Mirabaud AM: Secondo le stime, le spese in conto capitale (capex) degli hyperscaler supereranno agevolmente la soglia dei mille miliardi di dollari il prossimo anno.
A cura di Valentin Bissat, Chief Economist & Senior Strategist di Mirabaud Asset Management
IL CONTO DI CUI NESSUNO PARLA
Quasi tutto sarà destinato a infrastrutture per l’IA: data center, GPU, energia. Si tratta di cifre impressionanti, ma qualcuno dovrà pur fornirle.
Gli Stati Uniti non sono da soli. Il deficit delle partite correnti sta tornando ad ampliarsi e la posizione patrimoniale netta sull’estero dell’America non è mai stata così negativa. Come accade ormai da vent’anni, questa frenesia di spesa si appoggia in ultima analisi sul risparmio estero, e in particolare su quello asiatico.
Per vent’anni, Pechino è stata l’acquirente marginale del debito americano. Quel ruolo però è cambiato. La quota di Treasury in mano cinese sta diminuendo ormai da tempo e, secondo alcuni report usciti all’inizio di quest’anno, la PBoC avrebbe discretamente suggerito alle maggiori banche del Paese di alleggerire ulteriormente le proprie posizioni. I flussi non si sono prosciugati del tutto, poiché i fondi privati, il Regno Unito e il Giappone hanno assorbito gran parte del vuoto lasciato dalla Cina. Tuttavia, il vecchio automatismo asiatico, ovvero vendere merci all’America e acquistare Treasury con il ricavato, non è più valido.
Eppure la Cina è tutt’altro che una semplice spettatrice nel ciclo dell’IA: rappresenta il lato dell’offerta in questo settore. Le esportazioni sono tornate a impennarsi questa primavera, trainate in modo significativo da chip, server e hardware. Le esportazioni nette continuano a essere il principale fattore a sostegno del PIL cinese, mentre i consumi domestici rimangono fermi.
In sintesi Pechino vende l’infrastruttura alla base del boom dell’IA, incassa i dollari e preferisce, sempre più spesso, tenerseli in casa.
IL PARADOSSO DI TRUMP
Nel frattempo, Washington sta minando la sua stessa posizione. La dottrina Trump poggia su una convinzione ben nota: gli Stati Uniti importano troppo ed esportano troppo poco. Da qui i dazi sulle merci cinesi, la costante attenzione pubblica sul deficit bilaterale e le periodiche strigliate agli alleati che non acquistano abbastanza prodotti americani.
Il problema è che quello stesso deficit commerciale è ciò che genera i dollari che i Paesi esteri reinvestono in Treasury e azioni statunitensi. Riduci il divario commerciale e ridurrai anche il bacino di risparmi disponibile per finanziare i deficit di Washington e i data center della Silicon Valley. Se a questo si aggiunge una politica estera che ha reso dolorosamente chiaro a ogni banca centrale non allineata che il dollaro può essere usato come un’arma, diventa del tutto razionale, dal punto di vista di Pechino, vendere meno merci a credito a un Paese che un giorno potrebbe congelarne i proventi.
In altre parole, l’agenda dei dazi stringe proprio quel rubinetto che ha silenziosamente finanziato lo sviluppo dell’IA. Si può avere un deficit commerciale più contenuto, oppure un finanziamento a basso costo per un ciclo di investimenti da mille miliardi di dollari. Pretendere di avere entrambi, contemporaneamente, è una forzatura.
PERCHÉ È IMPORTANTE
L’America ha in programma di spendere circa mille miliardi di dollari all’anno sul livello infrastrutturale e di calcolo della prossima economia. Il divario tra ciò che gli Stati Uniti devono prendere in prestito e ciò che Pechino è disposta a prestare non si colmerà da solo. Dovrà essere coperto in qualche modo da investitori privati, altri risparmiatori asiatici o da un premio a termine più elevato sui Treasury.
Nulla di tutto questo deve per forza avere un esito negativo. Ma la domanda davvero interessante, dal punto di vista di Pechino, non è quale chip vincerà la sfida. È a chi rimarrà in mano il conto da pagare.
Fonte: InvestmentWorld.it
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