Columbia Threadneedle Investments: Il Regno Unito ha un nuovo primo ministro – il settimo in poco più di un decennio – e un’ulteriore opportunità di riscrivere la narrativa economica del Paese.
A cura di Anthony Willis, Senior Economist di Columbia Threadneedle Investments
- Il Regno Unito inizia il secondo semestre del 2026 con un nuovo primo ministro, un’ampia maggioranza laburista e un’ulteriore opportunità di ricostruire la propria credibilità economica.
- I vincoli di bilancio restano stringenti: gli elevati costi per il servizio del debito, gli impegni per la difesa e la spesa per il welfare limitano i margini di manovra politica.
- I rischi inflazionistici persistono, soprattutto data l’esposizione del Regno Unito ai prezzi dell’energia e l’ampia quota di debito pubblico indicizzato all’inflazione.
- La prova cruciale sarà capire se la politica economica riuscirà ad aumentare la produttività e gli investimenti senza compromettere la disciplina di bilancio.
- Gli asset britannici mantengono valutazioni interessanti rispetto ai loro omologhi globali, il che significa che anche modesti miglioramenti della fiducia potrebbero avere implicazioni significative per i mercati.
Andy Burnham entra a Downing Street con un’ampia maggioranza, ma la sfida è quella di sempre: ripristinare la fiducia nelle prospettive di crescita del Regno Unito in un contesto in cui i margini di bilancio sono limitati, i rischi inflazionistici persistono e l’incertezza geopolitica resta elevata.
Nell’ultimo decennio, l’economia britannica ha assorbito una serie di shock: agli strascichi della crisi finanziaria globale e dell’austerità è seguita la Brexit, che dopo il 2016 ha dominato l’agenda politica distogliendo l’attenzione da crescita, investimenti e produttività. La pandemia ha poi aggiunto interruzioni delle catene di approvvigionamento, squilibri nel mercato del lavoro e rinnovate pressioni inflazionistiche.
A queste pressioni si sono sommati lo shock energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni sul mercato dei titoli di Stato britannici dopo il mini-budget del 2022 e una prolungata compressione del potere d’acquisto. Più di recente, la spesa per la difesa, gli impegni per il welfare, i dazi e i rinnovati timori sui prezzi dell’energia hanno ulteriormente ridotto gli spazi di manovra. Con il petrolio di nuovo sopra i 90 dollari al barile, resta il rischio di un nuovo impulso inflazionistico.
Molte di queste pressioni sono di natura globale, ma il Regno Unito vi è risultato particolarmente esposto. Il suo mercato energetico resta vulnerabile per il modo in cui vengono determinati i prezzi dell’elettricità, mentre il Paese continua a essere un importatore netto di energia. Ciò espone famiglie e imprese alle oscillazioni dei prezzi globali e rende più difficile riportare l’inflazione all’obiettivo in modo sostenibile.
Ad aggravare la situazione, si aggiunge la struttura dello stock di debito britannico. Una quota consistente del debito pubblico è indicizzata all’inflazione, per cui l’aumento dei prezzi si ripercuote direttamente sui costi per il servizio del debito. Il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato britannici ha inoltre incrementato il costo dei nuovi finanziamenti e dei rifinanziamenti e, di conseguenza, oltre 100 miliardi di sterline all’anno vengono ora destinati agli interessi sul debito: un onere fiscale ingente che contribuisce poco al miglioramento dei servizi pubblici o del tenore di vita.
Questa è l’eredità che il nuovo governo si trova ad affrontare. L’ambizione di portare la crescita del Regno Unito verso il 2,5% è comprensibile, ma non esistono soluzioni rapide evidenti. La politica economica dovrà rafforzare il lato dell’offerta, migliorare la produttività e incentivare gli investimenti, pur operando entro vincoli di bilancio stringenti. Un compito reso più complesso dalle esigenze concorrenti della spesa per la difesa e per il welfare.
Burnham si è impegnato a mantenere l’attuale quadro fiscale, limitando la possibilità di un cambiamento radicale di politica economica. Ciò può rassicurare i mercati dei titoli di Stato britannici, ma lascia poco spazio a impegni non finanziati o a un ampio stimolo di bilancio. Per gli investitori, la domanda cruciale è se il governo riuscirà a migliorare il profilo di crescita del Regno Unito nel medio termine senza compromettere la credibilità fiscale.
Tuttavia, ci sono ragioni per guardare oltre il pessimismo. Il governo è solo al secondo anno di legislatura e dispone ancora di una solida maggioranza, offrendo al primo ministro il tempo di ridefinire il messaggio, costruire credibilità e dimostrare progressi prima delle prossime elezioni. La prova politica consiste nel riuscire a convincere gli elettori che l’economia si sta muovendo nella direzione giusta.
Per gli investitori conta anche il fattore delle valutazioni: gli asset britannici restano poco costosi rispetto a molti omologhi internazionali, in particolare sui mercati azionari. Questo sconto riflette timori di lunga data legati alla debolezza della crescita, all’incertezza politica e alla limitata domanda da parte degli investitori domestici. Se la nuova amministrazione riuscirà a ricostruire la fiducia e a definire un quadro di politica economica credibile, il sentiment potrebbe migliorare partendo da livelli già bassi.
La seconda metà del 2026 sarà quindi probabilmente plasmata dall’equilibrio tra vincoli e opportunità. I vincoli sono evidenti: margini di bilancio limitati, rischi inflazionistici persistenti, elevati costi per il servizio del debito e un contesto esterno fragile, mentre l’opportunità risiede nella stabilità politica e nelle valutazioni interessanti. Se il governo riuscirà a spostare il dibattito dalla gestione della crisi alla produttività, agli investimenti e alla crescita di lungo periodo, gli asset britannici potrebbero meritare un’attenzione maggiore.
Fonte: InvestmentWorld.it
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