Italia: una manovra espansiva ma non troppo

La Legge di Stabilità appena approvata dal Governo ha effetti espansivi (anche se limitati a due decimi di PIL) sul 2013………..

Positiva la decisione di ridurre (rispetto al quadro a legislazione vigente, non rispetto alla situazione corrente) la pressione fiscale, anche se i fondi avrebbero potuto forse essere utilizzati per ridurre il cuneo fiscale con maggiori effetti su sviluppo e occupazione.

Inoltre, la manovra contiene scarse tracce della tanto invocata “fase 2” della spending review. In ogni caso, il combinato disposto del calo Irpef a fronte del rincaro IVA segnala il rischio che l’impatto positivo sul ciclo nel 2013 possa essere più che compensato da un effetto avverso nel 2014.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato, nella notte tra il 9 e il 10 ottobre, la Legge di Stabilità per il 2013, con effetti anche sugli anni successivi. La versione del disegno di legge presentata alle camere (ancora soggetta dunque, al momento in cui si scrive, a modifiche in sede parlamentare) prevede effetti sull’indebitamento netto (computato secondo il criterio di competenza) pari a 2,6 miliardi per il 2013 e di fatto trascurabile per i due anni successivi (l’effetto sul saldo netto da finanziare secondo il criterio di cassa è maggiore). In sostanza, è la prima manovra (lievemente) espansiva (ma solo sul 2013) adottata dal governo Monti (e la prima “legge finanziaria” espansiva da diversi anni), peraltro in coerenza con quanto incluso nell’Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, che prevedeva per l’anno prossimo uno scostamento di due decimi di PIL tra il livello dell’indebitamento a legislazione vigente (1,6%) e quello programmatico (1,8%). Pertanto, la manovra non sposta il quadro di finanza pubblica programmatico del Governo.

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La manovra è finalizzata a: 1) abbassare da due a un punto l’aumento delle aliquote del 10% e del 21% dell’IVA programmato per il 1° luglio del 2013 (questa disposizione causa un minor gettito di 3,3 mld solo sul 2013); 2) ridurre di un punto percentuale le aliquote dell’Irpef che si applicano ai primi due scaglioni di reddito (peraltro, il taglio Irpef, che vale a regime 5,8 mld, è ridimensionato dal taglio di detrazioni/deduzioni per 1,2 mld); 3) incrementare i fondi per la detassazione del salario di produttività. Tutto ciò significa minori entrate per quasi 9 miliardi sul 2013. Inoltre, vengono autorizzate maggiori spese correnti per esigenze “indifferibili” e maggiori spese in conto capitale principalmente connesse a progetti infrastrutturali (in tutto circa 4 miliardi di maggiori spese).

Le risorse vengono reperite attraverso maggiori entrate per oltre 6 miliardi derivanti principalmente, oltre che dal suddetto taglio delle detrazioni/deduzioni Irpef, da: 1) la nuova “Tobin tax” sulle transazioni finanziarie, attesa fruttare oltre un miliardo all’anno (peraltro, è dubbio che l’implementazione dell’imposta, necessariamente da concordare in sede europea, sia possibile già a partire dal 1° gennaio); 2) la stabilizzazione dell’incremento delle accise sui carburanti deciso a suo tempo a favore dei terremotati dell’Emilia; 3) altre misure comprendenti interventi fiscali in materia bancaria e assicurativa, una modifica dell’imposta sul Tfr, l’assoggettamento a Irpef delle pensioni di guerra, la minore deducibilità delle auto aziendali. A ciò vanno aggiunti circa 4 miliardi di tagli di spese e cioè: 1) un’ulteriore riduzione dei trasferimenti agli enti locali (pari a 2,2 mld all’anno); 2) un ulteriore intervento di razionalizzazione e riduzione della spesa per la sanità, atteso fruttare 600 milioni nel 2013 e un miliardo a regime; 3) risparmi dalla riorganizzazione di enti previdenziali e assistenziali e una riduzione della dotazione del fondo per esigenze indifferibili (il cosiddetto “fondo Letta”).

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La decisione di fornire parziale stimolo all’economia attraverso una manovra lievemente espansiva nei saldi era stata anticipata nella nota di aggiornamento al DEF, ed è condivisibile. La scelta di spostare il peso della tassazione dall’imposta sul lavoro a quella sui consumi (oltre che sulla ricchezza come già fatto con l’IMU) è coerente con il programma annunciato dal Governo in materia fiscale sin dal suo insediamento e con le raccomandazioni degli organismi internazionali.

D’altro canto, le misure di stimolo sono troppo ridotte perché possano invertire il ciclo negativo; a maggior ragione, in quanto anche il possibile effetto sul clima di fiducia è stato azzerato dalla difettosa comunicazione delle misure stesse. Inoltre, i fondi utilizzati dispersi nella riduzione delle aliquote Irpef avrebbero potuto forse essere utilizzati in modo più proficuo e con maggiori effetti su competitività, sviluppo e occupazione attraverso un primo taglio del cuneo fiscale,m preferibilmente degli oneri contributivi, per quanto modesto. In terzo luogo, la Legge di Stabilità agisce più dal lato delle entrate (per circa due terzi sia per quanto riguarda gli oneri che le coperture) che delle spese, e contiene poche norme ascrivibili alla “fase 2” della spending review che nelle intenzioni del Governo (secondo quanto enunciato dal comunicato-stampa connesso alla Legge di Stabilità) dovrebbe fruttare a regime almeno 3,5 miliardi all’anno.

Soltanto l’ulteriore intervento sulla sanità e la razionalizzazione di alcuni enti (per un totale di 1,3 miliardi a regime, meno di 1 miliardo su un totale di 10 delle risorse reperite sul 2013) appaiono assimilabili a veri “risparmi” di spesa. Per il resto, i tagli delle dotazioni ministeriali inseriti nel disegno di Legge di Stabilità (per un totale di 1,8 mld a regime) non si configurano come nuovi risparmi di spesa ma come una implementazione e rimodulazione degli interventi già previsti dalla “fase 1” della spending review. Inoltre, gli ulteriori tagli previsti per enti locali e sanità vanno ad aggiungersi a quelli già molto rilevanti previsti dalle manovre precedenti, il che ha portato alcuni osservatori a dubitare della loro sostenibilità. I tagli (cumulati con quelli decisi nelle manovre precedenti) previsti sul 2013 ammontano a ben 21,6 mld per gli enti locali e a 5,5 mld per la sanità, pari rispettivamente a circa il 9% e il 5% del totale della spesa in questi settori.

Le tabelle seguenti evidenziano l’effetto cumulato delle varie manovre di finanza pubblica messe in campo negli ultimi anni a valere su 2011-14, con in particolare lo spaccato degli interventi su enti locali e sanità. Come si vede, l’insieme delle misure discrezionali aggiuntive di politica fiscale a valere sul 2013 è pari a 1,5 punti di PIL. Si tratta di meno della metà della restrizione messa in campo nel 2012, ma in ogni caso di un ammontare di entità assai rilevante.

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La decisione di aver ulteriormente ridotto rispetto alla disposizione inizialmente prevista l’aumento dell’IVA, sostituendolo con tagli alle spese, dovrebbe ridurre gli effetti negativi sull’economia della manovra 2013. Le aliquote ordinaria e ridotta aumenteranno comunque a partire dal 1° luglio del 2013, ma l’aumento è dimezzato rispetto a quello a legislazione vigente (e ricordiamo che con il primo decreto sulla spending review il Governo aveva già agito sui programmati rialzi IVA, riuscendo a procrastinarli da ottobre 2012 a luglio 2013 e sostituendo l’ulteriore aumento di mezzo punto programmato da gennaio 2014 con un lieve calo). Insomma, è vero che il Governo non è riuscito a evitare l’aumento dell’IVA, il che ha segno restrittivo (ma lo ha fatto scambiandolo con un taglio dell’IRPEF), ma rispetto alla situazione a legislazione vigente la mossa è di segno viceversa espansivo. In conseguenza del mutato profilo delle aliquote IVA per la seconda metà del 2013, rivediamo le nostre stime sul CPI, dal 2,5% al 2,3% nel 2013 e dal 2,9% al 2,5% per il 2014.

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La “sorpresa dell’ultim’ora” contenuta nella Legge di Stabilità riguarda il taglio delle prime due aliquote Irpef. La decisione va nella direzione di avviare un percorso di riduzione del carico fiscale sul lavoro (nell’ottica, già enunciata nel Programma Nazionale di Riforma, di un “graduale spostamento dell’asse del prelievo fiscale, dalle imposte dirette alle imposte indirette”), anche se come detto sopra i fondi avrebbero potuto essere utilizzati in modo più mirato per abbattere altre forme di pressione fiscale. In ogni caso, al lordo di detrazioni/deduzioni il taglio delle prime due aliquote Irpef (rispettivamente dal 23% al 22% e dal 27% al 26%) si sostanzia in un beneficio fiscale pro-capite di 280 euro annui per redditi superiori a 28 mila euro e di circa 140 euro per il “contribuente medio”, per un minor gettito di 5,8 miliardi (in base alle dichiarazioni 2011). L’aliquota media Irpef scenderebbe di 0,73%.

C’è da dire però che il risparmio fiscale sarà significativamente attenuato tenendo conto del taglio di deduzioni e detrazioni: il provvedimento prevede infatti la rimodulazione di alcune tax expenditures per i redditi superiori ai 15 mila euro (franchigia di 250 euro per alcune deduzioni e detrazioni IRPEF e, per le sole detrazioni, tetto massimo di detraibilità a 3000 euro). Questo “riordino” di deduzioni e detrazioni significherebbe a regime su base annua un minor gettito di circa 1,2 miliardi e di conseguenza il minor gettito Irpef sarebbe limitato a 4,6 miliardi circa; per il contribuente “medio” il risparmio fiscale si ridurrebbe così a circa 110 euro e il calo dell’aliquota media allo 0,58%. Ovviamente i risultati sono molto diversi a seconda della tipologia di contribuente (carichi familiari, lavoro autonomo o dipendente, incidenza di detrazioni/deduzioni), con effetti redistributivi non necessariamente virtuosi.

Inoltre, laddove si tenga conto dell’incremento dell’IVA (che produce un maggior gettito per lo Stato di 6,6 miliardi all’anno), il combinato disposto del calo dell’Irpef e del rincaro IVA causerebbe a regime un maggior gettito per lo Stato di due miliardi e dunque un aggravio netto per ogni contribuente di circa 47 euro. Sommando l’incremento IVA a tutti gli altri aumenti di entrate previsti dalla Legge di Stabilità, se ne ottiene per il contribuente “medio” un risparmio
fiscale di 57 euro nel 2013, ma viceversa un maggior aggravio di 133 euro nel 2014 e di 151 euro nel 2015 (la pressione fiscale sul PIL calerebbe di un decimo nel 2013 e salirebbe di tre decimi nel 2014 e di quattro decimi nel 2015).

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Abbiamo effettuato una simulazione sul modello Oxford Economic Forecasting circa l’impatto “teorico” sulle principali variabili macroeconomiche della riduzione di un punto percentuale dell’aliquota Irpef compensato da un aumento nella stessa entità dell’aliquota IVA. Il risultato è che l’impatto sarebbe significativo: oltre mezzo punto percentuale in più su reddito disponibile e consumi privati, da cui un impatto positivo di oltre due decimi di punto sul PIL (nel primo anno).

L’altra faccia della medaglia sarebbe un’inflazione più alta di sette decimi e un aumento del disavanzo pubblico di due decimi di punto il primo anno (in altri termini, la simulazione non è neutrale per il deficit, e quindi l’impatto sul PIL risulta gonfiato dalla presenza di uno stimolo fiscale netto). Da notare che, mentre l’effetto su PIL, reddito e consumi tende a svanire negli anni successivi (diminuisce il secondo anno e cambia di segno nel terzo), l’impatto su inflazione
(e deficit) tende a essere fastidiosamente persistente.

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Questo il risultato di uno scambio “teorico” Irpef-IVA. Abbiamo poi effettuato una simulazione più vicina al caso concreto, ovvero abbiamo ipotizzato che l’aliquota media Irpef scenda dello 0,58% (tenendo conto non solo del taglio delle prime due aliquote ma anche delle minori deduzioni/detrazioni) a partire dal 1° gennaio 2013 e che l’aliquota media IVA salga dello 0,91% (tenendo conto del fatto che l’aliquota minima resta invariata) a partire dal 1° luglio 2013. Come si vede il risultato è in parte diverso rispetto a quello dell’esercizio “teorico” di cui sopra.

Per il 2013 permane un impatto positivo (di circa mezzo punto) su reddito disponibile e consumi privati, e di conseguenza di tre decimi sul PIL. Tuttavia, l’effetto cambia segno nel 2014, in sostanza più che compensando lo stimolo dell’anno precedente. Anche in questo caso vi è un effetto di aumento del disavanzo pubblico, ma più limitato nell’entità (appena un decimo) e nella durata (solo sul 2013). Anche in questa simulazione infine si ha un impatto persistente (di ben sette decimi di punto sul 2014) sull’inflazione.

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