Flossbach von Storch : Svizzera, Germania, Giappone e USA: il nodo migratorio

Flossbach von Storch : Negli ultimi anni il dibattito sull’immigrazione ha alimentato tensioni sociali e politiche, sia in Europa sia negli USA, dove la presidenza di Trump ha impresso una svolta alla tradizionale politica migratoria del paese. Ma dove sarebbero oggi le nostre economie senza l’immigrazione?


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A cura di Julian Marx, Investment Analyst presso Flossbach von Storch SE


Il 14 giugno 2026 la popolazione svizzera si è espressa sul referendum “No a una Svizzera da 10 milioni”, promosso per porre un freno al forte afflusso migratorio nel Paese. Dal 2002, con l’entrata in vigore della libera circolazione con l’UE, la popolazione svizzera è aumentata di 1,7 milioni di persone, arrivando a 9,1 milioni a fine 2025, con un saldo migratorio medio annuo di circa 66.700 unità composto per metà da cittadini provenienti da Germania, Francia, Italia, Portogallo, Spagna e UK. L’elettorato svizzero ha bocciato l’iniziativa con il 55% dei voti, accogliendo l’invito di Governo e Parlamento che vedono nella manodopera estera qualificata un pilastro fondamentale per l’economia del Paese.

Il mercato immobiliare svizzero sta affrontando una grave crisi di offerta: le abitazioni sfitte sono scese dall’1,72% del 2020 all’1% del 2025 (ben sotto la soglia di stabilità del 3%), toccando il minimo dello 0,1% a Zurigo. I sostenitori del freno all’immigrazione collegano questo fenomeno al caro affitti, citando inoltre il consumo di suolo, il sovraffollamento dei trasporti e i rischi per la qualità dell’istruzione.

Anche la Germania affronta forti pressioni migratorie: il flusso tedesco tra il 2015 e il 2025 – pari a un saldo positivo di 6,1 milioni di persone – è stato guidato prevalentemente da rifugiati da Siria, Afghanistan, Iraq e Ucraina, anziché da lavoratori regolati. L’integrazione di questi flussi ha generato complessità operative per l’economia e la società. L’inserimento lavorativo procede infatti a rilento a causa di barriere linguistiche e burocratiche per il riconoscimento dei titoli, mentre il sistema scolastico soffre per il sovraccarico dei docenti, con possibili ripercussioni sulla qualità della didattica. Infine, la spesa pubblica sostiene costi diretti da decine di miliardi all’anno in sussidi di asilo e welfare, un impatto finanziario che alimenta il malcontento sociale in un contesto dove il 21% della popolazione locale resta a rischio povertà.

Nonostante le diffuse preoccupazioni sociali, l’immigrazione rappresenta un pilastro essenziale per il funzionamento dell’economia tedesca, colmando gravi carenze strutturali nel mercato del lavoro. Con circa sei milioni di lavoratori stranieri occupati, pari a oltre un dipendente su sei, il contributo delle persone con background migratorio risulta determinante in settori chiave. In ambiti strategici e ad alta intensità di lavoro come la ristorazione, dove coprono il 54% degli occupati, i trasporti pubblici locali con il 47% e l’assistenza agli anziani con il 33%, la presenza di manodopera immigrata supera nettamente la media nazionale del 26%.

L’invecchiamento demografico sta riducendo drasticamente la forza lavoro in Germania e Giappone, rendendo l’immigrazione un imperativo economico fondamentale. Entro il 2036, la Germania perderà oltre quattro milioni di lavoratori a causa del pensionamento dei baby boomer, ma l’afflusso di popolazione straniera — mediamente più giovane di otto anni — permetterà di compensare queste uscite e sostenere il mercato del lavoro. Persino il Giappone, segnato da un calo demografico di cinque milioni di abitanti dal 2010 e con circa un terzo della popolazione prossimo ai 65 anni, si trova costretto ad aprirsi all’immigrazione per contrastare il declino economico causato dall’essere una delle società più anziane del mondo.

Il Giappone necessita di soluzioni per contrastare le proprie difficoltà demografiche e la carenza di manodopera. Avendo ormai saturato l’incremento dell’occupazione femminile, salita al 84% nella fascia 25-54 anni, il Paese sta progressivamente aprendosi all’immigrazione. Negli ultimi dieci anni, a fronte del calo di sei milioni di residenti locali, gli stranieri sono cresciuti di due milioni superando quota quattro milioni e raddoppiando la loro incidenza al 3% della popolazione. Sebbene i flussi siano concentrati su permessi temporanei a cittadini cinesi, vietnamiti e sudcoreani, l’integrazione di ulteriore forza lavoro estera appare inevitabile per la tenuta economica del Paese. La Svizzera mostra, almeno in teoria, quale potrebbe essere il punto di arrivo. Lo scorso anno, infatti, circa il 27% della popolazione svizzera era costituito da cittadini stranieri.

A dire il vero, la Svizzera può essere utilizzata solo in parte come modello per prevedere la futura immigrazione di lavoratori in Giappone. Il paese asiatico, infatti, è storicamente segnato da un isolazionismo culturale durato oltre due secoli fino al 1853, le cui influenze persistono tuttora. Di conseguenza, sebbene gli stranieri costituiscano soltanto il 3% della popolazione, l’incremento dei flussi migratori suscita tra i cittadini la preoccupazione che arrivi massicci possano minacciare l’identità e la cultura nazionale.

La secolare storia migratoria degli Stati Uniti, segnata sia dalle opportunità del sogno americano sia dal dramma della tratta degli schiavi, si trova a una svolta storica. Con oltre cinquantacinque milioni di residenti stranieri che rappresentano il 15% della popolazione globale e il 19% della forza lavoro, l’immigrazione costituisce un pilastro economico fondamentale per il Paese. Tuttavia, le restrittive politiche intraprese dall’amministrazione Trump hanno portato la Casa Bianca ad annunciare per il 2025 il primo saldo migratorio negativo da oltre cinquant’anni. Tale cambio di rotta riflette l’uso della politica migratoria come strumento di ingegneria sociale ed economica: una selezione dei flussi risponde infatti alla necessità logica di tutelare le risorse pubbliche limitate, evitando che l’impatto economico dell’accoglienza gravino in modo insostenibile sulla collettività.

Le preoccupazioni per la sicurezza interna, l’identità culturale e la disponibilità di abitazioni svolgono tutte un ruolo importante nel dibattito sull’immigrazione. Era così negli Stati Uniti del XIX secolo e nel Giappone del XVII secolo, ed è così ancora oggi. Tutte queste questioni richiedono un confronto ampio all’interno della società.

Dal punto di vista economico, l’immigrazione regolamentata è fondamentale per sostenere la crescita e contrastare l’invecchiamento demografico nelle economie avanzate, garantendo la copertura dei posti di lavoro e la tenuta del benessere. Anche la gestione eccezionale dei flussi di rifugiati genera impatti positivi nel lungo termine: come dimostrano i dati sull’accoglienza in Germania, l’integrazione occupazionale a otto anni dall’arrivo ha raggiunto il 68% globale e l’86% tra gli uomini, superando persino la media maschile nazionale, pur a fronte di una partecipazione femminile ancora ridotta da carichi familiari e di cura.

In definitiva, l’immigrazione rappresenta una risorsa economica fondamentale e un driver di crescita per le principali nazioni globali. Modelli come quello statunitense dimostrano come l’attrazione di talenti e forza lavoro internazionale contribuisca storicamente alla forza e all’innovazione del sistema economico, mentre realtà come la Germania, secondo canale globale di destinazione, e la Svizzera, con un elevato PIL pro capite e oltre il 40% di popolazione d’origine straniera, confermano l’impatto positivo dell’integrazione. Dal punto di vista strettamente economico, l’apporto migratorio rimane un fattore indispensabile per la produttività e la tenuta dei settori chiave, un ruolo che la tecnologia e l’automazione non sono ancora in grado di sostituire.

Fonte: InvestmentWorld


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