Invesco : La distribuzione dei possibili scenari nelle dinamiche geopolitiche diventa sempre più determinante per un eventuale cambiamento nelle aspettative di crescita ed inflazione da parte del consenso degli economisti.
A cura di Luca Simoncelli, Investment Strategist di Invesco
La curva a termine sui contratti futures nelle quotazioni del petrolio sembra portare un messaggio, ovviamente ancora volatile, per cui sia ancora prematuro scontare uno scenario base in cui l’impatto su regime di crescita ed inflazione core possa essere sostanziale nel medio e lungo periodo. Infatti, le scadenze a tre o sei mesi, seppure in rialzo, non trattano ancora a prezzi decisamente più alti rispetto al periodo pre-conflitto.
La situazione nello Stretto di Hormuz rimane instabile e sicuramente il livello di convinzione degli investitori è in declino, la ricerca di copertura ai ribassi sui mercati derivati è in aumento e delinea un posizionamento che è ancora in fase di aggiustamento. I messaggi di apertura parziale dello Stretto, per navi non americane o israeliane, sono positivi e riducono marginalmente le pressioni di riduzione alla produzione e raffinazione nel Golfo. I segnali di maggiore dialogo tra Iran e Stati Uniti sono confusi come lo è la definizione di una possibile cooperazione internazionale nello Stretto.
Le crisi energetiche hanno storicamente la capacità di portare il ciclo economico verso una fase di recessione, ma solo in corrispondenza di una persistenza significativa nel rialzo del prezzo del petrolio. Nel contesto attuale, un’ipotesi di scenario che porti ad una riduzione nel livello di domanda aggregata, potrebbe essere nell’intorno di un prezzo del petrolio a 120-150 dollari al barile e per almeno tre mesi. Ovviamente la crescita delle nazioni del Golfo e dei mercati Asiatici hanno una sensitività maggiore; mentre gli Stati Uniti, come descritto anche dalla recente forza relativa del dollaro, molto minore. Il Fondo Monetario Internazionale ci ha ricordato in settimana una stima approssimativa per cui ogni aumento del 10% dei prezzi del petrolio, se persistente per un anno, comporta un aumento di 40 punti base dell’inflazione globale aggregata ed un calo dello 0,1% – 0,2% della produzione globale.
L’impatto di breve periodo sull’inflazione headline è invece più immediato, ed esteso a livello regionale, e questo è evidente nella volatilità delle attese del mercato sui prossimi movimenti delle banche centrali, mentre le misure di inflazione attesa sul lungo periodo continuano a mostrarsi ben ancorate. Con una sensitività ai costi energetici maggiore, la Zona Euro ha visto le previsioni del mercato spostarsi in maniera aggressiva verso addirittura due rialzi dei tassi entro la fine dell’anno, un movimento scomposto per ora e che difficilmente potrà essere considerato come uno scenario base.
Le condizioni finanziarie si stanno comunque restringendo, soprattutto nei mercati emergenti, ed in settimana avremo le riunioni di otto delle principali banche centrali. Per BCE e Fed si apre una fase di attesa, un approccio “wait and see” sembra infatti il più appropriato all’incertezza sull’effettiva durata della crisi energetica. Il messaggio che la maggior parte delle banche centrali porterà al mercato sarà comunque di maggiore cautela, l’equilibrio di politica monetaria diventa infatti asimmetrico con il focus che si sposta verso il rischio inflazione.
Canada e Gran Bretagna sono probabilmente ai due estremi nella definizione della politica monetaria; la Bank Of Canada con una chance di portare un ulteriore rialzo ai tassi, mentre la Bank Of England si trova in una fase che tende ad ulteriori ribassi, sarà interessante monitorare eventuali inversioni di tendenza. I dati di inflazione CPI e PCE pubblicati la settimana scorsa negli Stati Uniti sono risultati in linea con le attese del mercato ed uniti alla debolezza del mercato del lavoro contribuiscono a mantenere le attese di almeno un taglio nel medio periodo.
I tassi d’interesse rimangono elevati anche sulle parti a lungo termine delle curve sotto il rischio stagflazione e questo aggiunge tensione agli equilibri finanziari, con alcuni marginali segnali che sono emersi la settimana scorsa anche sui mercati primari. La geopolitica ha temporaneamente distolto l’attenzione dal mercato del credito e dalle pressioni dirompenti dell’AI su software e industrie dei servizi. Permane un certo livello di tensione, visibile ad esempio nella fase di difficoltà che attraversa il settore finanziario, ma in aggregato il mercato sembra navigare in maniera piuttosto resiliente. Una resilienza di cui troviamo conferma nei risultati trimestrali positivi sia su S&P 500 che su Stoxx 600, il rapporto nelle revisioni delle stime di crescita degli analisti sugli utili aziendali rimane positivo, mentre abbiamo conferma che le dinamiche di ordinativi e produzione si facciano trovare da questa volatilità geopolitica in una fase di espansione.
Fonte: InvestmentWorld.it
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