AXA IM – BNPP AM : Sono due gli scenari attualmente al vaglio dei mercati. Se il conflitto in Medio Oriente dovesse prolungarsi le prospettive di crescita e inflazione peggiorerebbero, con ripercussioni sui tassi d’interesse.
A cura di Alessandro Tentori, Chief Investment Officer Europa AXA IM Core, BNPP AM
Se dovesse terminare a breve, nella speranza di negoziati, l’impatto sull’economia sarebbe temporaneo e non sarebbe necessario per le banche centrali modificare, inasprendola, la politica monetaria. Purtroppo come evolverà la guerra non lo sa nessuno e le conseguenze dei conflitti sono spesso imprevedibili. Tuttavia, gli investitori possono fare un’analisi della situazione attuale e adattare di conseguenza il portafoglio.
La performance dei mercati
Le performance evidenziano una crisi che deriva da uno shock esogeno, molto concentrato, sulle materie prime. Dal 26 febbraio, dall’inizio di questo periodo di conflitto in Medio Oriente, anche i metalli preziosi hanno performato male. Tuttavia, nonostante tutto, l’indice globale delle materie prime è salito del 12%. Quest’ultimo era già in rialzo prima dello scoppio della guerra e si sarebbe probabilmente visto un effetto delle materie prime sull’inflazione nel corso del 2026 anche senza questo periodo di stress.
Tutte le altre classi d’attivo a parte il mercato monetario e il dollaro, che per una volta fa quello che ha dovuto sempre fare, hanno sottoperformato. Non ci sorprende la correzione del mercato azionario e nemmeno l’ampliamento degli spread di credito in un periodo di forte crisi come questo. Gli spread si sono ampliati non per un aumento dei default, ma come conseguenza dell’aumento dell’incertezza che ha portato a una revisione delle valutazioni, che erano un po’ tirate. Il livello dei tassi d’interesse è molto salito e la duration sta sottoperformando.
Il quadro macroeconomico
La situazione è molto fluida, tuttavia si possono individuare due temi. Innanzitutto il fatto che gli attacchi missilistici stanno avvenendo sugli impianti di raffinazione del petrolio, non tanto sui pozzi estrattivi (sarebbe un danno maggiore). In secondo luogo, i tempi di riparazione di questi impianti danneggiati (e i costi associati) sono molto lunghi in alcuni casi. Di qui le preoccupazioni del mercato sui “colli di bottiglia”:
Non solo petrolio…
A catena vediamo un effetto secondario su altre materie prime, come i fertilizzanti. Per esempio, abbiamo visto ripercussioni sul gas naturale, l’elio, e altri elementi, con ripercussioni su tanti settori (per esempio l’agricoltura). Questo significa aumento dei prezzi al consumo e, a nostro avviso, un aumento dell’inflazione sui beni alimentari potrebbe essere all’orizzonte nei prossimi mesi.
Timori sull’inflazione
Almeno per i prossimi mesi potrebbe esserci una pressione sugli indici d’inflazione. Nel brevissimo termine possiamo notare (grafico a sinistra) un’impennata del prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti. Se questo dovesse essere lo shock che viene registrato, avremmo ben 0,7 punti percentuali d’aumento dell’inflazione nel solo mese di marzo, anche se tutte le altre componenti d’inflazione fossero a zero.
La duration non funziona come in passato
Ci si sarebbe potuti aspettare maggior volatilità sui mercati. L’indice VIX che misura la volatilità al momento risulta più stabile rispetto a luglio 2024 (carry trade sullo yen). Non sembra che questa crisi abbia un effetto sui bilanci delle banche e delle aziende. Tuttavia, un significativo cambiamento di outlook porterebbe un cambiamento sul sentiment degli investitori, che al momento risulta molto “bearish”, ma che potrebbe ancora peggiorare. Per quanto riguarda gli strumenti di difesa del portafoglio, la duration ha avuto una performance molto negativa soprattutto sulla parte lunga delle curve, dallo scoppio della guerra in Medio Oriente. Quanto alle aspettative per il meeting di dicembre delle banche centrali, c’è stato un cambiamento epocale di aspettative sulla parte breve della curva. Tutta la curva si è praticamente spostata.
La correlazione non sembra più funzionare
I portafogli bilanciati erano soliti contare su una capacità difensiva del comparto obbligazionario rispetto agli asset più rischiosi, come le azioni. Ma questo oggi non succede più. Per gli investitori è quanto mai difficile capire cosa fare per diversificare. Un’analisi storica di Bank of America sugli ultimi 70 anni di crisi sembra fornire motivi di ottimismo. Concentrandosi su quanto tempo ci è voluto in ogni crisi per uscirne, l’analisi mostra una media storica “di 15 punti percentuali” per un ritracciamento (dal punto più basso del calo di mercato), quindi ci sarebbe ancora un po’ di spazio se questo fosse il playbook dei mercati. Insomma, la ricerca mostra un comportamento ricorrente di forte rimbalzo dei mercati nel momento in cui si raggiunge il punto più basso. Ma il timing è tutto, come sempre.
Fonte: InvestmentWorld.it
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