NS Partners : Il riaccendersi del conflitto in Medio Oriente ha subito riallocato i flussi finanziari verso il dollaro (EUR vs USD quasi a 1,14), ripristinandone il ruolo di «asset rifugio» proprio quando la narrativa della de-dollarizzazione sembrava guadagnare terreno.
Di Giacomo Calef, Country Head Italia NS Partners
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il biglietto verde rappresenta ancora una quota dominante delle riserve ufficiali globali — circa il 56% del totale — mentre più della metà dei pagamenti internazionali continua a essere denominata in dollari. Numeri che spiegano perché, nelle fasi di tensione sistemica, i capitali tornino rapidamente a convergere sulla valuta americana.
A spingere gli investitori verso il dollaro è stata soprattutto la nuova fiammata dei prezzi energetici. Il Brent è tornato a oscillare attorno ai 100 dollari al barile nei momenti più tesi delle ultime settimane, con forti variazioni giornaliere che hanno riacceso l’attenzione dei governi e delle istituzioni internazionali. La risposta dei policy maker si muove su più livelli. L’Agenzia internazionale dell’energia ha annunciato un rilascio coordinato di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei Paesi membri per raffreddare il mercato. Si tratta di una quantità rilevante in termini assoluti, ma che assume una dimensione più limitata se confrontata con i flussi globali: la produzione mondiale di petrolio supera i 100 milioni di barili al giorno, il che significa che il rilascio equivale a pochi giorni di produzione globale. Proprio per questo motivo l’intervento non è stato sufficiente a invertire la tendenza dei prezzi, che restano sostenuti finché persistono i timori su possibili interruzioni dei flussi energetici dal Golfo. In questo contesto emerge anche un elemento meno intuitivo.
L’oro, tradizionale bene rifugio nelle fasi di instabilità geopolitica, ha mostrato una dinamica incerta, frenato da un dollaro forte e da rendimenti obbligazionari ancora relativamente elevati. L’episodio riporta al centro una realtà spesso trascurata nel dibattito sulla de-dollarizzazione: la centralità della valuta americana nel sistema finanziario globale resta strutturale. I mercati obbligazionari più profondi, la liquidità dei Treasury e l’ampiezza delle transazioni internazionali denominate in dollari continuano a costituire un punto di riferimento nelle fasi di stress.
Anche le aspettative sulla politica monetaria si sono rapidamente adeguate al nuovo contesto. Prima dell’escalation, gli operatori non scontavano tagli dei tassi da parte della Banca centrale europea nel 2026, mentre negli Stati Uniti il mercato prevedeva due o tre riduzioni dei tassi da parte della Federal Reserve. Dopo il riaccendersi delle tensioni e il rialzo dell’energia, lo scenario implicito nei mercati è cambiato: per la BCE viene ora considerata la possibilità di un rialzo dei tassi nel 2026, mentre per la Fed le attese si sono ridimensionate a un solo taglio nel corso dell’anno. Molto dipenderà dall’evoluzione diplomatica nelle prossime settimane.
Se la crisi dovesse rientrare, parte dei movimenti recenti potrebbe riassorbirsi rapidamente. In caso contrario, la volatilità energetica e il rafforzamento del dollaro potrebbero continuare a ridisegnare gli equilibri dei mercati globali, influenzando non solo i prezzi delle materie prime ma anche le traiettorie della politica monetaria.
Fonte: InvestmentWorld.it
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