Mirabaud AM: La guerra in Iran sta riaccendendo i timori di una nuova crisi energetica, ma il contesto monetario in cui questo rischio sta emergendo è diverso da quello del 2022.
A cura di Valentin Bissat, Chief Economist & Senior Strategist di Mirabaud Asset Management
All’epoca, le banche centrali si trovavano ad affrontare una situazione particolarmente delicata: i tassi di interesse di riferimento erano ai minimi storici, le aspettative di inflazione a lungo termine iniziavano a disancorarsi e molti responsabili della politica monetaria descrivevano ancora l’aumento dei prezzi come un fenomeno temporaneo.
A ciò si è aggiunto un forte shock della domanda innescato da uno stimolo fiscale eccezionale all’indomani della pandemia, dando origine a un’inflazione alimentata contemporaneamente da uno shock dell’offerta e da un aumento della domanda. Nel complesso, questo ha costretto a un diffuso inasprimento della politica monetaria, sebbene troppo tardivo.
In questo contesto, la Federal Reserve dispone di un margine di manovra maggiore rispetto alla Banca Centrale Europea grazie al suo duplice mandato: stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il mercato del lavoro statunitense rimane resiliente, come dimostrano i solidi dati sulla creazione di posti di lavoro registrati a marzo, e la soglia per un ulteriore taglio dei tassi è elevata. In Europa, la BCE si trova ad affrontare una situazione diversa, poiché il suo mandato, strettamente focalizzato sull’inflazione, le impone maggiori vincoli.
Un aumento dei tassi già ad aprile ci sembra improbabile: un inasprimento marginale avrebbe effetti limitati su uno shock dell’offerta legato al petrolio o al gas, mentre l’economia europea resta più vulnerabile a un ulteriore irrigidimento.
Positivi sull’oro ma negativi sul dollaro nonostante il recente rally
Nonostante la sua reputazione, la correlazione tra il prezzo dell’oro e il rischio geopolitico rimane debole; gli episodi di volatilità globale hanno storicamente avuto solo un impatto limitato sulla sua traiettoria. La recente debolezza del metallo prezioso è infatti determinata da fattori fondamentali, in particolare dall’apprezzamento del dollaro e dall’aumento dei tassi di interesse reali, due elementi che accrescono il costo opportunità di detenere oro.
Allo stesso tempo, alcune banche centrali hanno ridotto le proprie riserve, contribuendo alla pressione al ribasso. La Turchia, in particolare, ha attinto alle proprie riserve per sostenere la propria valuta vendendo 120 tonnellate di oro dall’inizio della guerra, mentre diversi Paesi del Golfo hanno ridotto le loro disponibilità per compensare minori entrate legate al calo delle esportazioni di petrolio e gas. Dopo diversi anni di forte performance, anche le prese di profitto hanno pesato sul prezzo dell’oro a marzo. Tuttavia, nel medio termine, la questione ricorrente dei disavanzi di bilancio è destinata a tornare al centro dell’attenzione e a riaccendere la domanda di oro. Restiamo quindi positivi e manteniamo una posizione di sovrappeso.
Per quanto riguarda le valute, abbiamo rivisto al rialzo la nostra valutazione sullo yen, portandolo a sovrappeso rispetto al dollaro e a neutrale rispetto al franco svizzero e all’euro.
L’aumento dell’inflazione in Giappone, alimentato dalla debolezza dello yen e dai maggiori costi energetici, è probabilmente destinato a spingere la Bank of Japan a inasprire gradualmente la propria politica monetaria. L’obiettivo sarebbe anche quello di contenere il deprezzamento della valuta e ancorare le aspettative di inflazione.
Per quanto riguarda il dollaro, restiamo negativi nei confronti del franco svizzero, dell’euro e della sterlina, nonostante la sua recente stabilizzazione. Con la guerra in Iran, la spesa per la difesa potrebbe raggiungere i 1.500 miliardi di dollari annui, aggravando ulteriormente la già preoccupante traiettoria del debito statunitense. Le dinamiche fiscali potrebbero spingere il deficit a sfiorare il 7% del PIL quest’anno.
Fonte: InvestmentWorld.it
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