Lo scorso 4 dicembre il leader mondiale dei semiconduttori Intel ha annunciato l’emissione di obbligazioni senior unsecured per $6 miliardi allo scopo di ricomprare le proprie azioni……
Jacopo Ceccatelli
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Senza entrare più di tanto nei dettagli dell’operazione che comprenderà quattro emissioni (2017 con cedola all’1,35%, 2022 con cedola al 2,70%, 2032 con cedola al 4% e 2042 con cedola al 4,25%), va segnalato che sul mercato “grigio” (la data di collocamento è il 11 dicembre prossimo) le 4 obbligazioni prezzano già sopra la pari.
Fonte Bloomberg: grafico di Intel a 10 anni
Perché questa operazione ha riscosso il nostro interesse?
Non tanto per la prima parte della motivazione addotta da Intel nel comunicato stampa: “generici scopi aziendali”, quanto per la seconda: “riacquisto di azioni proprie per l’importo già approvato dalla società”.
La premessa è che Intel non avrebbe bisogno di capitale.
A fronte di una capitalizzazione di oltre $98,7 miliardi (al prezzo di $19,85), le stime degli analisti per fine 2012 indicano una cassa netta di circa $3,3 miliardi, in calo rispetto agli oltre $8 miliardi di fine 2011.
Le stesse stime ipotizzano per il 2013 un ritorno della posizione finanziaria netta in positivo sopra i $7,5 miliardi.
Intel anche con un maggiore indebitamento secondo le stime rimarrebbe con una cassa netta nel 2013, ma aumenterebbe l’ “efficienza” perché ricomprando azioni spingerebbe al rialzo la crescita dell’EPS. L’utile netto realizzato si andrebbe infatti a dividere per un numero progressivamente inferiore di azioni (già nel terzo trimestre 2012 aveva comunque destinato al buyback $1,2 miliardi).
La constatazione che una grande multinazionale tecnologica, che come tutti i grandi player globali del settore siede da diversi anni su una montagna di cash, decida che dati l’attuale livello dei tassi di interesse e degli spreads convenga indebitarsi anche a lunghissimo termine per comprarsi azioni, deve a nostro avviso fare riflettere.
La corsa ai rendimenti obbligazionari da parte degli investitori da un lato ha stimolato una esplosione delle emissioni indipendentemente dal rating e dal settore, dall’altro ha compresso a tale punto i rendimenti per cui bisogna faticare per trovare emissioni investment grade a 10 anni che abbiano tassi reali positivi (un rendimento nominale superiore al tasso di inflazione).
Nel momento in cui solo una parte dei flussi che si sta dirigendo sul debito governativo e societario dovesse spostarsi verso rendimenti più elevati, potremmo assistere a nuovi rialzi degli indici azionari, indipendentemente dai fondamentali e dalle prospettive economche.
L’attuale fase di mercato più che dai fondamentali è perciò guidata sopratutto dal “positioning” degli investitori, conseguenza della enorme liquidità creata negli ultimi anni dalle banche centrali. Se negli scorsi trimestri le negative prospettive economiche avevano momentaneamente messo in secondo piano questa variabile, per il 2013 c’è il rischio che la propensione al rischio degli investitori mediamente sottopesati di azionario possa progressivamente aumentare anche se più per ragioni finanziarie che reali.
La mancanza di appetibilità delle obbligazioni che oramai non offrono più rendimenti interessanti, se non su lunghe scadenze e con emittenti a basso rating, dovrebbe contribuire a questo scenario.
La prudenza degli investitori deve rimanere elevata, perché alcune aree geografiche rischiano di essere strutturalmente in stagnazione, ma è chiaro che in ambito azionario società ad elevato dividendo e/o con p/e particolarmente bassi non possono che beneficiare dall’attuale contesto di mercato.
Fonte: JC Investimenti SIM
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