State Street Investment Management : Se nel breve periodo l’effetto sui mercati della cattura da parte degli Stati Uniti del presidente venezuelano Nicolas Maduro è minimo — al di là di alcuni raffinatori di petrolio statunitensi, dei bond sovrani venezuelani, ecc. — la cattura di Maduro rappresenta un evento geopolitico di enorme portata, con implicazioni profonde per il futuro.
A cura di Elliot Hentov, Head of Macro Policy Research di State Street Investment Management
Nel nostro Global Market Outlook 2026 avevamo indicato il Venezuela come il terzo hotspot geopolitico più rilevante, ma con un potenziale di trasmissione ai mercati limitato. Questa previsione si è rivelata lungimirante, dato che finora si sono registrati movimenti di mercato poco percepibili.
È significativo che, a seguito del rafforzamento delle forze statunitensi nei Caraibi, i prezzi del petrolio si siano indeboliti nonostante l’aumento delle sanzioni USA sulle esportazioni di petrolio russo e la rimozione di una parte delle esportazioni venezuelane trasportate da petroliere della “shadow fleet”. I prezzi intraday del petrolio (e la volatilità) restano in larga misura sui livelli precedenti alla cattura.
Ma cosa accadrà nei prossimi mesi?
Invitiamo alla cautela nel prevedere che un’offerta aggiuntiva di petrolio venezuelano possa far scendere i prezzi. Il mercato resta dominato dai driver della domanda globale di petrolio, che nel 2025 si erano notevolmente indeboliti a causa di un rallentamento indotto dalle politiche economiche. È probabile che questa dinamica si inverta, con un rafforzamento della domanda di petrolio negli Stati Uniti e in Cina nel corso del 2026.
Le stime realistiche collocano la produzione venezuelana aggiuntiva marginale tra i 250 e i 300 mila barili al giorno, a fronte di una crescita attesa della domanda globale di petrolio pari a 750 mila–1,25 milioni di barili al giorno quest’anno. Alcuni di questi sviluppi sono rilevanti per specifici operatori e raffinatori petroliferi statunitensi, ma non si tratta di una storia macroeconomica.
Perché, allora, si continua a sentire parlare di Trump e della “presa” del petrolio venezuelano? È qui che inizia la storia geopolitica.
Innanzitutto, il petrolio venezuelano (VEN) rappresenta solo circa il 4% delle importazioni cinesi. Tuttavia, la maggior parte dei flussi venezuelani è diretta verso la Cina, creando una profonda dipendenza da Pechino. Portare questi flussi sotto la supervisione statunitense è l’essenza della “Dottrina Donroe”: riaffermare l’America Latina come area di influenza americana.
Il petrolio venezuelano è stato anche una linea di sopravvivenza per il regime cubano. Circa due terzi delle importazioni cubane provengono dal Venezuela, spesso a costo quasi nullo, in cambio di servizi governativi che vanno dall’intelligence alla protezione della presidenza venezuelana.
Infine, c’è la logica geoeconomica: armonizzare la rete energetica dell’emisfero occidentale è di per sé una forma di potere, ovvero amplificare la competitività energetica degli Stati Uniti. E non si tratta solo di petrolio: questa regione è ricca anche di risorse non petrolifere, incluse le terre rare.
La cattura di Maduro non ridefinisce solo il Venezuela: ha il potenziale di generare effetti a catena in tutta la regione. Dalle prospettive di crescita della Colombia alle dinamiche elettorali del Brasile, fino alla vulnerabilità imminente di Cuba, la ricalibrazione geopolitica sotto una rinnovata “Dottrina Monroe” potrebbe ridefinire alleanze, mercati e strutture di potere nell’intero emisfero.
La Colombia potrebbe essere il paese che beneficia maggiormente della ripresa del Venezuela. Una piena transizione politica e un afflusso di investimenti esteri nel settore petrolifero venezuelano potrebbero aumentare le esportazioni medie della Colombia di circa lo 0,5% del PIL all’anno. A questo si aggiungono la normalizzazione dei rapporti e il rientro dei flussi di rifugiati, che potrebbero raddoppiare l’incremento complessivo della crescita. Sul piano politico, le elezioni di aprile in Colombia potrebbero rappresentare un importante termometro per valutare come l’opinione pubblica percepisce la “Dottrina Donroe” e il suo impatto regionale.
Anche il Brasile andrà alle urne nella seconda metà dell’anno. Essendo l’altro grande governo di sinistra che affronta le elezioni nel 2026, la sua traiettoria influenzerà la politica regionale. I governi allineati agli Stati Uniti nella regione sono stati ricompensati con il sostegno americano — si pensi alle linee di swap per l’Argentina e alle grazie presidenziali per l’Honduras — rafforzando la loro presa sul potere. Sebbene i mercati valutari non mostrino ancora reazioni evidenti, ci aspettiamo che i candidati dell’opposizione di destra guadagnino terreno nei sondaggi con il progredire dell’anno.
Cuba appare ora come il tassello più fragile sulla scacchiera. Nei prossimi uno-due anni è difficile immaginare che il regime riesca a resistere senza raggiungere qualche accordo con l’amministrazione Trump. Perché? Gli Stati Uniti presumibilmente limiteranno o vieteranno il petrolio venezuelano a costo zero, e L’Avana non ha un patrono alternativo evidente.
Tutto quanto sopra appare marginale se confrontato con il grande gioco della geopolitica. Ecco le variabili da tenere sotto osservazione:
L’attuale ondata di proteste si sviluppa in circostanze molto diverse rispetto al passato. La scienza politica ci insegna che i regimi autoritari sono più deboli dopo aver perso una guerra esterna — e l’umiliazione del conflitto di 12 giorni di giugno rientra pienamente in questo schema di instabilità del regime.
Nel breve periodo, il Venezuela distrae i media globali, ma la coesione del regime è un problema crescente. Come si può reprimere una protesta quando non si è riusciti a prepararsi alla guerra con Israele, si è interpretato erroneamente il bluff di Trump e ora si affronta la sua minaccia di intervento dopo aver mantenuto le promesse sul Venezuela? In realtà, tutto ciò rende più difficile la repressione convenzionale delle proteste, perché rallenta il processo decisionale e indebolisce la convinzione del potere, incoraggiando al contempo i manifestanti. Un cambio di regime resta improbabile, ma un’evoluzione del regime con una nuova leadership che sostituisca Khamenei è una possibilità concreta.
Se dopo aver firmato il Partenariato Strategico Globale Iran-Russia; e Maduro è stato catturato poche settimane dopo aver firmato il Partenariato Strategico Venezuela-Russia.
A che punto le alleanze russe iniziano a sembrare segnali ribassisti per i regimi? Quanto tempo passerà prima che altri alleati della Russia — soprattutto leader militari dell’Africa subsahariana, ma forse anche la Bielorussia — riconsiderino le proprie opzioni e cerchino un accordo con il blocco occidentale? Mosca fosse un assicuratore, la sua sequenza di fallimenti farebbe fuggire gli assicurati? Nell’ultimo anno il regime di Assad è crollato nonostante oltre 20.000 soldati russi, una base navale e altri tipi di supporto; l’Iran non ha ricevuto alcun aiuto materiale durante la guerra di 12 giorni, solo pochi mesi
La Russia potrebbe continuare a trascinare i negoziati e cercare di massimizzare le concessioni in una danza senza fine, ma il suo potere geopolitico in costante emorragia finirà per erodere nel tempo il suo vantaggio militare. Il Donbass vale davvero più degli asset globali della Russia? Un cessate il fuoco oggi appare più probabile di quanto lo fosse l’ultimo giorno di dicembre 2025.
Poche ore prima della cattura di Maduro, l’inviato cinese per l’America Latina, Qiu Xiaoqi, aveva effettuato una visita — l’ultima di un dignitario straniero. Il sostegno cinese a Maduro come persona, alla fine, non ha avuto alcun peso, e questo sarà visto come un segnale di debolezza di Pechino nella regione.
Il Venezuela era il partner più profondo di Pechino nella Belt & Road Initiative, il suo maggiore debitore e il più fedele alleato politico della Cina nelle Americhe. Eppure le priorità commerciali degli Stati Uniti prevalgono sugli interessi regionali cinesi, e Pechino sembra incline ad accettare il nuovo status quo. È prevedibile che i paesi dell’America Latina diventino più scettici verso la cooperazione con la Cina, dati i crescenti costi geopolitici. È significativo che il Messico abbia aderito alla maggior parte delle clausole statunitensi di “no China” nell’ambito dei negoziati commerciali, nonostante la sua leadership di sinistra.
Analogamente all’accordo commerciale USA-UE, gli Stati Uniti puntano a un reset dell’utilizzo della Groenlandia e sfrutteranno il proprio potere geopolitico per ottenere da Danimarca e UE privilegi economici ancora maggiori, libertà operativa militare e diritti di veto politico. Ciò non deve necessariamente manifestarsi come un’iniziativa unilaterale o in termini militari.
Gli eventi recenti non dovrebbero essere interpretati come un tacito via libera per altre grandi potenze a fare ciò che vogliono nelle proprie aree periferiche. La vera lezione è un’altra: con eccellenza operativa, sono possibili interventi chirurgici senza guerre su vasta scala o interventi militari generalizzati — una lezione che influenzerà i calcoli strategici futuri.
Se il Venezuela si dimostrerà un successo strategico — e ancor più se Cuba cederà prima del 2028 — lo status di Marco Rubio come portabandiera della politica estera di Trump rafforzerebbe le sue rivendicazioni di erede del trumpismo. Un dettaglio degno di nota: il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, è stato completamente assente dalla narrazione sul Venezuela durante questo recente ciclo mediatico, in netto contrasto con la sua visibilità su altri dossier di politica estera.
Fonte: InvestmentWorld.it
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