GAM : Ok il prezzo è giusto: il caso dei mercati emergenti

GAM : La settimana scorsa la Federal Reserve ha sorpreso i mercati.


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Non tanto per aver portato i tassi a 3,75%-4%, l’aumento di un quarto di punto era ormai dato per molto probabile, quanto perché la decisione di un Comitato diviso tra “ortodossi” e “lealisti” è stata presa all’unanimità.

Il voto compatto, compreso quello del neopresidente Kevin Warsh, ha corroborato la percezione di una banca centrale determinata a contrastare l’aumento dei prezzi, alimentato in larga misura dal costo delle materie prime energetiche.

Anche il registro comunicativo è stato diverso ma, tutto sommato, coerente con quanto Warsh aveva anticipato a Jackson Hole: parsimonia di parole, poche promesse, molta flessibilità. Una funzione di reazione applicata con disciplina ai dati via via che arrivano, per Warsh, è preferibile alla “forward guidance”: una banca centrale dalle mani libere corre minori rischi di errori di comunicazione.

Lo stile ricorda Paul Volcker, il presidente della Fed è entrato nella storia economica per aver aggredito l’iperinflazione dei primi anni Ottanta con una terapia d’urto monetaria senza precedenti. Lo fece mantenendo una deliberata opacità, per Volcker la comunicazione non era uno strumento di politica monetaria ma un potenziale elemento di disturbo, per cui poche parole e molti fatti: senza alcun preavviso, portò i tassi al 20%.

La sua politica costò una recessione e gli valse un Congresso e una opinione pubblica ostili. Ma riuscì a spezzare la spirale prezzi-salari, l’inflazione scese drasticamente e vennero poste le condizioni per i successivi decenni di stabilità economica, di inflazione bassa e tassi d’interesse in progressiva discesa.

Warsh ha lasciato aperta la porta a ulteriori futuri interventi: la crescita americana tiene, il mercato del lavoro è robusto ma i prezzi restano in tensione a causa dei costi dell’energia. I mercati hanno riacquistato fiducia nella determinazione della Fed a controllare l’inflazione nel lungo termine: dopo aver superato la soglia psicologica del 5%, livelli toccati nel 2007, in seguito all’annuncio della decisione il Treasury decennale si è riportato intorno al 4,95%, il dollaro si è rafforzato, l’oro ha registrato una brusca inversione perdendo oltre l’1%.

Ma, come questa newsletter ricorda spesso, più che la cronaca di borsa contano i cambiamenti di prospettiva e si sta profilando uno scenario nel quale la politica monetaria americana torna a essere un fattore restrittivo proprio mentre le tensioni geopolitiche mantengono elevati i prezzi delle materie prime energetiche.

Gli investitori sono alle prese con uno scenario in cui da un lato c’è l’incapacità della politica a stemperare le tensioni nel Golfo, i prezzi del petrolio restano alti e altrettanto alte le aspettative di inflazione; dall’altro lato, tassi più elevati per un periodo più lungo finiscono per indebolire la crescita e i consumi. La prospettiva di nuovi rialzi comporta uno scenario di maggiore sensibilità ai dati e di più alta volatilità.

“Tu ne quaesieris, scire nefas …”, non chiedere o Leuconoe, non è permesso sapere quale fine abbiano a te e a me affidato gli dei, scrive Orazio, inutile perdere tempo interrogando la cabala babilonese. Il desiderio di conoscere il futuro è insopprimibile ma, come ricorda il poeta romano, è vano perdersi nelle previsioni, in un contesto economico dominato dall’incertezza, l’ancoraggio dell’investitore poggia nella fedeltà al metodo.

Con la crescente concentrazione delle performance azionarie nelle grandi società tecnologiche americane, torna attuale la diversificazione geografica e, specificamente, anche l’esposizione alle economie emergenti. Non tanto per la ricerca di maggior rischio e rendimenti quanto invece per investire in economie che seguono traiettorie diverse da quelle dei Paesi sviluppati.

Sono almeno tre le ragioni per guardare con attenzione alle economie emergenti:

  • la prima ragione di interesse è il diverso posizionamento del ciclo monetario. Molte banche centrali emergenti hanno affrontato l’inflazione in anticipo rispetto alla Fed o alla BCE e hanno già completato la fase più severa della stretta monetaria. Alcune dispongono oggi di margini per sostenere la crescita che le economie avanzate non hanno ancora recuperato;
  • la seconda riguarda le valutazioni. Il prezzo è giusto: dopo anni nei quali gran parte dei flussi globali si è diretta verso gli Stati Uniti, molti mercati emergenti trattano a multipli inferiori rispetto a quelli sviluppati; è un elemento che merita attenzione per chi orienta l’allocazione del portafoglio al lungo termine;
  • la terza ragione è forse la più importante: ridurre la dipendenza da una narrazione unica. Oggi una quota crescente della performance dei listini mondiali dipende da una manciata di grandi società legate all’intelligenza artificiale. I mercati emergenti offrono esposizione a consumi interni, infrastrutture, credito, manifattura avanzata e digitalizzazione domestica.

In luglio i listini asiatici hanno registrato una flessione, guidata dalla riduzione delle posizioni nel settore tecnologico, ma tutto sommato è stato un calo sopportabile se si tiene conto degli straordinari rialzi: “una correzione salutare piuttosto che un segnale di un peggioramento delle prospettive” scrive Ygal Sebban di GAM Investments.

La domanda degli hyperscaler americani rafforza la fiducia lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’IA nelle economie emergenti e, scrive Ygal, “le valutazioni sono diventate sempre più attraenti, la combinazione di utili solidi, revisioni al rialzo delle previsioni sugli utili e il recente calo del prezzo delle azioni ha portato le valutazioni a livelli pari o inferiori ai minimi degli ultimi 25 anni in termini di utili, mentre la redditività del capitale proprio è aumentata in modo significativo”.

Poi, naturalmente, c’è la componente strutturale della dinamica demografica.

In molti paesi del Sud-est asiatico e di altre aree emergenti milioni di persone irrobustiscono la classe media, si trasferiscono nelle città, accedono all’istruzione e a lavori sempre più qualificati, ai servizi sanitari, a consumi diversificati: è un progresso lento, meno visibile rispetto alle mirabili sorti e progressive della rivoluzione tecnologica ma non meno potente.

Storicamente, i mercati emergenti sono associati a volatilità e a rischi di governance, la possibile integrazione dei criteri ESG (Ambientali, Sociali e di Governance) aiuta a mitigare quei rischi: la selezione di aziende con alti standard di governance esclude dal portafoglio le società inefficienti, i business opachi o realtà esposte a rischi ambientali e reputazionali. Poi ci sono i flussi: i grandi investitori istituzionali globali stanno sempre più indirizzando le proprie scelte allocative verso asset conformi alle normative di sostenibilità. Comprare oggi aziende emergenti sostenibili significa esporsi a titoli che beneficeranno di una costante domanda nel prossimo futuro.

Naturalmente non mancano le spine. Un dollaro più forte può mettere sotto pressione molte economie emergenti. Le tensioni geopolitiche colpiscono in modo particolare i Paesi più dipendenti dall’energia importata e dagli scambi internazionali. Una Federal Reserve più aggressiva può inoltre drenare liquidità dai mercati globali nel breve termine.

Ma proprio qui emerge il senso della diversificazione e della gestione attiva: non la ricerca del prossimo vincitore, quanto la costruzione di portafogli capaci di attingere a fonti di rischio differenti.

Anne Brontë scriveva che chi non osa afferrare la spina non dovrebbe desiderare la rosa. Nei mercati emergenti le spine sono ben visibili, eppure le rose continuano a fiorire anche lontano da Wall Street.

Fonte: InvestmentWorld.it


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