Naumer Hans-Jorg Allianz GI

AllianzGI – Tiro alla fune

AllianzGI : Negli ultimi giorni, l’evoluzione del contesto geopolitico e dei mercati finanziari è apparsa come un vero e proprio “tiro alla fune”.

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a cura di Hans-Jörg Naumer, Director, Global Capital Markets & Thematic Research. AllianzGI


Più a lungo persiste l’incertezza, maggiore è il rischio che anche i dati macroeconomici vengano trascinati in questo vortice.

Un tiro alla fune geopolitico. Inizialmente, la corda sembrava tirare verso la de-escalation, quando Teheran ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale durante il cessate il fuoco, innescando un brusco ribasso delle quotazioni petrolifere. Tuttavia, poco dopo, il pendolo è tornato a oscillare in senso opposto poiché la riapertura restava vincolata a precise condizioni politiche e militari. Il quadro ha poi subito un’ulteriore svolta, e l’incertezza sull’effettiva transitabilità di questo snodo cruciale ha fatto risalire il premio per il rischio nel mercato del greggio. Ne sono derivate forti oscillazioni giornaliere per i prezzi del Brent e del WTI (West Texas Intermediate), mentre i mercati azionari hanno alternato rimbalzi guidati dal sollievo a rinnovate fasi di avversione al rischio.

Un tiro alla fune nei mercati finanziari. Questo continuo tira e molla è diventato il modello dominante, soprattutto nei mercati azionari, dove ogni nuovo sviluppo nel conflitto iraniano e nella crisi dello Stretto di Hormuz si riflette direttamente sull’andamento dei prezzi. In questo contesto, il quadro tecnico è improntato alla cautela, con pochi operatori disposti ad assumere nuove posizioni. Gli indicatori di forza relativa delineano una situazione sostanzialmente neutrale sui principali mercati azionari. Nonostante l’andamento altalenante delle ultime settimane, i livelli di resistenza chiave hanno tenuto e alcuni indici sono persino riusciti a superarli. Il nostro “indicatore di assenza di gravità”, che mette in relazione il rapporto prezzo/utili (P/E) dello S&P 500 con l’indice di volatilità VIX come misura del prezzo del rischio, ha recuperato una certa stabilità. Tutto sembra restare in attesa che il tiro alla fune sullo Stretto di Hormuz si risolva a favore di un regolare flusso di greggio. Di conseguenza, il prezzo del petrolio continua a oscillare tra speranza e timore, con una dinamica che sul mercato spot risulta persino più accentuata rispetto a quella dei più significativi contratti future (si veda il grafico della settimana). Rispetto alla fase iniziale del conflitto con l’Iran, la stabilità mostrata negli ultimi giorni dal contratto Brent a tre mesi è quasi sorprendente. Pur avendo raggiunto livelli nettamente superiori a quelli precedenti al conflitto, nelle ultime settimane i rialzi sono stati contenuti, nonostante lo stretto più famoso al mondo sia rimasto aperto alla navigazione solo per brevi periodi.

Al di là delle quotazioni petrolifere e del rialzo delle aspettative di inflazione, emergono pochi segnali di stress sistemico: il Composite Indicator of Systemic Stress (CISS) della Banca Centrale Europea (BCE), che monitora le tensioni nel sistema finanziario, appare sostanzialmente imperturbato; lo stesso vale per l’omologo indicatore statunitense, il Financial Stress Index della Federal Reserve di St. Louis.

I rendimenti dei titoli governativi si mantengono su livelli elevati, e il rapporto tra le quotazioni dell’oro e quelle del rame continua a rivelarsi un efficace termometro del livello di timore nei mercati. In Europa, i mercati continuano a scontare due aumenti dei tassi da parte della BCE, mentre negli Stati Uniti i rialzi che erano stati temporaneamente incorporati nelle scadenze dei Treasury si sono rapidamente riassorbiti.

Il dollaro, che durante il conflitto ha svolto un ruolo chiave come diversificatore di portafoglio, è destinato con ogni probabilità a riprendere il trend ribassista, a condizione che la corda torni a essere tirata con maggiore decisione verso la de‑escalation. Dall’inizio delle ostilità in Iran, è emersa una netta correlazione positiva tra la valuta statunitense e il prezzo del petrolio, una relazione che appare tuttora valida. Anche qualora tale correlazione dovesse venire meno, il dollaro resterebbe comunque fondamentalmente caro.

La settimana prossima

A questo si aggiunge un tiro alla fune sulla politica monetaria. Nella settimana a venire, è previsto l’incontro di quasi tutte le principali banche centrali. La Bank of Japan (BoJ) si troverà probabilmente di fronte al compito meno complesso: la sua traiettoria sui tassi resta cautamente orientata al rialzo, ma con una prudenza tale che dalla riunione di questa settimana non si attendono particolari novità. Seguiranno poi la Federal Reserve (Fed, mercoledì), la Bank of England (BoE) e la BCE (entrambe giovedì). I mercati restano divisi su quale direzione prenderà il tiro alla fune tra “falchi” e “colombe”. Come suggeriscono i recenti commenti giunti da Francoforte, la reazione della BCE dipenderà dall’andamento dei prezzi del petrolio e, dunque, dall’evoluzione del conflitto iraniano: se il greggio dovesse rimanere in prossimità dello scenario base delineato dall’istituto, il tasso sui depositi non dovrebbe subire variazioni. In caso di avvicinamento allo scenario di stress, ci si attenderebbero segnali anticipatori e graduali. In caso di forte balzo dei prezzi, sarebbe invece ipotizzabile una reazione sensibilmente più restrittiva da parte dei responsabili della politica monetaria europea.

C’è inoltre un tiro alla fune sulle prospettive economiche. Al netto dell’aumento dei prezzi dell’energia, lo scenario di base (che vede un’economia sottoposta a stress test ma tuttavia capace di mostrare resilienza) ha finora trovato conferma. Il flusso di dati macro attesi in settimana dovrebbe chiarire in che misura la guerra in Iran stia già pesando sugli indicatori di fiducia e se la corda stia iniziando a tendere verso la stagflazione. In Germania, lunedì l’attenzione sarà catalizzata dall’indice GfK sulla fiducia dei consumatori, termometro dello stato della domanda privata. Negli Stati Uniti, il Consumer Confidence Index (CCI) del Conference Board offrirà indicazioni sulla propensione alla spesa delle famiglie.

Mercoledì saranno pubblicati diversi indicatori della Commissione Europea per l’area euro: il Business Climate Indicator (BCI) e l’Economic Sentiment Indicator (ESI) dovrebbero riflettere l’attuale fase ciclica, mentre gli indici relativi a industria e servizi forniranno ulteriori segnali sulle dinamiche dei singoli settori. Il mercato si attende un calo della fiducia dei consumatori. In Cina, l’indice ufficiale dei direttori agli acquisti (PMI), atteso per mercoledì, dovrebbe mostrare un lieve miglioramento, restando in area di espansione.

Un altro punto di attenzione saranno i dati preliminari sull’inflazione (HICP) dell’area euro: sia l’indice generale sia quello core sono attesi in lieve rallentamento rispetto alle ultime rilevazioni. Riflettori accesi sull’inflazione anche negli USA: sia l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) che la sua componente core saranno fondamentali per comprendere quanto i costi energetici si stiano già trasmettendo all’inflazione. Inoltre, la prima stima del PIL statunitense dovrebbe indicare una crescita moderata, mentre le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione offriranno nuove indicazioni sulle dinamiche del mercato del lavoro.

Infine, verso la fine della settimana, il PMI manifatturiero dell’Institute for Supply Management (ISM) statunitense fornirà ulteriori indicazioni sullo stato di salute dell’industria americana.

Il tiro alla fune continua. Con l’auspicio che prevalga uno scenario di stabilità economica.

Fonte: InvestmentWorld.it


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