AXA IM – BNPP AM : Il boom dei semiconduttori sostiene i mercati, ma la crisi energetica e le tensioni geopolitiche ne mettono alla prova la tenuta
A cura di Chris Iggo, Chief Investment Officer AXA IM Core, BNPP AM
Chip ovunque
Siamo quasi a un terzo del 2026 e, nonostante il conflitto in Medio Oriente, il tema tecnologico continua a dominare i rendimenti azionari. Lo dimostra la performance stellare di mercati fortemente orientati alla tecnologia come Corea del Sud, Taiwan, Giappone e Israele. Il Nasdaq 100 ha fatto peggio rispetto ai mercati asiatici, così come lo S&P 500 nel suo complesso, ma entrambi hanno comunque registrato rendimenti robusti.
La differenza, sottile ma decisiva, tra “buono” ed “eccellente” sta nel fatto che i mercati coreano e taiwanese sono dominati dalla produzione e dal supporto ai semiconduttori, mentre negli USA il peso delle società di software è molto maggiore. Queste ultime potrebbero essere messe sotto pressione nel medio termine dall’IA, capace di mettere in discussione il modello del Software as a Service.
Per questo, il picks and shovels trade – cioè quello legato ai fornitori di infrastrutture e strumenti essenziali – continua a funzionare meglio. Nel frattempo, il numero limitato di società tecnologiche dello S&P 500 che ha già pubblicato i risultati del primo trimestre ha ampiamente superato le attese, in particolare nel segmento dei semiconduttori.
La tecnologia resta il principale motore dei rendimenti azionari globali e, quest’anno, il modo migliore per cavalcarla è stato puntare su chip e Asia.
I portafogli ordini delle aziende tecnologiche sono pieni, e l’espansione dei data center e della capacità computazionale non mostra segni di rallentamento. Tuttavia, far funzionare i server e soddisfare la crescente domanda legata all’IA implica un’enorme richiesta di energia, acqua e metalli critici. Stanno emergendo nuove opportunità di investimento in tecnologie capaci di affrontare questi colli di bottiglia, tra cui sistemi di raffreddamento più efficienti che riducono il consumo di acqua, risorsa sempre più scarsa.
L’energia rappresenta però una sfida potenziale per il settore tecnologico, soprattutto alla luce della situazione in Medio Oriente. I mercati del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto stanno vivendo perturbazioni significative delle forniture. I costi dei data center sono destinati ad aumentare, nonostante gli investimenti delle aziende tecnologiche in capacità di produzione energetica propria.
Il mercato è elettrico
La crisi energetica difficilmente metterà fine al boom dell’IA. Si tratta di una sfida, ma nel tempo l’offerta potrebbe essere ripristinata – e persino ampliata – grazie all’aumento della capacità nella generazione da fonti rinnovabili, nucleare, idroelettrica e biomassa.
I temi interconnessi della costruzione di capacità computazionale, delle reti di comunicazione, della produzione e della trasmissione di energia elettrica resteranno centrali nelle strategie di investimento ancora a lungo.
Non a caso, i cinque titoli con le migliori performance nell’indice industriale dello S&P 500 da inizio anno sono legati alla fornitura di servizi e infrastrutture elettriche.
Una crisi più lunga del previsto
Le notizie di attualità continuano a generare volatilità sui mercati: come già detto, i mercati stanno scontando l’idea che si arrivi a una soluzione pacifica, capace di riportare gradualmente alla normalità i mercati energetici e di limitare l’impatto sui prezzi di lungo periodo e sulle attività economiche dipendenti da petrolio e gas – da qui il recente rally.
Tuttavia, gli investitori devono prepararsi anche a scenari meno favorevoli: esiste il rischio di interruzioni ricorrenti nel commercio petrolifero e di un persistente premio per il rischio geopolitico. In questo contesto, la transizione dal petrolio e dal gas verso altre fonti energetiche diventa ancora più cruciale, soprattutto per le economie asiatiche già messe sotto pressione dalla crisi energetica.
Preoccupano anche le possibili conseguenze sulla domanda, qualora il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz restasse limitato. Diversi paesi asiatici hanno già adottato misure per ridurre i consumi energetici.
In Europa si moltiplicano gli allarmi per possibili carenze di carburante per l’aviazione. Alcuni processi industriali che dipendono da derivati dei combustibili fossili provenienti dal Golfo potrebbero essere ridimensionati. Gli agricoltori temono di non avere fertilizzanti a sufficienza per la stagione primaverile.
E se il calo dei mercati di marzo fosse stato solo una prima reazione all’impatto iniziale del conflitto, con ulteriori cattive notizie in arrivo? Il recupero dei mercati si è basato sull’idea che l’impatto macroeconomico sarebbe stato limitato una volta avviato un percorso negoziale tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Ma c’è il rischio che le conseguenze delle interruzioni nei flussi energetici stiano già emergendo. Tra queste: costi più elevati per le imprese, riduzione delle scorte, carenze di input produttivi, proteste sociali per l’aumento dei prezzi dei carburanti, calo della fiducia dei consumatori e restrizioni nei consumi energetici. Tra le ipotesi va inoltre inclusa anche una potenziale recessione globale.
I dati ufficiali di marzo provenienti da diverse economie avanzate mostrano già l’impatto iniziale dell’aumento dei prezzi del carburante e di altri prodotti energetici sui prezzi al consumo. I mercati, in termini di aspettative di inflazione, continuano a prevedere un aumento temporaneo, destinato a rientrare man mano che l’incremento dei prezzi dell’energia si attenuerà. Ma non è chiaro se abbiano già incorporato pienamente il possibile impatto sull’attività economica, le interruzioni dell’offerta e la pressione sui margini.
Scorte in calo
L’ultimo carico di petrolio partito dal Golfo via nave verso l’Occidente è già arrivato, e da ora le scorte inizieranno a ridursi.
I dati sul traffico del porto di Rotterdam – il principale hub europeo per il commercio di petrolio greggio – suggeriscono un impatto minimo sui volumi complessivi di traffico, inclusi petrolio e GNL. Tuttavia, segnalano che gli effetti sul commercio energetico potrebbero diventare più evidenti nel secondo trimestre.
I mercati potrebbero tornare a salire se USA e Iran avviassero negoziati e raggiungessero un accordo per la riapertura dello Stretto. Anche in quel caso, però, i danni già subiti potrebbero emergere nei prossimi mesi, sia nell’attività e nella comunicazione aziendale sia nei dati macroeconomici ufficiali. Siamo ancora in un mercato rialzista – ma con possibili scossoni all’orizzonte.
Fonte: InvestmentWorld.it
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