Brexit – il gioco si fa duro……
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– La recente pubblicazione da parte dell’UE di una bozza di accordo di recesso e l’imminente adozione da parte del Consiglio Europeo delle linee guida per la futura relazione con il Regno Unito imprimeranno una svolta ai negoziati sulla Brexit.
– L’UE chiude anche all’ipotesi di un periodo di transizione flessibile e rimane ferma sul principio che i rapporti post-recesso saranno definiti soltanto dopo aver concordato i termini del divorzio e la gestione del confine irlandese. Quest’ultima pone problemi quasi insolubili al Regno Unito.
– Il Regno Unito sta promuovendo ancora l’ipotesi di un accordo ampio, che includa anche il mutuo riconoscimento per le società che erogano servizi. Tuttavia, la posizione dell’UE sul tema è che i servizi finanziari saranno regolati dal principio del paese ospite e dell’equivalenza, il che limiterà l’accesso ai rispettivi mercati e imporrà una ricollocazione di attività verso l’UE. Sulle merci, tutti sono d’accordo a non introdurre dazi sul commercio bilaterale. L’accordo di libero scambio offerto al Regno Unito sarà più generoso di quello siglato con il Canada, ma non tanto di più.
– Incombe il rischio di crisi politica nel Regno Unito. Si profila una saldatura fra laburisti e conservatori contrari alla Brexit su una mozione che promuove la permanenza nell’unione doganale UE. Il Governo si muove su un sentiero sempre più stretto, pressato da una parte dall’UE e dall’altra dagli oltranzisti pro-Brexit. E rinviare il problema appare sempre più arduo.
Mercoledì 28 febbraio il team di negoziatori europei ha pubblicato una bozza di accordo di recesso1 che mette nero su bianco le posizioni dell’UE su una serie di questioni ancora controverse che riguardano l’uscita del Regno Unito dall’Unione. La mossa è importante, perché fissa una serie di linee rosse che sarà difficile spostare nei prossimi mesi, una volta che saranno state approvate da Consiglio e Parlamento Europeo. Non è un caso che sia stata prodotta dall’UE e non dal Regno Unito: ciò riflette sia la forte asimmetria di potere negoziale fra le parti, sia la confusione del Governo britannico su alcuni dei punti. Inoltre, Tusk ha presentato la posizione dell’UE su come intende gestire le relazioni commerciali con il Regno Unito dopo il periodo transitorio. Il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, infatti, prevede la possibile istituzione di un periodo transitorio, successivo al 31 marzo 2019, per consentire a enti pubblici e imprese di prepararsi ai cambiamenti normativi legati a Brexit.
Transizione a termine, e a condizioni invariate
La bozza sul regime transitorio riafferma la posizione già nota dell’UE sulla durata del periodo di transizione: l’UE non accetta l’ipotesi di una transizione ‘aperta’, ipotesi che aveva suscitato un po’ di ottimismo sui mercati britannici nelle scorse settimane, e fissa una scadenza precisa, il 31 dicembre 2020, che coincide con la fine dell’attuale periodo pluriennale di budget.
In secondo luogo, l’UE rigetta anche l’ipotesi di una transizione flessibile: fino al 31 dicembre 2020 tutti gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE rimarranno in vigore. Fra di essi, anche il divieto di concludere accordi commerciali con paesi terzi senza il consenso dell’Unione, e l’assoggettamento alla Corte Europea di Giustizia del Regno Unito in caso di controversia.
Perciò, il periodo di transizione corrisponderà a un differimento completo degli effetti di Brexit fino al 2021.
Al momento, non è ancora del tutto certo che sarà concordato un periodo di transizione dopo il 31 marzo 2019, perché l’accordo dipende dalla definizione di una serie di dettagli sui quali le parti divergono ancora. Un periodo di transizione è essenziale per evitare che Brexit abbia effetti destabilizzanti per i flussi commerciali, ed è nell’interesse di entrambe le parti.
La questione irlandese resta esplosiva
Il punto più dirompente della bozza presentata da Barnier riguarda la gestione del confine terrestre in Irlanda, che è uno dei punti di disaccordo ancora da definire. Con l’accordo del dicembre 20172, il Regno Unito aveva garantito che non sarebbe stato istituito un hard border con la Repubblica di Irlanda, e che intendeva raggiungere tale obiettivo nell’ambito dell’accordo che gestirà i rapporti con l’UE dopo la transizione o, se ciò non fosse possibile, mediante non precisate “specifiche soluzioni”, mai rivelate fino ad oggi.
Tuttavia, l’art. 49 dell’accordo avvisava anche che, “in assenza di soluzioni concordate, il Regno Unito manterrà un pieno allineamento con quelle regole del mercato interno e dell’unione doganale che promuovono la cooperazione nord-sud, l’economia dell’isola e la protezione dell’accordo del 1998”. L’UE rende ora chiaro che cosa significherebbe il mantenimento di tale perfetto allineamento della normativa in materia di commercio vigente in Irlanda del Nord con quella dell’UE. L’Irlanda del Nord resterebbe nell’area doganale dell’Unione Europea e le normative sul commercio divergerebbero quindi da quelle vigenti nel resto del Regno Unito. Di fatto, nascerebbe un confine normativo fra Gran Bretagna e Irlanda del Nord – a meno che anche il Regno Unito non resti anch’esso nell’unione doganale.
Il Primo ministro inglese, che dipende dal sostegno del partito pro-Brexit nord-irlandese DUP per garantirsi la maggioranza parlamentare, ha subito dichiarato che nessun governo inglese acconsentirà mai a una divisione normativa e doganale fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna. Tuttavia, il Governo inglese non è stato finora in grado di offrire un’alternativa plausibile al modello proposto dall’UE che sia anche coerente con l’impegno di non istituire un confine fisico fra le due parti dell’Irlanda. Il fatto che quella europea sia la prima proposta a essere formalizzata riflette la confusione del campo inglese, che ha scoperto la difficoltà di tradurre gli impegni di dicembre, assunti forse senza adeguata valutazione delle implicazioni, in meccanismi operativi concreti. Può darsi che il documento dell’UE abbia come scopo principale proprio quello di obbligare la controparte a scoprire le sue carte, se ne ha. D’altro canto, se la transizione cessa il 31 dicembre 2020, non c’è molto tempo per implementare le soluzioni tecniche necessarie a rendere invisibile il confine terrestre irlandese, che potrebbero essere complesse. Se ci sono soluzioni tecniche praticabili, dovrebbero essere presentate rapidamente.
Riguardo al confine irlandese, dunque, il Governo è stretto fra l’incudine (l’accordo politico di dicembre, che impone di preservare libertà di circolazione di persone e merci in Irlanda) e il martello (la volontà degli unionisti di garantire l’unione doganale fra Gran Bretagna e Irlanda del Nord). Dopo la mossa dell’UE, ora dovrà affrontare seriamente la questione. Il presidente dell’Unione Europea, Tusk, ha dichiarato che progressi significativi dei negoziati saranno improbabili fino a quando non sarà smarcato il problema del confine irlandese3.
Il Governo inglese rimane pericolosamente incapace di esprimere una posizione condivisa
Ci sono sempre meno dubbi che il recesso avverrà secondo i termini fissati dall’UE, oppure senza alcun accordo. L’unica arma negoziale importante nelle mani del Regno Unito è costituita dall’impegno a rispettare gli impegni finanziari pregressi, che probabilmente non sarebbe mantenuto in caso di no-deal Brexit .
Mentre parte del governo ha fatto buon viso a cattivo gioco, e sembra muoversi nella direzione di garantire il massimo accesso possibile al mercato unico delle merci (in questa direzione, almeno, pare muoversi la premier May), l’ala oltranzista continua a flirtare con l’opzione no-deal Brexit , prospettando un fantomatico futuro da paradiso fiscale per il Regno Unito, di cui peraltro non si valutano granché le implicazioni pratiche.
Il problema è che il tempo stringe, e che l’avvicinarsi della scadenza del 31 marzo 2019 senza adeguate garanzie sull’invarianza normativa per un periodo prolungato potrebbe obbligare le imprese ad attivare i contingency plans per l’eventualità di una no-deal Brexit . Ciò potrebbe aumentare gli effetti negativi di Brexit per il Regno Unito e per le imprese europee più esposte al mercato britannico, mentre sarà nel complesso favorevole per l’economia continentale.
Quali saranno i rapporti fra UE e Regno Unito dopo il periodo transitorio?
La bozza di accordo di recesso presentata dall’UE non affronta in alcun modo la questione dei rapporti fra UE e Regno Unito dopo il periodo di transizione. Questa impostazione è coerente con la strategia sequenziale imposta ai negoziati dall’Unione.
Il Regno Unito ha indicato che l’accordo deve rispettare alcuni vincoli inderogabili: autonomia regolatoria, affrancamento dalla giurisdizione della CJEU (corte di giustizia dell’UE), limitazione della libertà di movimento delle persone, autonomia della politica commerciale. Per l’UE, ciò è compatibile soltanto con la concessione di un FTA (Free Trade Agreement). Nel discorso del 7 marzo, il presidente dell’Unione Europea Tusk ha anticipato che il Consiglio proporrà al Regno Unito di gestire i rapporti successivi al recesso sulla base di un FTA che copra tutti i settori e che eviti qualsiasi dazio sul commercio dei beni, inclusi i prodotti agricoli. Questo sarebbe un po’ meglio dello scenario di Average FTA simulato dal Governo inglese nella stima di impatto di gennaio 2018, e pubblicata da poco, che implicherebbe dazi equivalenti del 26,1% sui prodotti agricoli e del 12,7% su bevande, tabacco e prodotti alimentari.
La premier May ha nuovamente auspicato un regime diverso da qualsiasi altro4, respingendo l’ipotesi di un FTA come quello siglato dall’UE con il Canada, ma anche quella di rinunciare a qualsiasi accordo per applicare le sole regole WTO. D’altra parte, ha ammesso che “l’accesso ai rispettivi mercati sarà minore rispetto a oggi”. La posizione britannica sui dazi è coerente con quella europea (neppure il Governo britannico vuole l’introduzione di dazi), e si riconosce anche la necessità di mantenere nel tempo un allineamento con l’UE degli standard regolatori. Però il Regno Unito insiste con la proposta di ‘partnership doganale’ che obbligherebbe gli altri Stati membri a distinguere fra beni transitanti verso il Regno Unito e beni destinati al mercato UE.
In merito al commercio dei servizi, anche May ha riconosciuto nel suo discorso che l’accesso al mercato unico sarà ridotto per le imprese britanniche. Con l’uscita del Regno Unito dall’UE, le imprese di servizi del Regno Unito diventano imprese di uno Stato terzo che chiede accesso al mercato UE: ad esse non si applica più il principio di mutuo riconoscimento, ma la regola del paese ospite. Il Regno Unito vorrebbe “limitare il numero di ostacoli che potrebbero impedire a imprese britanniche di operare nell’UE e viceversa, e concordare un quadro per la mobilità del lavoro che consenta alle imprese britanniche e ai professionisti di viaggiare nell’UE per fornire direttamente servizi ai clienti e che consenta […] di fornire servizi all’UE via telefono o internet”. L’obiettivo del Regno Unito è ottenere un accesso reciproco ai rispettivi mercati per i servizi finanziari garantendo l’allineamento nel tempo del regime regolatorio, e prevedendo un meccanismo correttivo in caso di deviazione; inoltre, vorrebbe che il quadro fosse “collaborativo, oggettivo […] reciproco, mutualmente concordato, e permanente”.
La posizione dell’Unione Europea, che va considerata l’esito più probabile del processo, esclude il diritto di passporting , perché i rapporti fra UE e Regno Unito saranno basati su un FTA e quindi sulle regole GATS per i servizi. Invece, si suggerisce l’applicazione del principio della regola del paese ospite e dell’ equivalenza , negli ambiti dove è applicabile. Le problematiche connesse sono ben illustrate da un pezzo di Vincenzo Scarpetta pubblicato da OpenEurope nel 20165, dalle slide pubblicate dalla Commissione Europea nel febbraio 20186 e, infine, dalle recenti dichiarazioni di Tusk. In base a tale principio, l’UE riconosce che il regime normativo e di controllo di un paese terzo è altrettanto buono del proprio in termini di effetti, anche se può differire da questo nei dettagli e nel metodo. Il giudizio viene dato dalla Commissione Europea, e in particolare dalla direzione generale per i servizi finanziari, che si appoggia anche a pareri di enti come EBA, ESMA ed EIOPA. L’equivalenza è revocabile, e le imprese di servizi britanniche potrebbero perdere l’accesso al mercato unico se la Commissione dovesse rilevare un allontanamento della regolamentazione britannica da quella europea. Ciò detto, Scarpetta spiega che la situazione è diversa a seconda della tipologia di servizio finanziario:
– Per il risparmio gestito, non è applicabile il principio di equivalenza e il modello dovrebbe prevedere una distribuzione attraverso strutture localizzate nell’Unione Europea, mentre la gestione potrebbe restare nel Regno Unito.
– Nel campo assicurativo, il principio di equivalenza potrebbe essere applicato soltanto nel campo della riassicurazione, mentre la vendita diretta di servizi assicurativi richiede comunque la presenza di società controllate nel territorio UE. Il best case per il Regno Unito sarebbe la firma di un accordo che consenta la vendita diretta di servizi assicurativi, ma non è chiaro perché l’UE dovrebbe preferire questo modello al primo, che implica uno spostamento di lavoro e valore aggiunto verso l’UE.
– Per quanto riguarda l’attività bancaria, il principio di equivalenza potrebbe applicarsi per le attività regolate da MiFID II, ma non è previsto per la CRD IV, che rileva per la raccolta di depositi, l’attività di prestito e la gestione di servizi di pagamento. In quest’ultimo caso, potrebbero non esserci alternative all’apertura di subsidiaries registrate in ambito UE – dato che l’UE non ha alcun interesse a concedere un regime privilegiato che eviti lo spostamento di attività verso gli Stati membri. Per le imprese finanziarie UE che hanno localizzato a Londra le attività regolate da CRD IV sarebbe sufficiente riportare all’interno del mercato unico tali attività.
Tusk ha dichiarato in marzo che “non possiamo offrire le stesse condizioni sui servizi che offriamo sulle merci” e che “dobbiamo essere chiari che riguardo ai servizi finanziari, la vita sarà diversa dopo Brexit”. Le linee guida in merito saranno adottate dal Consiglio Europeo il 23 marzo.
E se il parlamento inglese legasse le mani al governo?
Da fine febbraio si è aggiunto un ulteriore problema. Il leader laburista Corbyn ha promesso di appoggiare le proposte di emendamento alla bozza di legge doganale avanzate da due deputati conservatori pro-remain . Gli emendamenti imporrebbero di mantenere un’unione doganale con l’UE. Con una maggioranza di appena 13 seggi e forse una dozzina di conservatori potenzialmente contrari a Brexit, il voto si preannuncia molto rischioso per l’esecutivo May. Un aiuto potrebbe arrivare da 7 laburisti pro-Brexit. In caso di sconfitta, il governo non cadrebbe, né è possibile porre una questione di fiducia sull’emendamento. Però lo spazio negoziale si ridurrebbe ulteriormente. E se il governo accettasse il mantenimento dell’unione doganale, la crisi di governo potrebbe arrivare a causa della rivolta degli oltranzisti pro-Brexit. Anche per questo si parla di un rinvio dell’esame del provvedimento.
Le implicazioni economiche e di mercato
Ora che comincia a definirsi l’assetto a regime dei rapporti fra Regno Unito ed UE, diventa anche più ragionevole valutare le conseguenze a lungo termine del recesso. La House of Commons Exiting the EU Committee ha recentemente diffuso alcune nuove valutazioni del governo, datate gennaio 20187. Le nuove stime riguardano tre modelli possibili: un’associazione tipo EEA, un FTA medio e un modello WTO standard. Nel modello FTA, l’analisi ipotizza che vengano introdotti dazi del 12,7% su prodotti alimentari, tabacco e bevande, e del 26,1% sui prodotti agricoli. Il modello risulta perciò più sfavorevole rispetto a quanto l’Unione Europea sta proponendo al Regno Unito.
Le stime del governo collocano il costo del modello FTA nel 4,8% del PIL nell’arco di 15 anni, che corrisponderebbe al 20% della crescita cumulata nello scenario base di permanenza nell’UE. Un’uscita senza accordo, anche senza considerare gli impatti di breve periodo, potrebbe ridurre di un terzo la crescita dell’economia britannica.
L’analisi offre anche una valutazione del beneficio che potrebbe derivare da un FTA con gli Stati Uniti. Il risultato è modesto: appena lo 0,2% del PIL. Il documento valuta che, nella migliore delle ipotesi, gli accordi commerciali con altri paesi potrebbero valere lo 0,7% del PIL – troppo poco per compensare gli effetti negativi dell’uscita.
Negoziati a uno stadio cruciale
Tra il 20 e il 23 marzo, il Consiglio per gli Affari Generali e quindi il Consiglio Europeo discuteranno e adotteranno gli orientamenti sul quadro delle future relazioni con Regno Unito dopo la Brexit, oltre a fare il punto sullo stato di avanzamento dei negoziati. La posizione dell’Unione Europea, in realtà, è andata già definendosi piuttosto chiaramente nelle ultime settimane: si prospetta l’offerta di un FTA più generoso rispetto a quello siglato con il Canada, in particolare per il trattamento del commercio di beni alimentari, tabacco e bevande, ma potenzialmente anche per alcune categorie di servizi non finanziari. Inoltre, è probabile che sia concordato un periodo transitorio esteso fino alla fine del 2020 durante il quale gli effetti dell’uscita dall’UE saranno congelati, in modo da consentire al sistema amministrativo ed economico di adattarsi al cambiamento. Difficile che il Regno Unito possa spuntare molto di più, considerando che una no-deal Brexit emerge dalle simulazioni come molto più dannosa per l’economia britannica dell’alternativa offerta dall’UE. In particolare, è illusorio pensare che i servizi finanziari possano beneficiare di un regime diverso da quello dell’equivalenza, quando applicabile. Anche le valutazioni del governo sui benefici di accordi commerciali con paesi terzi sono deludenti, evidenziando che non potrebbero assolutamente compensare i costi di una rottura con l’UE.
D’altro canto, rimangono alcuni problemi ancora irrisolti che potrebbero ancora far fallire i negoziati. Il più intrattabile è quello del confine irlandese: il Regno Unito dovrà decidere se rimangiarsi l’impegno di dicembre, proponendo l’istituzione di un confine fisico fra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord e rischiando quindi un pericoloso stallo dei negoziati, o se accettare di mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale dell’UE, istituendo controlli doganali fra Irlanda del Nord e resto del Regno Unito. Questa seconda soluzione darebbe slancio ai negoziati con l’UE, ma potrebbe portare a una crisi di governo nel Regno Unito. D’altra parte, se non viene concordato rapidamente un periodo transitorio, dopo il 31 marzo 2019 potrebbero verificarsi problemi per tutte le transazioni del Regno Unito con l’Unione Europea, e ciò obbligherebbe le imprese ad attivare i propri piani di emergenza per mitigare l’impatto – ammesso che ne abbiano.
A complicare ancor di più la situazione, la posizione negoziale del governo è stata ulteriormente indebolita dalla diffusione di stime che evidenziano i costi significativi per il Regno Unito dell’uscita dal mercato unico. La mozione a favore della permanenza nell’unione doganale UE ha ricevuto il sostegno del partito laburista, che potrebbe far fronte comune con i conservatori contrari a Brexit. La vittoria della mozione, peraltro non ancora scontata, potrebbe legare le mani al governo, ma anche condurre a una crisi con l’ala oltranzista pro-Brexit e con gli irlandesi di DUP. In tale contesto difficile, non si può affatto escludere che il referendum del 2016 porti a ulteriori sconvolgimenti del quadro politico britannico nei prossimi mesi.
1 European Commission Draft Withdraw al Agreement on the wi thdrawal of the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland from the European Union and the European Atomic Energy Community , 28 February 2018, https://ec.europa.eu/commission/publications/draft-withdrawal-agreement-withdrawalunited-kingdom-great-britain-and-northern-ireland-european-union-and-european-atomic-energycommunity_en
2 Joint report from the negotiators of the European Un ion and the United Kingdom Government on progress during phase 1 of negotiations unde r Article 50 TEU on the United Kingdom’s orderly withdrawal from the European Union , 8 December 2017, https://ec.europa.eu/commission/publications/joint-report-negotiatorseuropean-union-and-united-kingdom-government-progress-during-phase-1-negotiations-under-article-50teu-united-kingdoms-orderly-withdrawal-european-union_en
3 “If in London someone assumes that negotiations will deal with other issues first before moving to the Irish issues my response would be: ‘Ireland first,’”. Citato da: FT, “Tusk says Brexit talks must solve ‘Ireland first’, 8 marzo 2018, https://www.ft.com/content/66c23e82-22f0-11e8-ae48-60d3531b7d11
4 V. https://www.conservatives.com/sharethefacts/2018/02/our-future-partnership
5 V. Scarpetta, “Understanding regulatory equivalence – and effective fall-back option for UK financial services after Brexit?”, https://openeurope.org.uk/today/blog/understanding-regulatory-equivalence-aneffective-fall-back-option-for-uk-financial-services-after-brexit/ , ottobre 2016.
6 European Commission, Internal EU27 preparatory discussions on th e framework for the future relationship: “Services” , TF50 (2018) 28 – Commission to EU 27, 6 February 2018 (https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/services.pdf)
7 House of Commons Exiting the EU Committee, EU Exit Analysis – Cross Whitehall Briefing , January 2018. Disponibile da: https://www.parliament.uk/business/committees/committees-a-z/commons-select/exiting-theeuropean-union-committee/news-parliament-2017/cross-whitehall-briefing-published-17-19/
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