L’economia mondiale non dà ancora nessun cenno di poter invertire la tendenza al rallentamento emersa durante l’estate. In Europa, la combinazione di forte restrizione fiscale e crisi di fiducia farà crollare i ritmi della crescita….
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Rimangono notevoli incertezze connesse alla strategia di gestione della crisi. Fuori dall’Europa, però, i rischi recessivi sono modesti; l’andamento delle politiche economiche e la redditività delle imprese dovrebbero garantire tassi di crescita positivi, anche se non brillanti. Non muta la nostra valutazione cauta sulle prospettive di lungo termine, penalizzate dalla dimensione degli squilibri fiscali e finanziari dei Paesi avanzati.
Il titolo dell’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale (“Crescita in frenata, rischi in aumento”) riassume in poche parole le tendenze espresse dai dati macroeconomici, dalle indagini di clima e dai corsi finanziari nel corso dei mesi estivi. Come effetto del crescente pessimismo sulle prospettive dell’economia mondiale, la previsione media 2012 sulla crescita del PIL calcolata da Consensus Economics è calata dal 3,6 al 3,0% nel periodo luglio-ottobre. La netta revisione è dovuta soprattutto allo sconvolgimento dello scenario previsionale per l’Eurozona (la stima di crescita è crollata di ben un punto percentuale) e per gli Stati Uniti, ora visti crescere di meno del 2% anche nel 2012.

Le cause del rallentamento dell’attività economica sembrano ascrivibili agli effetti del terremoto giapponese, al rincaro delle materie prime, al venir meno degli stimoli fiscali (Stati Uniti) o a un’attiva restrizione fiscale (Europa), al netto deteriorarsi del clima di fiducia in Europa come effetto della crisi del debito. La dimensione degli impatti ascrivibili al rincaro del petrolio e allo sconvolgimento delle catene produttive per il terremoto giapponese appaiono tutt’altro che marginali, come già commentavamo nello Scenario del giugno scorso. Nel breve termine, il calo dei prezzi petroliferi e dei metalli e il ritorno ai livelli pre-sisma della produzione industriale nipponica dovrebbero favorire una riaccelerazione dell’attività economica globale. Tuttavia, preoccupa che al momento non si hanno ancora indicazioni che la tendenza al rallentamento sia in procinto di invertirsi: l’andamento dei nuovi ordini nelle indagini congiunturali è calante, mentre la correzione delle scorte non è tale da rendere ineluttabile una ripresa della produzione. Nell’Eurozona, il rischio recessivo è dietro l’angolo, data la forte entità della correzione fiscale in via di implementazione. Nelle altre zone economiche, invece, non vediamo spinte negative così forti da rendere probabile una ricaduta recessiva – eccezion fatta per le ricadute del rallentamento europeo. Al contrario, sostegno all’espansione economica dovrebbe venire dal tono accomodante delle politiche monetarie (in molti paesi avanzati le Banche centrali stanno già intervenendo con misure di stimolo quantitativo), dall’andamento della redditività delle imprese e dal recupero (comune a molti paesi) di tassi normali di utilizzo degli impianti, fattori che favoriscono la crescita della spesa in conto capitale.
Lo scenario di riferimento sconta perciò un rallentamento modesto della crescita globale, che passa dal 3,7% stimato per quest’anno al 3,5%. La dinamica complessiva beneficia di elevati ritmi di espansione in Asia, America Latina, Europa Orientale ed è distorta dal rimbalzo dell’economia nipponica dopo la contrazione dovuta al sisma. La proiezione ipotizza che il rallentamento della crescita globale freni la dinamica delle materie prime energetiche e industriali, previste in calo nel 2012. Tale fattore, assieme al rallentamento della domanda in tutti i paesi, dovrebbe frenare le pressioni inflazionistiche globali. Tuttavia, ciò non vale per le pressioni inflazionistiche locali, che riteniamo potrebbero risultare nei prossimi mesi alquanto divergenti a causa del coesistere di aree di eccesso di offerta (più comuni nei Paesi avanzati) con strozzature (quest’ultime relativamente comuni, invece, nei Paesi emergenti).
Lo sviluppo sarà ancora associato a bassi tassi reali di interesse, elevati disavanzi pubblici e un rapporto debito pubblico /PIL crescente nei Paesi avanzati. Anche la struttura fondamentale degli squilibri internazionali rimarrà immutata, con l’ormai usuale polarizzazione fra Stati Uniti in deficit da una parte e BRIC, esportatori di petrolio e Giappone in surplus dall’altra. Da questo punto di vista, l’unica area subito costretta ad affrontare i propri problemi interni sarà l’Eurozona, in difficoltà a causa della pressione dei mercati e della carenza dei meccanismi di salvaguardia esistenti, e ora avviata a un processo accelerato di consolidamento fiscale e riforma. Ma incombono dietro l’angolo anche gli squilibri fiscali di Stati Uniti e Giappone, i cui effetti negativi saranno mascherati ancora per molto tempo da politiche di liquidità eccezionalmente accomodanti e dalle peculiarità del sistema monetario internazionale. E se l’Eurozona è stata penalizzata da una governance inadatta ai tempi di gestione di una crisi finanziaria, Stati Uniti e Giappone non sono immuni da rischi di paralisi decisionale dovuta all’involuzione del contesto politico interno.

Lo scenario è condizionato da numerosi fattori di incertezza. In primo luogo, la gestione della crisi del debito può instradare l’economia europea su due binari molto diversi a seconda che riesca o no ad abbattere i premi al rischio sul debito pubblico dei Paesi periferici e contenere i rischi di contagio, ormai arrivati a sfiorare la Francia. Secondo, l’impasse della politica americana rende molto arduo prevedere la strada che seguirà la politica fiscale degli Stati Uniti nel prossimo biennio, con rischi sia macroeconomici sia finanziari. Terzo, per i Paesi emergenti potrebbe divenire più arduo contenere i rischi derivanti dall’eccesso di liquidità generato dai Paesi avanzati per sostenere la ripresa economica e favorire il risanamento dei bilanci. La difficoltà di concepire una soluzione priva di conseguenze macroeconomiche negative al problema dell’insostenibilità fiscale di Stati Uniti, Giappone ed Europa ci mantiene molto scettici sulla capacità dell’economia mondiale di garantire una fase duratura e solida di espansione economica.
Fonte: Intesa San Paolo Spa
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