Stabilità finanziaria e debito, preoccupazioni globali

Negli ultimi sei mesi abbiamo assistito a un generale miglioramento della stabilità finanziaria, ma rimangono ancora molti elementi di vulnerabilità e molte sfide da affrontare. Si stima che per i Paesi sviluppati il più grande rischio nel medio termine sia la situazione fiscale di Stati Uniti e Giappone…..


di Mike Riddell, gestore del team obbligazionario di M&G


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In particolare gli Stati Uniti non mostrano una grande determinazione a ridurre il proprio deficit fiscale e l’indebitamento pubblico.

Il debito lordo del governo staunitense si sta avvicinando a un preoccupante 100% e di questo, circa il 43% della spese governative è finanziato da prestiti, e ad oggi i partiti politici stanno ancora facendo battaglia per arrivare a concordare il giusto corso dell’azione governativa. Alcuni gruppi con interessi particolari stanno acquisendo via via maggior peso politico, rendendo più difficoltose azioni come l’aumento delle tasse o la riduzione della spesa pubblica.

L’aumento del debito pubblico significa che Stati Uniti e Giappone stanno diventando sempre più vulnerabili a uno shock dei tassi d’interesse, con gli Stati Uniti che hanno un costo di finanziamento del debito vicino al 10% delle entrate dalle tasse, un livello che come Moody’s ha precedentemente suggerito metterebbe a rischio il rating sul credito degli Stati Uniti.

All’aumento dei livelli di debito, c’è il pericolo che sia sufficiente un sempre minore aumento nel rendimento dei bond prima che i costi degli interessi sul debito raggiungano il 20% delle entrate dalla tassazione; negli Stati Uniti questo avviene quando il costo di finanziamento medio è al di sopra del 6%, ma in Giappone questo valore è arrivato a scendere a poco al di sopra del 4%. Gli Stati Uniti si stanno sempre più avvicinando a un baratro e stanno mettendo alla prova il punto di rottura nella fiducia degli investitori.

Non sorprende il fatto che uno dei rischi maggiori nel breve termine sia la crisi del debito nei Paesi dell’Eurozona, dove i costi di finanziamento devono essere ridotti ed è necessaria maggiore chiarezza sul sostegno che darebbe l’EFSF/ESM e su quale sarà il meccanismo di ristrutturazione del debito.

Quest’ultimo tema è particolarmente urgente, considerato che la determinazione verso ulteriori misure di austerità e salvataggi sta probabilmente venendo meno, come dimostra il risultato delle recenti elezioni finlandesi. In termini di probabilità di ristrutturazione del debito sovrano, un interessante argomento di dibattito è che se i mercati cominciano a considerare la Spagna al sicuro e gli spread sui titoli di stato spagnoli si restringono, allora aumenterebbero veramente le probabilità di una ristrutturazione del debito in Grecia, dal momento che le autorità giudicherebbero molto improbabile che una ristrutturazione in Grecia potrebbe risultare in una “Lehman Europea”. Tuttavia, se l’affidabilità del credito sovrano spagnolo viene messa sotto pressione, allora le probabilità che avvenga una ristrutturazione greca diminuirebbero drasticamente, dal momento che il rischio contagio dalla Grecia ad altri stati sovrani sarebbe considerato troppo grande (per essere affrontato).

Non sono solo i governi che si stanno adoperando per ridurre la leva. Anche le famiglie hanno bisogno di ridurre il proprio debito: l’indebitamento dai mutui arriva al 75% sul totale del debito delle famiglie americane, debito questo che costituisce già il 91% del PIL degli Stati Uniti. Il debito delle famiglie britanniche è di fatto ancora più alto e rappresenta il 107% del PIL del Regno Unito. Sono necessarie più svalutazioni di capitale da parte delle banche, e l’enorme debito incombente mette di fronte al rischio di ulteriori ribassi del mercato immobiliare.

Infine, parlando di mercati emergenti, si sono registrati forti flussi di capitale, cosa che porta con sé la necessità di una serie di difficili decisioni politiche per un gran numero di Paesi emergenti. Alcune nazioni – vale a dire Cina, India e Turchia, ma anche alcuni Paesi dell’America Latina – stanno sperimentando una preoccupante crescita dei tassi relativi al credito privato, e le autorità devono permettere alle proprie valute di apprezzarsi per prevenire un surriscaldamento e la formazione di squilibri finanziari. Anche se i mercati emergenti non sembrano sul punto di scoppiare, ci sono segnali che mostrano lo sviluppo di bolle.

Fonte: BONDWorld – M&G

I disordini politici nell’area MENA, la conseguente impennata
dei prezzi del petrolio e i disastri naturali in Giappone
si sono manifestati in un momento di solidità della dinamica
economica a livello globale. Gli indicatori anticipatori di
molte economie avanzate, come l’Ifo tedesco e il PMI USA,
hanno toccato, o addirittura superato, i massimi storici. La
solida dinamica indica che la ripresa globale probabilmente
non è stata seriamente compromessa, soprattutto perché
la politica monetaria rimane favorevole (v. grafico). Prevediamo,
però, un indebolimento almeno temporaneo della
crescita.
Giappone: l’impatto globale sarà probabilmente
limitato
Il terremoto e lo tsunami in Giappone hanno provocato perdite
terribili in termini di vite umane e distruzione fisica. Le
aree interessate incidevano per il 6%–7% circa sul PIL,
ma produzione industriale e commercio sono stati pesantemente
colpiti in molte altre regioni del paese e in marzo e
aprile riporteranno cali significativi. Successivamente sarà
però probabile un forte rimbalzo. La perdita delle forniture
elettriche provenienti dalle centrali di Fukushima dovrebbe
essere presto colmata grazie alle capacità inutilizzate di altre
regioni, e anche le opere di ricostruzione dovrebbero dare
una forte spinta alla crescita. La speranza è che l’impatto
ecologico di lungo corso sarà limitato alle zone immediatamente
circostanti alle centrali. Dovrebbe essere ridotto
anche l’impatto sulla crescita globale. Nel breve termine,
alcune catene di fornitura dipendenti dal Giappone saranno
interrotte; nel lungo termine, potremmo assistere a un certo
abbandono del nucleare.
Gli aumenti dei prezzi del petrolio provocano rischi
per la crescita
Le stime degli effetti sulla crescita degli aumenti del prezzo
del petrolio nell’ambito della fornitura non sono omogenee.
Non sorprende comunque che, secondo gran parte
degli studi, l’effetto negativo sulla crescita tende a essere
maggiore quanto più grande, veloce e durevole è il picco
dei prezzi del petrolio. A nostro parere, la crescita globale
potrebbe ridursi dello 0,5% circa a seguito di un aumento
del 50% del prezzo del petrolio. Ma per supportare la stabilità
sociale, le spese di alcuni governi, come quello saudita,
saranno più alte dei rispettivi maggiori ricavi derivanti dal
petrolio. Ciò dovrebbe imprimere una spinta alla crescita
globale.
Politiche di inasprimento per BCE e BoE, Fed in attesa
I rischi al rialzo per l’inflazione rimangono elevati nei ME,
e di conseguenza è probabile che prosegua la politica di
inasprimento. Gli accordi dei leader europei – per maggiori
fondi destinati alla crisi (EFSF/ESM) e minori (e perciò più
sostenibili) costi di finanziamento – dovrebbero ridurre le
limitazioni per la politica della BCE. I dati indicano un’inflazione
elevata, pertanto prevediamo un primo aumento dei
tassi in aprile. Un’inflazione ben oltre il target del 2% suggerisce
un’azione anche da parte della Bank of England,
probabilmente a maggio. Al contrario, per quest’anno la
Fed dovrebbe rimanere in attesa. Non dovrebbero esserci
interventi della BNS, a meno che non si verifichi un notevole
indebolimento del CHF.


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