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Intesa Sanpaolo : Stati Uniti. Mercato del lavoro sotto pressione, fra dimissioni e pensionamenti

Intesa Sanpaolo – Il mercato del lavoro americano è sotto pressione, con un eccesso di domanda che sta iniziando a imprimere spinte diffuse sui salari.

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A fronte di una domanda su livelli record, l’offerta è pressoché stabile da un anno. La dinamica della forza lavoro sarà determinante per i rischi di una possibile spirale salari-prezzi e per i tempi della politica monetaria.

– Il mercato del lavoro americano è in una fase critica: mentre l’attività produttiva in tutti i settori è tornata sui livelli pre-COVID, l’occupazione è in ritardo, per via della mancata ripresa dell’offerta a fronte di una domanda solida, e crea crescenti pressioni verso l’alto sui salari. La ripresa della domanda di lavoro è stata scandita dalla fine delle restrizioni per la pandemia e collegata all’andamento dell’attività, ma l’offerta non ha tenuto il passo. L’eventuale persistenza del disallineamento di domanda e offerta è cruciale per lo scenario dell’economia e della politica monetaria.

– In un ciclo “medio”, la partecipazione, la disoccupazione e l’occupazione tornano sui livelli pre-recessivi dopo circa 3-4 anni, con sentieri simili e graduali. In questo ciclo anomalo, la domanda è rimbalzata in tempi molto più rapidi rispetto alla norma, mentre l’offerta di lavoro è rallentata dai rischi sanitari, da un livello elevato di risparmio, dalla riallocazione settoriale, oltre che dai fattori tipici delle recessioni, cioè pensionamenti e nuovi impegni scolastici, che richiedono tempo per normalizzarsi. Nel frattempo, lo squilibrio fra domanda e offerta, in un contesto di inflazione in rialzo, sta determinando una diffusione degli aumenti salariali anche al di fuori dei settori direttamente colpiti da COVID, creando rischi di una possibile spirale salari-prezzi nel 2022.

– I non-farm payroll sono normalmente considerati la miglior misura delle condizioni del mercato del lavoro, ma la loro efficienza informativa è limitata in caso di eccesso di domanda. La media mensile dei nuovi occupati è di 582 mila da inizio anno e di 442 mila negli ultimi 3 mesi: mancano ancora 4,2 mln di posti rispetto a febbraio 2020. A inizio 2021, la relativa debolezza della crescita occupazionale era dovuta alla chiusura delle attività nei servizi dovuta a COVID, a metà anno la ripresa è stata guidata dal miglioramento del quadro pandemico e dalla riapertura dei servizi, ma dall’estate è entrata in gioco anche la scarsità di manodopera. Una chiara misura della forza della domanda emerge da posizioni aperte su livelli record (totale: 10,4 mln a settembre) in tutti i settori, superiori al numero di disoccupati, mentre circa il 50% delle imprese ha 1 o più posizioni difficili da coprire. Le indagini delle imprese riportano che la scarsità di manodopera in molti settori frena la crescita dell’attività.

– Dal lato dell’offerta, invece, dopo una prima ripresa collegata alla riapertura delle attività nell’estate 2020, la partecipazione e la forza lavoro sono poco variate da più di un anno. Tipicamente l’offerta di lavoro non è nel radar della Banca centrale e del mercato, ma ora la chiave di volta per scongiurare l’instaurarsi di una spirale salari-prezzi sta proprio nella dinamica della forza lavoro. La previsione fino all’estate era di ripresa della partecipazione sulla scia di due fattori: il miglioramento del quadro pandemico e la fine dei programmi federali di sussidio alla disoccupazione. I dati non hanno dato supporto a tale previsione: a ottobre il tasso di partecipazione è ancora a 61,6%, sui livelli prevalenti da fine 2020.

– I contributi all’andamento della partecipazione nell’ultimo anno e identifica nei pensionamenti il principale fattore di freno alla crescita della forza lavoro. Nel 2° trimestre 2021, la percentuale di individui oltre i 55 anni che dichiaravano di non volere un lavoro perché in pensione è salita a 49,9%, da 47,8% di 2 anni prima, e rappresentava circa 2 mln di persone. Il tasso di pensionamento della coorte >55 anni è aumentato in media di circa l’1% a/a sia nel 2020 sia nel 2021. Di questo aumento, circa metà è dovuto all’invecchiamento sottostante della popolazione e l’altra metà a cambiamenti di comportamento che possono essere spiegati da un insieme di fattori, fra cui i timori collegati alla pandemia, da un lato, e l’aumento della ricchezza netta delle coorti più anziane, dall’altro. La ripresa attuale ha un altro elemento anomalo, la crescente percentuale di dimissioni volontarie, a fronte di un costante calo dei licenziamenti e di un aumento contenuto delle assunzioni. I dati della Jobs and Labor Turnover Survey (JOLTS) danno un quadro in linea con un crescente eccesso di domanda sul mercato del lavoro.

– Come il FOMC ha più volte riconosciuto, il mercato del lavoro ora ha un insieme di individui abili al lavoro tipicamente associato con una situazione di eccesso di offerta, ma allo stesso tempo è in fase di eccesso di domanda. Cosa dovrebbe fare la Banca centrale? Un elemento determinante sono i salari, che danno una misura degli eccessi sul mercato del lavoro. I dati dei salari orari medi sono distorti dalla volatilità della composizione dell’occupazione. Diverse misure pesate per la variazione settoriale degli occupati danno informazioni più attendibili: i salari “quality adjusted” dell’Atlanta Fed, l’Atlanta Wage Tracker e l’Employment Cost Index mostrano una netta accelerazione salariale a partire dalla primavera, inizialmente confinata alle categorie di lavoratori non qualificati dei servizi, ma gradualmente in via di estensione anche agli altri settori.

Un nuovo database di Cornell University riporta che da inizio anno sono stati indetti 295 scioperi, più di 10 volte il numero medio degli anni pre-COVID, ulteriore indicazione dell’aumento del potere contrattuale dal lato dell’offerta. Per esempio, è appena stato siglato dal sindacato United Auto Workers un nuovo contratto per i lavoratori della Deere (macchine agricole) con pagamento immediato di un bonus e un aumento del 10%, aumenti del 5% nel 2023 e 2025 e bonus del 3% nel 2022 e 2024, oltre ad incrementi salariali collegati all’andamento della produttività.

– In conclusione, molti indicatori (dimissioni, pensionamenti, persistenza di contagi elevati in molti Stati, risparmio solido) puntano a un aggiustamento potenzialmente lento dell’offerta di lavoro, a fronte di una domanda sempre su livelli record. Le variabili da monitorare nei prossimi mesi sono quindi sia la dinamica occupazionale, sia la crescita della forza lavoro. Se i salari continueranno a salire nei prossimi trimestri, e la produttività non darà segni di netto rimbalzo, le imprese accelereranno il trasferimento dei costi sui prezzi di vendita, dando luogo all’inizio di una pericolosa spirale salari-prezzi.

– Qual è il grado di tolleranza della Fed di fronte a segnali di pressioni salariali in via di estensione? Il mandato della Fed riguardo al mercato del lavoro è definito in termini di “massima occupazione”, da raggiungere basandosi sulle “valutazioni dei deficit di occupazione dal suo livello massimo”. Al momento, l’occupazione appare ancora lontana dal livello pre-COVID, ma il suo livello “massimo” dipende dall’offerta. Nei prossimi mesi la Fed dovrà valutare se il “deficit di occupazione” prevalente nel 2022 sarà dovuto a fattori temporanei o strutturali di freno all’offerta per decidere i tempi della svolta sui tassi. I rischi verso l’alto sui salari si sommeranno a quelli già prevalenti sui prezzi rafforzando, a nostro avviso, le preoccupazioni della Fed, aumentando la probabilità di un rialzo dei tassi durante l’estate 2022 e di un’accelerazione del tapering a inizio 2022.

Fonte: BondWorld.it


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