelarsi rischioso sul fronte dell’inflazione futura.
La Fed continuerà quindi a valutare attentamente i dati in arrivo e l’evoluzione dell’orientamento della politica monetaria. In effetti, la sua posizione finale potrebbe essere vicina a un livello neutrale, vale a dire né di stimolo né di freno al ciclo economico.
Attualmente, il tasso target sui fondi federali è coerente con le metriche comunemente utilizzate per stimare il cosiddetto tasso d’interesse “neutrale”. Il prossimo appuntamento chiave è fissato per metà marzo, quando la Fed pubblicherà il nuovo Summary of Economic Projections. Al momento, il mercato non sconta un taglio dei tassi in quella specifica riunione di politica monetaria.
Duration vs. credito
La duration ha avuto finora un avvio d’anno deludente, in parte per effetto delle dinamiche del mercato dei titoli di Stato giapponesi. Le obbligazioni high yield statunitensi, per esempio, hanno battuto i Treasury dello 0,7% da inizio anno.
Gli investitori giapponesi hanno un peso rilevante nei mercati obbligazionari internazionali. Il loro interesse per i titoli non domestici potrebbe riflettere sempre di più la riduzione degli spread (la differenza di rendimento) tra i JGB e i Treasury americani.
Naturalmente, un calo della domanda giapponese di Treasury dovrebbe essere compensato da un aumento della domanda altrove, così da evitare un brusco riprezzamento degli asset a reddito fisso.
Dal punto di vista dell’investitore, la scelta tra strumenti a duration più lunga e una strategia orientata a un reddito più elevato dipende, in sostanza, dal confronto tra la valutazione “risk-neutral” della pendenza della curva dei rendimenti e il livello degli spread creditizi.
Se gli spread creditizi si muovono vicino ai minimi storici, la curva dei rendimenti resta invece relativamente piatta e non riesce ancora a offrire un’alternativa davvero interessante rispetto al mondo societario.
Inoltre, il miglioramento qualitativo nella composizione degli indici creditizi non è passato inosservato: la fascia sub-investment grade (BB) oggi rappresenta oltre il 60% dell’universo globale high yield, in aumento rispetto al 35% di vent’anni fa.

Fonte: InvestmentWorld.it


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