Il Punto: La crisi europea del debito ha visto tre sviluppi importanti

La crisi europea del debito ha visto tre sviluppi importanti, e di colore molto diverso. Le elezioni in Grecia, che hanno confermato la difficoltà di esprimere un Governo in grado di gestire la crisi e di garantirsi la continuità degli aiuti. L’accelerazione sul fronte del risanamento del sistema bancario in Spagna. L’elezione di Hollande alla presidenza della Francia, che presenta qualche rischio ma anche diverse opportunità di migliorare la gestione economica dell’Eurozona…

– Nell’ultima settimana, la cronaca della crisi del debito si è arricchita di tre nuovi capitoli importanti. Il primo è indubbiamente negativo: il voto politico in Grecia ha consegnato un Parlamento ingovernabile. Il successo di forze contrarie all’austerità ma prive di un programma alternativo credibile ha creato forti attese che la crisi greca giungesse a un epilogo drammatico nel giro di pochi mesi. Per ora, l’Eurogruppo ha sbloccato 4,2 miliardi di crediti della tranche in scadenza, trattenendo un miliardo come segnale di ciò che avverrà se il nuovo Governo disconoscerà gli impegni sottoscritti da Papademos. Il ricorso immediato a nuove elezioni, nella speranza che producano una maggioranza in grado di governare, porterebbe probabilmente a un nuovo aumento di consenso per i radicali; per questo motivo, è possibile che alla fine i partiti moderati decidano di coalizzarsi per evitare un ulteriore calo della propria rappresentanza parlamentare e un immediato disastro economico. Ma che accadrebbe se la nuova maggioranza non rispettasse le condizioni del programma? A quel punto, diverrebbe molto probabile lo scenario di sospensione degli aiuti, ripristino della sovranità monetaria e ristrutturazione dei debiti anche nei confronti di BCE, FMI e paesi creditori dell’Eurozona. Per la Grecia (priva di riserve valutarie e con un disavanzo commerciale mensile nell’ordine dei 2 miliardi di euro) si tratterebbe di un salto nel buio, caratterizzato da forti rischi di congelamento dell’attività economica e del commercio estero. Per l’Eurozona, a fronte della perdita dei crediti già erogati, vi sarebbe la prospettiva di evitare gran parte degli ulteriori esborsi che l’EFSF avrebbe dovuto effettuare nell’ambito del secondo programma, pari a 109,1 miliardi di euro.

– Il secondo sviluppo importante è l’accelerazione che si sta verificando nella gestione della crisi bancaria spagnola. Tutte le parti in causa sembrano aver preso atto che senza una credibile quantificazione e delimitazione del problema non sarà possibile riportare la fiducia sulla Spagna. La parziale nazionalizzazione di Bankia, la possibilità che venga deciso un audit indipendente sulla contabilizzazione degli attivi immobiliari delle banche e il nuovo decreto, approvato oggi, sull’aumento degli accantonamenti: sono tre passi importanti per arrivare a una quantificazione del fabbisogno finanziario e, poi, per isolare il problema e valutare quanti aiuti europei saranno necessari per la stabilizzazione.

– Infine, la scelta di Hollande come nuovo presidente della Francia spariglia gli equilibri politici europei, creando la possibilità di una ridefinizione di quell’asse tra Francia e Germania che ha mal gestito la crisi negli ultimi anni. Si tratta di uno sviluppo caratterizzato da rischi e opportunità. Il rischio di tale cambiamento è che la spinta al controllo dei conti pubblici sia indebolita, invece che resa più intelligente: un errore già pericoloso per la Francia, che potrebbe subite un’erosione del merito di credito, ma che rischierebbe di essere fatale per i paesi che, come l’Italia, hanno subito un blocco degli afflussi di capitale dall’estero. Le opportunità sono che si ragioni di più sulla credibilità dei piani di consolidamento, confermando la focalizzazione sui saldi strutturali invece che su quelli assoluti, che lancino misure comunitarie di sostegno alla crescita e che la struttura dei meccanismi di sostegno sia rafforzata. Il successo è tutt’altro che garantito, e forse addirittura poco probabile nell’ultimo caso: molti passi richiedono l’unanimità, e nell’Eurozona un’ampia maggioranza non è sufficiente a consentire il cambiamento.


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