Il quadro sulle valute emergenti, già compromesso da diversi mesi, ha vissuto nelle ultime settimane una violenta accelerazione al ribasso a causa dell’effetto domino che ha visto coinvolte in prima battuta Venezuela e Argentina, con…
quest’ultima minacciata dallo spettro di un nuovo default dopo quello del 2002, e in rapida successione tutte quelle economie emergenti caratterizzate da problematiche strutturali o politiche. Dal Messico al Brasile passando per il Sud Africa e l’Ucraina, sull’orlo di una guerra civile, sono ormai numerosi i Paesi che vedono le proprie valute deprezzarsi giornalmente nei confronti di dollaro e euro.
Non fa eccezione in questo contesto la Turchia, con la Lira scivolata ai minimi storici contro la divisa unica. Più in generale si sta assistendo ad un’inversione di fl ussi fi nanziari dal comparto degli emergenti, causata dalle chiusure di posizioni di “carry trade” anche in vista dell’attesa stretta della FED di fi ne mese (tapering) stimata per oltre 10 miliardi. L’ondata di vendite che si è riversata sull’azionario, ha riattivato poi le correlazioni storiche tra i vari comparti, per cui come era lecito attendersi, è in atto un inevitabile movimento di fl y-to-quality che penalizza ulteriormente le valute high yield. Il quadro non è pertanto favorevole per le valute emergenti, fi nora utilizzate come unico strumento di yield enanchment per il mercato obbligazionario, visto anche il consistente calo dei rendimenti dei Titoli di Stato, periferici in primis, che però ha messo a nudo tutti i suoi rischi impliciti.
Tra le valute high yield a cui l’investitore italiano ha più facilmente accesso, visto anche il numero di emissioni ad essa correlate, vi è la Lira turca. Peggiore valuta dell’area EMEA nel 2013, la divisa di Ankara non è riuscita ad arrestare il proprio declino nemmeno in questo primo scorcio di 2014, complice l’aggravarsi della crisi politica dopo lo scandalo sulla corruzione venuto alla luce lo scorso mese e che ha portato alla dimissione di tre ministri del governo Erdogan. Dopo il -20,75% registrato contro l’Euro nel 2013, il saldo da inizio 2014 segna già un -5,75% e la crisi politica che ha contribuito ad accelerare i deflussi di capitali stranieri dai Titoli di Stato, attualmente a quota 53 miliardi di dollari, ovvero il livello più basso dall’agosto 2012 ha costretto la Banca Centrale di Ankara a convocare un vertice straordinario per la prima volta da agosto 2011, per fare il punto sugli ultimi sviluppi e adottare le misure necessarie a garantire la stabilità dei prezzi.
Guardando ai rendimenti dei Titoli di Stato, fa “rumore” in particolare la scadenza biennale, tornata sopra la soglia del 10%.
Nonostante siano ancora numerosi gli operatori che ritengono l’economia turca come probabile outsider in termini di crescita per il 2014, ultimo in ordine di tempo Robert Greifeld, Amministratore Delegato del Gruppo Nasdaq Omx di New York, non si può prescindere dal considerare gli storici squilibri economici, così come sottolineato dal Fondo Monetario Internazionale. Il FMI ha infatti invitato la Turchia a fare i conti con l’elevato deficit delle partite correnti e con la crescita eccessiva del credito. Lo stesso istituto di Washington vede una crescita per l’economia turca del 3,5% per l’anno in corso, mentre il defi cit delle partite correnti è visto ridursi solo lievemente al 7,2% del PIL dal 7,4% del 2013, sollecitando la Banca Centrale Turca ad intervenire con nuove strette monetarie per arrestare la fuga di capitali all’estero.
In attesa delle decisioni dei policy maker turchi e considerato il signifi cativo movimento della divisa di Ankara e soprattutto i livelli raggiunti contro la divisa unica, analizzati attentamente i rischi impliciti connessi ad un investimento in valuta scoperta su una valuta high yield, l’investitore può tornare a guardare tale comparto, consapevole dell’elevata sensibilità dello stesso al cosiddetto effetto domino, qualora le sorti di anche solo uno dei Paesi emergenti oggi sotto l’occhio del ciclone dovessero ulteriormente peggiorare o addirittura volgere verso un ipotetico default.
Tra il vasto ventaglio di obbligazioni su valute estere messe a disposizione da RBS Plc, si segnala la RBS Lira turca 9% ( Isin XS0609262471), caratterizzata da un facciale del 9% e da una scadenza prevista per il 21 aprile 2015. Stando ai 96,99 try esposti in lettera all’ExtraMOT, in caso di mantenimento alla data fi nale delle condizioni correnti del mercato valutario, il ritorno al lordo degli oneri fi scali ammonterebbe all’11,833% su base annua. Si ricorda come il rendimento a scadenza e il valore di mercato lungo la durata residua siano direttamente proporzionali all’andamento del tasso di cambio Eur/Try, dal momento che in caso di un deprezzamento della valuta turca il rendimento subirà un progressivo calo e viceversa. Memori di quanto accaduto anche nel recente passato, è bene far presente che in caso di ulteriori e prolungati deprezzamenti della divisa di Ankara, quindi in uno scenario fortemente sfavorevole per l’investitore, in casi estremi potrebbe non essere assicurata a scadenza la protezione del valore nominale dell’investimento. Nonostante gli elevati rischi, tuttavia, in virtù della scadenza di breve-medio termine, il buffer costituito dal differenziale rispetto al nominale oltre alla cedola in valuta, rappresenta potenzialmente un valido cuscinetto di protezione dal rischio tasso di cambio, nonostante l’elevata volatilità che si è abbattuta sul cross Eur/Try.
Fonte: RBS
Normal 0 14 MicrosoftInternetExplorer4
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it




