– L’ottimismo sta ritornando tra gli investitori….
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A cura di Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane BNP Paribas
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– La possibilità di un tapering del QE da parte della BCE non è da prendere in considerazione: la BCE non può lasciare alzare troppo i tassi
– L’Europa soffre l’assenza di istituzioni forti, la “balcanizzazione” politica e un settore bancario debole
La scorsa settimana sono stato in Canada e sulla East Coast statunitense. La maggior parte degli investitori americani mantiene una view positiva sull’economia mondiale e scommette ancora sul tema della reflazione. Essi preferiscono tuttavia investire nei mercati emergenti piuttosto che nel continente europeo dove le bucce di banana sul piano politico e la debolezza del sistema bancario continuano a preoccupare. Dall’altro lato, invece, la relativa stabilità dei prezzi delle commodity e dei mercati FX rappresentano fattori positivi per le economie emergenti. Il principale rischio nel breve termine per questi mercati è rappresentato da una vittoria di Trump. Dalle discussioni che ho avuto con gli investitori statunitensi, non c’è un ampio consenso in merito al risultato delle elezioni presidenziali.
Come in Europa, anche negli Stati Uniti vi è un forte contrasto tra il pessimismo d’inizio anno e l’ottimismo corrente. In linea con le nostre attese, il rimbalzo dell’indicatore ISM manifatturiero e il rialzo di quello non manifatturiero di questa settimana hanno rafforzato la tesi di una reflazione alla fine del ciclo dopo l’inizio debole del 2016. Questi rialzi sono coerenti con il miglioramento registrato questa settimana dai nostri indicatori sul commercio globale. In merito alla Cina, invece, nessuno sembra più preoccuparsi per il deprezzamento del Renminbi mentre all’inizio dell’anno vi erano forti preoccupazioni circa un collasso dell’economia cinese.
Così, anche se pensiamo che fino al termine del 2016 il consensus continuerà a essere sorpreso da dati economici migliori delle attese, il nostro scenario più conservativo, che prevede una recessione dell’economia statunitense nella seconda parte del 2017, genera un certo scetticismo. Molti credono che il ciclo economico in corso sia unico e che, grazie alla prudenza delle banche centrali, potrebbe prolungarsi per molti anni. Tuttavia i dati non sembrano sostenibili nei prossimi due anni se consideriamo il leveraging elevato delle società statunitensi, lo scarso aumento della produttività e il calo costante della profittabilità delle società.
L’altro grande argomento di discussione con gli investitori è stato il rumour circolato su Bloomberg per cui la BCE starebbe considerando l’idea di ridurre il programma di acquisto titoli. L’attendibilità dell’articolo è molto discutibile a mio parere. Sono rimasto ugualmente sorpreso dal fatto che pochi hanno prestato attenzione alla dichiarazione del governatore della Banca d’Italia: Ignazio Visco ha dichiarato che “è comprensibile aspettarsi che presto l’inflazione supererà la soglia-obiettivo del 2%” poiché l’inflazione è rimasta al di sotto del 2% per tanto tempo. Inoltre, ha aggiunto che il programma QE della BCE “non finirà a marzo 2017”. Nonostante ciò, gli investitori si sono dimostrati maggiormente sensibili alle notizie sul possibile tapering: di conseguenza abbiamo assistito a un sell-off sui mercati obbligazionari.
Anche se, come abbiamo sottolineato diverse volte, il ritmo corrente del QE in Europa è insostenibile nel lungo termine, dubito che la BCE adotterà questa strategia per alzare i tassi. Penso piuttosto che questa sensibilità degli investitori al possibile tapering derivi da un’attesa per la fine del trend rialzista secolare del mercato obbligazionario statunitense. Infatti, il passaggio alla strategia yield-target è al momento la migliore opzione a disposizione della BCE al fine di mantenere i tassi bassi e prevenire un eccessivo gonfiamento del bilancio della BCE. In altre parole, sarebbe meglio calibrare il QE a un ritmo più lento per rendere il programma più sostenibile e mantenere l’attuale livello dei tassi nel prossimo decennio.
Per concludere, sono stato invitato dalla mia amica Natacha Valla all’interessantissima conferenza Suerf a New York. Peter Praet, membro esecutivo della BCE, ha evidenziato che la banca centrale europea possiede circa il 14% del debito pubblico dell’Eurozona, un livello ancora inferiore rispetto a quello della Fed o della BoJ: per questo motivo, c’è ancora spazio per effettuare maggiori acquisti in futuro. L’economista ha avuto un tono severo in merito alle banche, affermando che una maggiore pendenza della curva dei rendimenti non è la giusta soluzione. A suo parere, le banche dovrebbero procedere a un netto taglio dei costi, ridurre la sovraccapacità e risolvere il problema dei Non Performing Loans per ripristinare la loro profittabilità e la fiducia nel sistema bancario dell’Eurozona in generale.
Inoltre, c’era molto consenso sull’idea che in Europa, a differenza che negli Stati Uniti, manchino istituzioni forti. Infatti, il PIL pro capite è cresciuto in misura simile negli Stati Uniti e in Europa prima della crisi. In seguito, invece, la crescita europea è stata molto più lenta poiché l’assenza di istituzioni solide non ha permesso di definire una risposta veloce ed efficace. Per questo motivo, la vittoria di Trump non sarebbe così negativa per gli Stati Uniti come lo sono per l’Europa i rischi politici, rafforzati dalla crisi dei migranti. La storia insegna che le società che si chiudono tendono a regredire dal punto di vista economico. Per questo motivo, il processo di “balcanizzazione” del continente europeo attraverso il Brexit e la diffusione del populismo nell’Eurozona non fornisce segnali rassicuranti sul futuro economico del vecchio continente.
Fonte: BONDWorld.it
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