Weber Axel Flossbach von Storch

Flossbach von Storch – Banche centrali in cerca di un equilibrio

Flossbach von Storch : La Banca Centrale Europea (BCE) e la Federal Reserve (Fed) hanno reagito troppo tardi all’aumento dell’inflazione e i tassi d’interesse rimarranno probabilmente elevati ancora a lungo. Lo spiega Axel Weber, Advisor di Flossbach von Storch


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A cura di Axel Weber, Advisor di Flossbach von Storch


Negli ultimi anni, le principali banche centrali hanno commesso degli errori: hanno trascurato a lungo il loro mandato di garantire la stabilità dei prezzi e nel formulare le loro previsioni sull’inflazione si sono affidate a modelli complessi, che nella pratica non funzionano. Il risultato è stato un aumento significativo e soprattutto ostinato dei tassi d’inflazione, che le terrà occupate ancora per un po’. A mio avviso, il problema principale risiede già nella definizione stessa di “stabilità monetaria” che secondo l’interpretazione delle banche centrali corrisponderebbe a un’inflazione attorno al 2%. Ma il valore del denaro è davvero stabile se i prezzi aumentano del 2% all’anno? O al contrario: cosa significa se i prezzi non aumentano?

Quando, intorno al 2016, il livello dei prezzi all’interno dell’Eurozona non si è mosso, l’allora presidente della BCE Mario Draghi ha avvertito dei crescenti rischi di deflazione. Io non l’ho mai vista in questo modo. Per me i prezzi costanti sono una particolare espressione di stabilità. Al contrario, c’è un rischio di deflazione solo quando i prezzi scendono in aggregato. Cosa che all’epoca non stavano facendo.

In quegli anni quindi le banche centrali hanno visto rischi che non c’erano – e purtroppo hanno agito di conseguenza. In altre parole, la loro politica monetaria è sempre stata più offensiva di quanto avrebbe potuto – e dovuto – essere. Lo stesso è accaduto negli anni successivi, soprattutto all’apice della pandemia di coronavirus. Di certo un grande errore è stato il cambio di strategia della Fed nel 2020, quando la banca ha deciso di adottare il principio di “average inflation targeting”, una soluzione che aumentava artificiosamente la sua facoltà di lasciar correre l’inflazione al rialzo. Improvvisamente, la stabilità dei prezzi è stata definita come un parametro medio. Se il tasso d’inflazione si manteneva per diversi anni sotto il target del 2%, negli anni successivi la Banca centrale avrebbe potuto lasciarlo salire anche ben oltre tale soglia…

Una tale politica monetaria è semplicemente “late by design”: arriverà sempre troppo tardi, perché mal concepita all’origine. È l’ennesima dimostrazione che i banchieri centrali difficilmente si confrontano con le “persone normali”. Non conosco nessuno che sia felice di veder salire alle stelle i tassi d’inflazione solo perché negli anni scorsi erano rimasti inferiori al target e quindi, nel complesso, ora raggiungono la media. Da questo punto di vista, si tratta di uno strumento inadatto per il cui utilizzo stiamo pagando un prezzo molto alto. 

Bastava dare un’occhiata al livello dei prezzi già nell’autunno del 2020 per rendersi conto che era in atto una rottura strutturale. Fino a quel momento i prezzi erano cresciuti dell’1–2% l’anno, ma da allora sono aumentati in misura esponenziale. Ma come mai c’è stata una simile impennata? Da un lato, in virtù di una politica fiscale restrittiva, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, negli ultimi anni è stato speso il 20 – 25% del prodotto interno lordo (PIL) per intervenire in caso di crisi. D’altra parte, la politica monetaria ultraespansiva adottata negli Stati Uniti e nel resto del mondo ha anche ampliato in modo significativo i bilanci delle banche centrali, il che ha permesso di adottare e finanziare politiche fiscali così generose.

La crescita del reddito è stata così spostata dal futuro al presente attraverso le sovvenzioni pubbliche – e quindi la domanda è stata ampiamente stimolata. Tuttavia, a causa dei lockdown, non c’è stata un’equivalente crescita della produzione normalmente associata al reddito e quindi un’espansione dell’offerta di beni. In più si sono aggiunti i problemi alle catene di fornitura legati alla pandemia, che hanno ulteriormente limitato l’offerta di beni. Da allora, le banche centrali hanno cercato di correggere gli errori commessi – per scacciare i fantasmi che loro stesse avevano evocato. Le misure adottate ad oggi però non sono (ancora) sufficienti a riportare l’inflazione verso il target. Sono necessari altri interventi, anche se gli effetti collaterali dei vari adeguamenti si stanno facendo sempre più evidenti nelle difficoltà del sistema bancario e finanziario.

La vera domanda, quindi, è: le banche centrali riusciranno a trovare un equilibrio, riducendo l’inflazione senza rischiare di fare troppi danni? Chi già esulta per il rallentamento dell’inflazione, forse pecca di eccessivo ottimismo. È vero, dopo che l’anno scorso i tassi di inflazione hanno toccato il 10%, sono diminuiti sensibilmente sia nell’Eurozona che negli Stati Uniti. Tuttavia, sono ancora ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali. Da questo punto di vista, la strada da percorrere è molto accidentata e probabilmente più lunga di quanto molti sperino oggi. Ma cosa significa tutto questo per i mercati dei capitali? Chiunque abbia gestito delle crisi sa bene che assomigliano a uno tsunami: dopo una prima forte onda, il mare si ritira e tutto sembra tornare tranquillo. E invece la seconda ondata è in genere più devastante della prima. Ecco perché bisogna restare all’erta.

Fonte: BONDWorld


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