Tognoli Antonio Corporate Family Office SIM S.p.A. CFO SIM

CFO SIM – La Germania nel Novecento ha sempre perso tutte le guerre

CFO SIM La Germania nel Novecento ha sempre perso tutte le guerre e ha sempre vinto tutte le paci, grazie alla sua eccezionale alta produttività del lavoro, frutto del disciplinamento sociale che è proprio della sua cultura antropologica (G. Sapelli).

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Antonio Tognoli Responsabile Macro Analisi e Comunicazione ( CFO SIM ) Corporate Family Office SIM S.p.A.


Settimana importante e densa di dati per i mercati. Si comincia oggi alle 10:00 con M3 YoY di aprile dell’Europa, il cui tasso di crescita è previsto rallentare al 2,1% (dal 2,5% di marzo) in linea con gli orientamenti di politica monetaria. Alle 16:00 uscirà invece la fiducia dei consumatori USA MoM di maggio (stima 100 punti contro 101,3 di aprile).

Ieri è stato finalmente raggiunto l’accordo sul debito USA. L’accordo prevede la sospensione del limite massimo dell’indebitamento del governo, al momento fissato a 31.400 miliardi e ormai raggiunto, per un periodo di due anni, fino cioè ad oltre la scadenza delle elezioni presidenziali del 2024 evitando così pericolose crisi in clima elettorale. In cambio, l’accordo congela però di fatto la spesa federale, bloccandone ogni aumento. Anzi, in alcuni casi la riduce pure, con l’eccezione di aumenti legati alla difesa e ai veterani. Stando a un’analisi condotta dal New York Times, l’impatto sull’arco di dieci anni dei principali provvedimenti iscritti nell’intesa potrebbe essere di una riduzione di spesa pari a 650 miliardi di dollari, un risultato considerato tutto sommato piuttosto modesto.

Torniamo all’Europa. La domanda che ci facciamo e se la Germania sia veramente messa così male? E cosa significa per l’Europa? Come noto, una recessione è comunemente definita come due trimestri successivi di contrazione. L’economia tedesca era già in recessione all’inizio del 2023 dopo che la spesa delle famiglie ha “finalmente” ceduto alla pressione dell’elevata inflazione.

Il PIL prodotto interno lordo è diminuito dello 0,3% nel 1Q23, aggiustato per i prezzi e gli effetti di calendario, come ha mostrato giovedì scorso la seconda stima dell’ufficio di statistica. Il dato segue un calo dello 0,5% nel quarto trimestre del 2022.

I consumi delle famiglie sono diminuiti dell’1,2% trimestre su trimestre dopo aggiustamenti di prezzo, stagionalità e calendario. Anche la spesa pubblica è diminuita significativamente (4,9%), nello stesso trimestre. Il ministro dell’economia dele Germania, Habeck, ha affermato cha la recessione è principalmente dovuta all’elevata dipendenza della sua nazione dalla Russia per l’approvvigionamento energetico.

Il caldo clima invernale, un rimbalzo dell’attività industriale, aiutato dalla riapertura cinese e un allentamento degli attriti delle catene di approvvigionamento non sono stati sufficienti per far uscire l’economia dalla zona di pericolo di recessione, a conferma della rigidità della struttura economica e produttiva della Germania che fatica ad adattarsi ai cambiamenti strutturali.

Al contrario, gli investimenti sono invece aumentati nei primi tre mesi dell’anno, dopo una debole seconda metà del 2022. Gli investimenti in macchinari e attrezzature sono aumentati del 3,2% rispetto al trimestre precedente, mentre gli investimenti in costruzioni sono aumentati del 3,9% rispetto al trimestre. Segnale che, probabilmente, le imprese vedono una domanda di beni e servizi crescente per la seconda parte dell’anno e per il 2024. Sempre positivi anche i contributi del commercio: le esportazioni sono aumentate dello 0,4%, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,9%.

Data la struttura produttiva e la dipendenza energetica dalla Russia, difficilmente l’economia della Germania avrebbe potuto evitare una recessione. La domanda diventa ora se realmente ci sarà una ripresa nella seconda metà dell’anno, come la crescita degli investimenti lascerebbe presumere.

Se guardiamo oltre il primo trimestre, l’ottimismo all’inizio dell’anno sembra aver lasciato il posto ad un maggiore senso della realtà. Il calo del potere d’acquisto dovuto all’inflazione, la riduzione degli ordini industriali, l’inasprimento aggressivo della politica monetaria e il previsto rallentamento dell’economia USA depongono tutti a favore di una attività economica piuttosto debole.

Dopo il calo di mercoledì scorso del clima economico (IFO in calo), tutti i principali indicatori anticipatori del settore manifatturiero stanno ora diminuendo. La Bundesbank prevede tuttavia che l’economia crescerà nel secondo trimestre, anche se in modo modesto, grazie ad un rimbalzo dell’industria che dovrebbe più che compensare il ristagno dei consumi delle famiglie e il crollo delle costruzioni (vedi il secondo un rapporto mensile sull’economia).

Tornando quindi alla domanda iniziale, la crescita economica dell’Europa non sembra però risentirne più di tanto. E questo è sicuramente strano, visto che risulta piuttosto difficile che la brusca frenata della principale economia europea non trascini al ribasso l’intera economia Europea.

Al contrario, la stima di crescita del PIL dell’UE è stata recentemente rivista al rialzo all’1,0% nel 2023 (dallo 0,8%) e all’1,7% nel 2024 (dall’1,6%), colmando virtualmente il divario con la produzione potenziale.

Anche l’inflazione è stata però rivista al rialzo, e ora è prevista al 5,8% nel 2023 (dal 5,6%) e al 2,8% (dal 2,5%) nel 2024 nell’area dell’euro. Con i salari che aumentano meno dell’inflazione, il potere d’acquisto continua a diminuire facendo scendere per questa via i consumi (l’effetto di smobilizzo del risparmio accumulato durante la pandemia sembra esaurito).

L’aumento degli investimenti può certo sostenere la domanda aggregata e per questa via il PIL. Ma solo se questi determinano un aumento della produttività. Diversamente un aumento degli investimenti che aumenti l’offerta, scontrandosi con una domanda interna debole, può solo determinare una flessione dei prezzi. Da valutare il ruolo dell’export, che potrebbe anche consentire il soft landing.

Ed è proprio l’export che probabilmente sosterrà la crescita economica dell’Europa. Negli ultimi due anni il netto deterioramento delle ragioni di scambio, con l’aumento dei prezzi dell’energia (importata), ha provocato un trasferimento del potere d’acquisto dall’UE al resto del mondo. Con i prezzi dell’energia in rapido calo, l’atteso miglioramento delle ragioni di scambio determinerà un’inversione di questo effetto, a vantaggio di tutti i settori domestici dell’economia: famiglie, imprese e governi.

Finora, le famiglie e le finanze pubbliche hanno sostenuto gran parte del peso maggiore dell’elevata inflazione importata, poiché la crescita dell’occupazione compensa solo parzialmente il calo dei salari reali e delle finanze pubbliche decise a proteggere le famiglie e le imprese dall’impatto negativo dei prezzi elevati dell’energia. Le aziende sono generalmente riuscite a trasferire i maggiori costi di produzione sui consumatori. Tuttavia, i settori e le imprese più energivore sono in difficoltà. Ma il calo dei prezzi dell’energia dovrebbe consentire loro di recuperare una parte della redditività perduta, così come consentire ai governi di contenere il costo delle misure di sostegno o di eliminarle del tutto.

Il progressivo consolidamento dell’inflazione core ha indirizzato le autorità monetarie dell’UE verso la continuazione della stretta monetaria. I tassi di interesse a lungo termine non si sono tuttavia quasi mossi. Le condizioni monetarie più restrittive si stanno alimentando attraverso il canale del credito: i costi di indebitamento sono in aumento, mentre i flussi di credito stanno diminuendo. Il crollo della Silicon Valley Bank e di altre due banche statunitensi e i problemi con il Credit Suisse si sommano agli effetti dell’aumento dei tassi ufficiali. Anche se ben capitalizzate e attentamente controllate, la minore tolleranza al rischio delle banche dell’UE sta tuttavia portando ad un ulteriore inasprimento degli standard di prestito.

Fonte : BondWorld.it


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