GAM : «Le parole sono importanti!»
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
L’iconica invettiva di Nanni Moretti in Palombella rossa è sempre attuale, schiaffo metaforico al linguaggio standardizzato e pigro che domina giornali, talk show, conversazioni e report finanziari.
Michele Apicella, che inorridisce alla parola “trend”, cerca di preservare il pensiero dall’appiattimento verbale ma è una battaglia persa: a distanza di anni, il contagio di formule linguistiche scontate continua inarrestabile. Ogni problema viene immancabilmente “messo al centro”, ogni priorità finisce “in cima all’agenda”, i territori, distretti o filiere sono chiamati a “fare sistema”.
Un corrosivo determinismo linguistico lega in modi meccanici sostantivi con aggettivi d’ordinanza: il New York Times e il Washington Post sono sempre “autorevoli”, il MIT di Boston invariabilmente “prestigioso”, ogni leader è “carismatico”, mentre i mercati, what else? direbbe George, restano eternamente “nervosi” o “volatili”.
Questa settimana L’Alpha e il Beta si occupa di parole, delle parole con cui il nuovo presidente della Federal Reserve ha inaugurato il suo mandato, di quelle dette e, soprattutto, di quelle che ha scelto di non dire. Kevin Warsh si è mostrato estremamente abbottonato sul futuro dei tassi di interesse, ha lasciato intendere di voler archiviare la forward guidance, uno degli strumenti comunicativi più caratteristici delle banche centrali dell’ultimo quindicennio.
Dopo la crisi finanziaria del 2008, e ancor più durante gli anni dei tassi prossimi allo zero, la Fed aveva guidato le aspettative dei mercati anche attraverso l’anticipazione delle proprie intenzioni future. In questi anni le parole sono state importanti quasi quanto i tassi stessi.
Nella Fed dell’era Warsh, il principio sembra destinato a rovesciarsi. Se per Moretti-Apicella la precisione lessicale era un dovere civile, il nuovo presidente della banca centrale ritiene che la parsimonia di parole sia uno strumento che favorisce l’efficienza dei mercati: meno indicazioni preventive, meno rassicurazioni, meno tentativi di orientare le aspettative.
“Non mi interessa sapere come i mercati reagiranno nei primi minuti, o persino nei giorni successivi”, ha dichiarato Warsh. Parole lapidarie che definiscono il nuovo registro comunicativo della banca centrale: una forma di ecologia linguistica che dovrebbe indurre analisti e investitori a concentrarsi più sui dati e meno sulle sfumature retoriche.
C’è però un rischio: che operatori e analisti cresciuti nell’era della forward guidance si trasformino in una sorta di moderni cremlinologi, costretti a scandagliare ogni virgola dei comunicati ufficiali alla ricerca di segnali nascosti, proprio come gli osservatori occidentali che negli anni Ottanta cercavano di interpretare le minime variazioni lessicali dei documenti del Politburo sovietico.
In questo tempo straordinario anche per le politiche monetarie, le parole dei banchieri centrali sono diventate uno strumento di politica monetaria, la credibilità passa anche attraverso una comunicazione chiara, perché le aspettative di famiglie, imprese e mercati influenzano direttamente l’efficacia delle decisioni sui tassi. Bernanke e Powell hanno rappresentato l’era della forward guidance, l’era Warsh si presenta al mercato con la drastica riduzione delle indicazioni preventive.
Tanto che nel primo FOMC (Federal Open Market Committee, il Comitato della Fed che governa i tassi) dell’era Warsh, il segnale più forte non è arrivato da parole dette ma da un’assenza: il neopresidente ha scelto di non mettere il proprio punto nel grafico a pallini.
Le proiezioni pubblicate con il comunicato hanno evidenziato che nove membri del Board prevedono un aumento dei costi di finanziamento entro la fine del 2026, un cambiamento significativo rispetto alle ultime previsioni di marzo, quando nessuno prevedeva un aumento dei tassi quest’anno. Sono state registrate 18 stime, manca quella del neopresidente Warsh. Le previsioni evidenziano come il conflitto in Medio Oriente abbia sconvolto l’economia USA portando l’inflazione al massimo degli ultimi tre anni (fonte Federal Reserve)
Per quanto riguarda le parole dette, l’attenzione dei commentatori si è soffermata sulla determinazione con la quale Kevin Warsh ha riaffermato l’impegno nella lotta all’inflazione. Un messaggio interpretato come il segnale di una possibile stretta monetaria: i rendimenti dei Treasury a due anni, i più sensibili alle aspettative sui tassi, si sono portati a 4,22%, livelli che non si vedevano da oltre un anno.
Warsh ha ripetuto la tesi che sostiene da tempo: l’inflazione è determinata dalla politica monetaria, la stabilità dei prezzi è la “stella polare” della banca centrale ed è suo compito portare l’inflazione al livello obiettivo. Un orientamento restrittivo che entra in contrasto con i desideri di Trump che criticava Powell, senza risparmiare neppure gli insulti, perché non tagliava con decisione i tassi d’interesse.
L’accordo tra Washington e Teheran ha innescato il calo dei prezzi del petrolio ma le pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti restano elevate. Allo stesso tempo, i dati più recenti mostrano che il mercato del lavoro si sta riprendendo, “l’attività economica continua a espandersi a un ritmo sostenuto nonostante l’elevata incertezza, dovuta in parte al conflitto in Medio Oriente”, si legge nel comunicato ufficiale.
Storicamente, la guerra è inflazionistica, la letteratura economica e i dati confermano che i conflitti armati alterano l’equilibrio tra domanda e offerta, distruggono ricchezza e costringono gli Stati a manipolare la moneta per finanziare le spese militari. In Europa, il primo, grande fenomeno di inflazione bellica si verificò nel XVI secolo, con le iniziative guerresche della Corona spagnola finanziate con l’oro e l’argento delle Americhe: in soprammercato, i sovrani riducevano la percentuale di metallo prezioso nelle monete (la cosiddetta “tosatura”) causando una massiccia perdita di potere d’acquisto.
Fu inflazionistica la Guerra Civile, quando si manifestò l’inflazione da emissione: il governo del Nord aveva emesso grandi quantità di “Greenbacks”, carta moneta stampata su carta tinta di verde, primo esperimento di una moneta cartacea nazionale non convertibile in oro o argento. L’aumento dell’offerta di moneta tramite i Greenbacks fece impennare i prezzi. Al termine della Guerra Civile, gli Stati Uniti realizzarono che la forza di una moneta non dipende dal metallo o dal regime di conversione, ma dalla credibilità dello Stato che la emette.
Sono tre i motori economici che alimentano l’inflazione bellica:
- Il finanziamento monetario: i governi stampano moneta o aumentano il debito per sostenere la spesa militare, immettendo liquidità eccessiva in un’economia che produce minori quantità di beni tipici dell’economia di pace;
- scarsità di risorse: le fabbriche si convertono alla produzione di armi, la forza lavoro viene arruolata, crolla l’offerta di beni di consumo;
- blocchi commerciali: le rotte di approvvigionamento si interrompono, i costi di trasporto impennano e le materie prime cruciali (come grano o energia) diventano introvabili.
Noi viviamo una condizione storicamente anomala, quella di uno scenario di guerra parziale o, per usare l’espressione di Papa Francesco, “a pezzi”. Il “motore 3”, quello dell’interruzione delle rotte di approvvigionamento, è in piena attività, la ripresa della navigazione nello Stretto di Hormuz è al centro delle trattative diplomatiche.
Gli altri due “motori” sono più sfumati: tecnicamente non c’è nessuna forma di finanziamento monetario, ma l’aumento delle spese per la difesa si innesta su deficit e debiti pubblici elevati, c’è dunque pressione sulle banche centrali affinché mantengano, per quanto possibile, un atteggiamento comprensivo (ovvero accomodante, le parole sono importanti) per non esacerbare il costo del servizio. Per quanto riguarda la conversione produttiva, siamo ovviamente lontani da qualsiasi parvenza di economia di guerra ma i segnali non mancano: gli investimenti in difesa sottrarranno ai settori civili risorse, capacità industriale e mano d’opera con elevate competenze specialistiche. L’esito potrebbe essere l’aumento dei prezzi in beni intermedi, scarsità, e dunque contesa, di risorse umane ad alta specializzazione.
La vera novità, rispetto alle esperienze storiche del recente passato, è che questi tre “motori” non si sommano più in modo lineare, ma si intrecciano all’interno di economie profondamente globalizzate, generando effetti più complessi, persistenti e intensi.
Negli Stati Uniti, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve, il PCE (Personal Consumption Expenditures), ad aprile è salito al 3,8%, in Europa, la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi dopo due anni e mezzo e continua a mantenere alta l’attenzione ai rischi inflazionistici. L’incognita più rilevante rimane il Medio Oriente e l’andamento del prezzo del petrolio. Le intese preliminari tra Stati Uniti e Iran hanno contribuito a raffreddare le quotazioni del greggio, se l’accordo dovesse consolidarsi la componente energetica della pressione inflazionistica potrebbe ridursi sensibilmente.
Il sollievo, tuttavia, resta parziale e condizionato; in parte per le notizie sui negoziati in corso, in parte perché Trump ha abituato a buone dosi di cautela. In ogni caso, la variabile decisiva non è la firma di un accordo ma la sua tenuta nel tempo, il pieno ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz e il ritorno del prezzo del petrolio stabilmente sotto o nell’intorno dei 75-80 dollari al barile.
Se dovesse verificarsi una nuova accelerazione dei prezzi, i governi delle economie avanzate si troverebbero di fronte a un dilemma: da una parte la necessità di sostenere la crescita attraverso misure anticicliche, dall’altro il peso di finanze pubbliche già sotto attenta osservazione dei “bond vigilantes”. In uno scenario simile, i mercati sarebbero costretti a una fase di re-pricing e le banche centrali tornerebbero a muoversi su un crinale scivoloso: aumentare i tassi per contenere l’inflazione o ridurli per sostenere l’attività economica e i mercati. I banchieri centrali sono ben consapevoli che la debolezza dei listini riduce la fiducia di famiglie e imprese e finisce per frenare consumi e investimenti.
Lo schema che aveva dominato l’inizio dell’anno, inflazione in discesa e tassi in progressivo calo, non vale più ed è lo stesso Kevin Warsh ad avvertire che il costo del denaro potrebbe rimanere elevato più a lungo di quanto i mercati abbiano finora scontato.
Il contesto geopolitico instabile potrebbe portare le banche centrali a considerare il 3% come un obiettivo di inflazione più realistico e sostenibile, per governi fortemente indebitati sarebbe certamente una boccata d’ossigeno. “Three is the new two”, scrive Katie Martin sul Financial Times, per gli investitori obbligazionari le implicazioni sarebbero significative: tassi d’interesse più elevati e, dunque, la necessità di ricalibrare le aspettative sui rendimenti di lungo termine.
Lo scenario suggerisce ai risparmiatori di mantenere un approccio equilibrato. Le valutazioni di Wall Street incorporano aspettative molto, troppo, favorevoli, le luci prevalgono con eccessivo nitore sulle ombre. Nel breve periodo entra in gioco anche la politica: Trump punta a presentarsi all’appuntamento elettorale di novembre con una narrazione di successi e, sul fronte interno, la performance del mercato azionario rappresenta un tassello fondamentale.
“Le parole sono importanti” e in questa fase storica lo sono più che mai. Se davvero il mondo sta passando da un’inflazione al 2% a un’inflazione più prossima al 3%, da tassi eccezionalmente bassi a tassi strutturalmente più elevati, significa che anche la politica monetaria entra in un nuovo paradigma. Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per comprenderle. Comprendere il contesto resta la forma più efficace di difesa del patrimonio, torneremo a parlarne!
Fonte: InvestmentWorld.it
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