Etica Sgr – In un mondo sempre più segnato da tensioni e conflitti, il settore degli armamenti – un tempo escluso dagli investimenti sostenibili per motivi etici – è sempre più comunemente interpretato come in linea con i criteri ESG.
Roberto Grossi, Vice direttore generale di Etica Sgr
Una tendenza che solleva interrogativi profondi, non solo per le gravi implicazioni sociali ed economiche, ma anche per i costi ambientali – ancora poco noti.
Questo cambiamento si inserisce in un contesto globale segnato da una forte accelerazione del riarmo, alimentata da paure collettive e strategie geopolitiche che non si vedevano da decenni. Al recente vertice NATO tenutosi all’Aja, i 32 paesi membri dell’Alleanza hanno siglato un’intesa che prevede l’aumento della spesa militare fino al 5% del PIL entro il 2035: si tratterebbe del più imponente incremento dai tempi della guerra fredda. Per l’Italia, ciò comporterebbe un aumento della spesa militare di quasi tre volte rispetto ai livelli attuali.
Un trend che trova conferma anche nei dati globali: secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), nel 2024 la spesa militare mondiale ha toccato il livello record di 2.718 miliardi di dollari, registrando un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente.
Complice una narrazione sempre più diffusa secondo cui finanziare il comparto militare equivarrebbe a sostenere la stabilità globale, molte delle barriere preesistenti sono progressivamente venute meno. Se da un lato i fondi con focus su tematiche ambientali, sociali e di governance continuano a escludere le aziende produttrici di armamenti controversi – come mine antiuomo, bombe a grappolo e armi nucleari – dall’altro, in molti casi, hanno cessato di escludere l’intero settore bellico. Alla base di questo cambiamento vi sono, da una parte, le crescenti pressioni governative e, dall’altra, l’attrattiva dei profitti offerti dalle aziende del comparto, in un contesto segnato dall’intensificarsi dei conflitti.
Tra le conseguenze più trascurate di questa corsa al riarmo c’è l’ambiente, spesso ignorato nel dibattito pubblico nonostante i danni significativi che subisce, non solo durante i conflitti, ma anche nelle fasi che li precedono e li seguono. Il settore della difesa ha infatti un impatto decisamente rilevante sulle emissioni globali di gas serra: non solo l’impiego diretto di armamenti, ma anche la loro produzione, la manutenzione dei mezzi, le esercitazioni, la logistica e l’approvvigionamento sono attività che comportano un massiccio utilizzo di combustibili fossili. Durante i conflitti armati l’impiego di carburanti, l’utilizzo di esplosivi, i bombardamenti e gli incendi che colpiscono depositi, impianti industriali e foreste determinano un forte aumento delle emissioni. Secondo un rapporto pubblicato a fine 2023 dall’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, nei primi 18 mesi di guerra in Ucraina sono state immesse nell’atmosfera oltre 150 milioni di tonnellate di CO₂ e altri gas serra, un volume paragonabile alle emissioni annue di un paese industrializzato come il Belgio.
Roberto Grossi, Vice Direttore Generale di Etica Sgr sottolinea come l’applicazione di criteri ESG ponga in linea generale significativi dubbi sulla compatibilità con l’industria degli armamenti. Il riferimento è al regolamento europeo 2019/2088, noto come SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), che all’articolo 2 stabilisce che un investimento può essere considerato sostenibile solo se contribuisce a un obiettivo ambientale o sociale senza arrecare un danno significativo a nessuno di tali obiettivi (principio DNSH – Do Not Significantly Harm).
“A nostro modo di vedere, nel caso del comparto militare questo requisito viene strutturalmente meno. Oltre all’impatto sociale negativo che pensiamo sia oltremodo evidente, anche l’impatto avverso sull’ambiente dell’industria bellica è ampiamente comprovato da evidenze e dati. Per questo è nostra opinione che gli investimenti in società appartenenti al settore degli armamenti non possano essere considerati sostenibili.”
“In qualità di investitori responsabili, consideriamo estremamente preoccupante la crescita degli investimenti in società del settore degli armamenti anche all’interno di fondi ESG, soprattutto in un contesto geopolitico che spinge molti attori finanziari a cercare opportunità di profitto a breve termine in settori controversi, come gli armamenti. La visione di Etica Sgr, invece, è orientata a un cambiamento duraturo e fondato su una prospettiva di medio-lungo periodo. Da sempre riteniamo che le armi, per loro stessa natura, non possano generare alcun tipo di impatto positivo. Le guerre causano vittime civili, devastano il tessuto sociale, compromettono le economie e producono danni ambientali di enorme portata. Per questo motivo, adottiamo da sempre un approccio rigoroso che punta a escludere dai nostri fondi l’investimento in armi sia convenzionali sia controverse, andando oltre la semplice eliminazione di armi vietate da accordi internazionali, come le mine antiuomo e le bombe a grappolo.”
Fonte: InvestmentWorld.it
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