L’esito delle elezioni italiane ha avuto ripercussioni ben oltre i confini del Paese. Due sono ora le ipotesi più quotate per arrivare alla formazione di un Governo ed evitare un pericoloso ritorno al voto, ma una sola sarà inizialmente perseguita. ….…
Né si può escludere che il governo uscente rimanga in carica a lungo. Il rischio è mitigato dai progressi compiuti sul fronte della sostenibilità dei conti, dalla disponibilità di meccanismi di salvaguardia forniti da ESM e BCE, e dalla ampia provvista fatta dal Tesoro nel primo bimestre dell’anno.
Il primo esito delle elezioni politiche italiane è stato quello di riaccendere timori di disgregazione dell’Eurozona, dopo mesi di netti e progressivi miglioramenti che avevano caratterizzato sia i flussi di capitale, sia i fondamentali fiscali dei principali Paesi coinvolti. Per quanto non si fossero ancora osservate ricadute positive sulle condizioni dell’economia reale, con la riduzione dei premi al rischio e il rientro dei capitali si erano avviati processi virtuosi che avrebbero potuto favorire la ripresa alla fine di quest’anno.
Il problema maggiore creato dal voto è il rischio di ingovernabilità: al Senato, la coalizione PD- SEL ha appena 123 seggi, 5 in più del Centro Destra; gli altri due blocchi, Movimento 5 Stelle (M5S) e Scelta Civica, sono rispettivamente a 54 e 17 senatori. In queste condizioni, l’ipotetica alleanza fra Sinistra e Centro risulta molto lontana dalla maggioranza, così come un’aggregazione fra PDL, Lega e Centro. Al momento, vengono ipotizzate due possibili soluzioni per garantire la formazione di un Governo ed evitare il ritorno al voto a settembre: la prima, apertamente prospettata dal leader del PD, vedrebbe la formazione di un Governo di minoranza PD-SEL, con l’appoggio esterno del M5S e l’obiettivo di approvare una serie di riforme istituzionali sulle quali i due schieramenti concordano; la seconda, un Governo “di scopo” sostenuto da PD e PDL, che appare la soluzione nell’immediato più confortante per gli investitori. Questa seconda ipotesi è stata fino ad oggi nettamente ed esplicitamente respinta da molti esponenti del PD e potrà tornare di attualità soltanto se il primo tentativo fallirà. In entrambi i casi, però, tutti gli osservatori politici concordano che la legislatura sia destinata a chiudersi ben prima della sua scadenza naturale. L’ipotesi del Governo di minoranza presenta due problemi: primo, il Governo deve comunque passare un voto di fiducia, per il quale non sarebbe sufficiente la mera non partecipazione al voto del M5S; secondo, gli obblighi europei imporranno al Governo di occuparsi di questioni non previste dal programma del M5S, per le quali si dovrà trovare comunque una maggioranza parlamentare. In tale contesto, non va escluso che l’unica soluzione praticabile si riveli quella di lasciare il Governo uscente in carica per l’ordinaria amministrazione, mentre il Parlamento si dedica alle riforme istituzionali.
I lunghi tempi istituzionali del processo di insediamento delle Camere e di formazione del Governo rappresentano un ulteriore problema. Storicamente, sono serviti mediamente 40 giorni dalla data delle elezioni per avere un Primo ministro già fornito di approvazione parlamentare. Già avere la relativa certezza (sulla base di impegni emersi prima delle consultazioni formali) che l’Italia non tornerà subito al voto potrebbe aiutare a stabilizzare la situazione dei mercati. Più avanti, il ritorno alle urne sarebbe meno dannoso se una riforma della legge elettorale offrisse maggiori prospettive di governabilità.
Rispetto al 2011, il rischio per il Paese è mitigato da una serie di fattori. Primo, la correzione fiscale ha nettamente migliorato la sostenibilità del debito pubblico, anche se il saldo primario corretto per il ciclo non è ancora al livello che servirebbe per rispettate il criterio di riduzione del debito. Guardando avanti, la ripresa economica potrebbe essere più importante di nuove manovre, e questo riduce il problema di non avere un Governo ‘forte’. In secondo luogo, esiste l’opzione di attivare i meccanismi di salvaguardia forniti da ESM e BCE, che non erano disponibili nel 2011. Va però detto che si tratta di meccanismi condizionati, e la loro efficacia nel contenere la paura degli investitori risulta diminuita se si instaura il dubbio che il Parlamento possa respingere le condizioni fiscali e le riforme richieste dalla eventuale lettera di intenti. In terzo luogo, il Tesoro ha collocato emissioni nette per ben 38,5 miliardi e il completamento del programma di febbraio garantisce un certo respiro per i prossimi mesi.
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