RBC BlueBay – Nell’ultima settimana, il sentiment rialzista degli investitori retail ha continuato a spingere i titoli azionari statunitensi verso nuovi massimi, con la frenesia che circonda l’IA e la tecnologia in generale che mostra pochi segni di cedimento.
A cura di Mark Dowding, Fixed Income CIO, RBC BlueBay AM
In sintesi
- Euforia per l’IA e la tecnologia: il sentiment rialzista degli investitori retail ha spinto le azioni statunitensi verso nuovi massimi nell’ultima settimana.
- Speculazione sull’IPO di SpaceX: cresce il clamore attorno alla prossima operazione; il successo sembra dipendere dalla domanda dei piccoli risparmiatori, mentre è più probabile che gli investitori istituzionali mantengano una visione scettica sulla valutazione.
- Interruzione delle forniture energetiche: nonostante i progressi compiuti verso un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, prevediamo che l’impatto sulle catene di approvvigionamento durerà per i mesi, se non per i trimestri, a venire.
- Divergenza delle banche centrali: ci aspettiamo che sia la Bce sia la BoJ aumentino i tassi nel prossimo mese, con la Fed e la BoE che rimarranno invece ferme.
- Spread creditizi: continuiamo a ritenere che gli spread creditizi offrano scarsa protezione contro i possibili rischi di ribasso.
Di recente i titoli dei chip hanno registrato un appetito insaziabile, con aziende come Micron e Hynix che hanno messo a segno guadagni sul prezzo delle azioni rispettivamente del 770% e del 970% negli ultimi 12 mesi.
Sembra che, per il momento, concetti come la valutazione abbiano perso gran parte del loro significato e, a questo proposito, si sta già creando un forte clamore attorno alla prossima transazione per l’IPO di SpaceX. Le indiscrezioni iniziali sul prezzo, che puntano a una valutazione di 1,75 mila miliardi di dollari per un’azienda che ha perso 4 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre, rendono concetti come il rapporto P/E (prezzo/utile) del tutto irrilevanti.
In definitiva, può sembrare che gli investitori retail siano più preoccupati dell’andamento dei prezzi a breve termine rispetto a considerazioni a lungo termine. Se da un lato questo rende il comportamento degli investitori di natura speculativa, dall’altro indica il potenziale di perturbazione e volatilità nel caso in cui qualcosa dovesse andare storto. Il tempo dirà se sarà stato intelligente comprare sulle voci per poi vendere sulla notizia (buy the rumour, sell the fact), una volta che la quotazione sarà avviata.
Ciò detto, potrebbe sembrare necessario un evento sostanziale per riallineare la psicologia degli investitori, dato che l’avidità e la FOMO sono le potenti emozioni che per il momento guidano i mercati.
Al contrario, è interessante contrapporre il sentiment rialzista degli investitori, attualmente prevalente, alla debolezza della fiducia delle imprese e dei consumatori nella maggior parte delle principali economie sviluppate. L’aumento dei prezzi rischia di mettere sotto pressione i bilanci e di limitare la domanda.
Inoltre, nonostante i progressi compiuti verso un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, riteniamo che l’impatto sulle catene di approvvigionamento durerà per i mesi, se non per i trimestri, a venire. Anche in uno scenario costruttivo, dubitiamo quindi che i prezzi dell’energia scenderanno di molto nel corso del restante periodo del 2026.
Di conseguenza, riteniamo che i mercati siano fin troppo ottimisti rispetto ai rischi di inflazione, con gli swap sull’inflazione a 5 anni negli Stati Uniti scambiati solo al 2,6%, un livello solo marginalmente superiore a quello che ci aspetteremmo prevalesse se la Fed raggiungesse il suo obiettivo di inflazione PCE core al 2%.
Continuiamo inoltre a ritenere che gli spread di credito offrano scarsa protezione contro i possibili rischi di ribasso. Il nostro scenario di base prevede che gli spread oscillino lateralmente in un contesto di bassa crescita in Europa. Tuttavia, lo scenario di rischio propende verso spread materialmente più ampi, qualora il rallentamento della crescita dovesse metastatizzarsi in una vera e propria recessione.
Negli Stati Uniti, i rischi di recessione sono molto più remoti, e questo potrebbe favorire gli spread statunitensi su base relativa. Tuttavia, l’enorme volume di offerta da parte degli hyperscaler e di altri attori rappresenta un forte vento contrario a un ulteriore restringimento degli spread. Ciononostante, gli spread hanno registrato un rally nell’ultima settimana, grazie ai progressi nelle speranze di un accordo di pace in Medio Oriente e al recupero dei rendimenti dei titoli di Stato dai loro recenti massimi.
Tornando al tema della politica monetaria, ci aspettiamo che sia la Bce che la BoJ aumentino i tassi nel prossimo mese, con la Fed e la BoE che rimarranno invece ferme. Un rialzo a giugno è sembrato per diverso tempo un affare fatto per la Bce, anche se pare che il Consiglio direttivo possa evitare di comunicare che questa mossa rappresenti la prima di una serie di interventi analoghi.
In un contesto di crescita debole, vi sono alcune argomentazioni da parte dei policymaker europei secondo cui la Bce potrebbe fare un unico intervento per poi fermarsi. Vale a dire che una mossa successiva a settembre è possibile, ma tutt’altro che garantita. In Giappone, si prevede comunemente che il Governatore Ueda parlerà della BoJ nel percorso di normalizzazione della politica monetaria. Ci si attende quindi che un passaggio ai tassi di liquidità all’1% a giugno sia seguito da un ulteriore rialzo di 25 punti base alla fine dell’anno.
Negli Stati Uniti, è stato interessante sentire Waller esprimersi a favore di un orientamento neutrale sui tassi d’interesse da parte della Fed, dopo aver precedentemente sostenuto tassi più bassi un paio di mesi fa, quando era in lizza per il ruolo di Presidente della Fed. Certamente, il sentiment dilagante nel mercato azionario potrebbe ben deporre a favore di una maggiore restrizione della politica monetaria, con un occhio di riguardo alla stabilità finanziaria.
La Fed eviterà di lasciare che un forte rialzo delle azioni prenda troppo slancio, per il timore che un eventuale ritracciamento finale possa rivelarsi sproporzionatamente più doloroso. Detto questo, qualsiasi discussione in merito a tassi statunitensi più elevati è improbabile prima dell’autunno, e solo in quel caso se i dati sull’inflazione continueranno contemporaneamente a deludere.
Nel Regno Unito, il mercato dei Gilt continua a essere scambiato con un beta elevato in termini di volatilità, riflettendo la maggiore convessità rispetto ai movimenti dei rendimenti e il loro effetto di ritorno sulla posizione fiscale sottostante del Paese. Con i rendimenti globali in calo nell’ultima settimana, i rendimenti dei Gilt hanno registrato una sovraperformance, sebbene continuiamo a vedere nubi addensarsi all’orizzonte.
Ci aspettiamo ancora che l’IPC del Regno Unito superi il 4,5% in estate, man mano che la pressione sui costi si rifletterà sui dati economici reali. La BoE potrebbe fare del suo meglio per non aumentare i tassi d’interesse in un momento in cui la domanda di credito si sta già contraendo. Tuttavia, un rialzo potrebbe diventare difficile da evitare entro il ritorno a scuola dopo l’estate, a settembre.
Nel frattempo, prima di allora dovremmo aver risolto l’identità del prossimo Primo Ministro britannico (sulla base dell’ipotesi ampiamente condivisa che i giorni di Keir Starmer siano ormai chiaramente contati). Andy Burnham resta per ora in pole position, anche se i sondaggi d’opinione per le elezioni suppletive di Makerfield, che deve prima vincere, rimangono molto serrati, con il Reform Party che lancia una forte sfida a questa incoronazione.
Continuiamo a pensare che Burnham sarà messo alla prova dai mercati se entrerà in carica, e preferiamo posizionarci lontano dal Regno Unito per il momento. Manteniamo una posizione corta sulla sterlina, partendo dall’idea che la valuta potrebbe essere potenzialmente vulnerabile in questo scenario. Tuttavia, per ora, la sterlina – insieme alla maggior parte delle altre valute – si è mossa lateralmente all’interno di un range nel corso della passata settimana.
Altrove sul mercato del Forex, continuiamo a intravedere valore nello yen e prevediamo che il Ministero delle Finanze confermerà il proprio impegno a difendere il livello di 160 yen per dollaro.
Sempre in Europa, gli asset ungheresi hanno continuato a sovraperformare da quando le elezioni generali di quest’anno hanno decretato un esito pro-UE. Le prospettive per i colloqui di adesione e un convergence trade continuano a favorire i tassi locali, e questo rimane un mercato sul quale adottiamo una visione più costruttiva.
Abbiamo inoltre mantenuto opinioni costruttive riguardo ai mercati locali in Colombia e Brasile, sebbene questi abbiano faticato a causa della volatilità politica nell’ultimo mese. Ciò detto, speriamo in una performance dei prezzi molto più solida in Colombia, qualora le elezioni di questo fine settimana dovessero tradursi in un primo turno favorevole per i candidati del centro-destra o della destra.
In linea generale, al momento consideriamo il mercato valutario e la duration come fonti di carry più interessanti rispetto agli spread del credito societario. Nonostante una certa frustrazione per il fatto che gli spread si siano dimostrati molto resilienti, continueremmo a sottolineare che il contesto economico fondamentale è molto diverso da quello osservato all’inizio dell’anno.
Con un’Europa che flirta con la recessione, si prospettano una migrazione negativa del credito (peggioramento del rating) e tassi di insolvenza in aumento nei mesi a venire, e questo non è un contesto che possa giustificare un ulteriore restringimento degli spread da questo punto in poi.
Guardando avanti
È difficile sapere se i dati economici, le banche centrali, il rally dell’IA o gli eventi geopolitici saranno il fattore dominante nelle prossime settimane. Ciò che ci è chiaro è che nelle ultime settimane si è assistito a un afflusso di denaro verso i mercati – sia incrementando le posizioni lunghe, sia chiudendo quelle corte – a livelli che potrebbero diventare vulnerabili qualora dovessero riemergere pressioni ribassiste.
Riteniamo inoltre che l’IPO di SpaceX sarà un evento interessante, con gli insider (che hanno già un’esposizione lunga sul titolo) sicuramente pronti a fare da claque per alimentare l’interesse verso l’operazione, e con le banche di Wall Street che probabilmente pomperanno i propri asset, avendo in gioco quasi 1 miliardo di dollari in commissioni.
Tuttavia, affinché questa IPO venga lanciata, è necessario il posizionamento di ben 85 miliardi di dollari di nuova liquidità. Sebbene questo titolo verrà rapidamente inserito negli indici di mercato, non è chiaro se i fondi passivi potranno partecipare inizialmente e, dato che gli investitori istituzionali avranno più probabilmente una visione scettica sulla valutazione, il successo dipenderà dalla massiccia partecipazione degli investitori retail.
Il tempo dirà se gli investitori finiranno “al settimo cielo”, anche se una cosa che vorremmo sottolineare è che affinché SpaceX raddoppi di prezzo, sarebbe necessaria l’aggiunta di ulteriori 1,75 mila miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. In questo contesto, la forza di gravità può agire da freno alla velocità di crescita quando le dimensioni sono così colossali, e forse andrebbe ricordato che la capitalizzazione di mercato dell’intero indice statunitense S&P era di appena 6,9 mila miliardi di dollari in tempi non così lontani, come nel marzo 2009.
Fonte: InvestmentWorld.it
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