Grecia: Scenari per il post-referendum

Il 5 luglio gli elettori greci saranno chiamati a pronunciarsi su una questione referendaria alquanto particolare: la domanda a loro rivolta è se approvano la proposta rivolta alla Grecia dai creditori il..


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25 giugno scorso, proposta che nel frattempo è scaduta il 30 giugno con la fine del secondo programma, e che potrebbe al massimo essere ora considerata il punto di partenza per chiedere un prestito all’ESM. Il referendum, sul quale aleggiano dubbi di costituzionalità, si è così trasformato in un voto sull’operato del governo Tsipras, che cerca di legittimare così la propria gestione dei negoziati. Operativamente, le urne saranno aperte alle 7:00 e si chiuderanno alle 19:00 ora locale. Si attendono le prime proiezioni ufficiali dalle 21:00, e i risultati dovrebbero essere noti in tempo per la riapertura dei mercati europei. Il risultato sarà valido se si presenteranno al voto almeno il 40% degli aventi diritto (quorom che sarà superato agevolmente, secondo i sondaggi).

Syriza e il Governo invitano gli elettori a respingere la proposta. La loro tesi è che il No rafforzerebbe la posizione del Governo e consentirebbe di negoziare da una posizione di forza con l’Eurogruppo e la BCE per l’attivazione di un nuovo programma ESM. Le opposizioni sostengono che votare No implicherebbe presto o tardi la necessità di abbandonare l’euro, e che la consultazione verte alla fine sulla volontà di rimanere nell’unione monetaria o di uscirne.

I sondaggi, che inizialmente evidenziavano un ampio sostegno per il No, negli ultimi giorni mostrano una situazione di grande incertezza, con l’elettorato diviso a metà e una quota ancora significativa di incerti. Il recupero del Sì è stato favorito dall’effetto della crisi di liquidità dello Stato (che non ha pagato tutte le pensioni di giugno alla scadenza prevista) e della chiusura delle banche in vigore dal 29 giugno.

La scelta degli elettori può determinare il futuro del Governo, la probabilità che il paese possa ricevere nuovi aiuti e, alla fine, anche la sua permanenza nell’Eurozona. Il punto più debole del sistema, quello che può far rapidamente precipitare la crisi, è la carenza di liquidità del sistema bancario, che lo ha reso dipendente dall’Eurosistema per circa 89 miliardi di euro, forniti attraverso l’ELA (Emergency Liquidity Assistance). Anche dopo il default nei confronti del FMI il Consiglio Direttivo BCE ha deciso di confermare il plafond, nonostante vi fossero argomentazioni a favore della tesi che il sostegno dovesse essere interrotto per difetto di solvibilità; di fatto, la BCE non intende far precipitare la situazione fino a quando rimane una possibilità di raggiungere un accordo a livello politico. D’altro canto, la Grecia avrà bisogno di aiuti nel giro di due settimane: il default sulle obbligazioni in scadenza il 20 luglio renderebbe inevitabile il fallimento di tutte le sue banche e la loro sospensione dai sistemi di pagamento. Purtroppo per la Grecia, inoltre, la crisi è peggiorata all’inizio della stagione turistica, che rischia di essere compromessa proprio in un anno che si prospettava molto favorevole agli operatori ellenici.

Le conseguenze del No

Una vittoria del No rappresenterebbe un notevole successo politico per il governo Tsipras, che potrebbe vantare un mandato popolare per continuare lungo la strada tracciata in questi mesi.

Tuttavia, l’inconsistenza delle promesse fatte nella breve campagna referendaria verrebbe rapidamente a galla. Sicuramente, sarebbe subito rispolverata la richiesta di prestito ESM avanzata il 30 giugno. Tsipras ha dichiarato giovedì che il giorno successivo al referendum sarebbe a Bruxelles e che i creditori non potrebbero che accettare un compromesso. Tuttavia, è facile prevedere che la proposta del Governo di Atene si scontrerebbe contro un muro invalicabile. Diversi esponenti dell’Eurozona hanno già dichiarato che qualsiasi accordo sarebbe difficile dopo un No: il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ha dichiarato al Parlamento olandese che è un’illusione pensare di poter negoziare condizioni migliori in tale scenario, e che l’Eurozona non potrebbe più offrire alcun sostegno2. Il problema per la Grecia è che la sua offerta non deve essere soddisfacente soltanto per una maggioranza di paesi, ma per tutti – nessuno escluso – e quindi anche per la più esigente delle controparti.

Se i negoziati fallissero, il No dovrebbe essere seguito in tempi rapidi dall’emissione di sostituti monetari da parte dello Stato per effettuare il pagamento di stipendi e pensioni da parte del settore pubblico. Infatti, non è chiaro per quanti giorni ancora le banche saranno in grado di continuare a caricare gli ATM con banconote, essendo venuto sostanzialmente meno il flusso di ritorno del circolante. Inoltre, la BCE non ha segnalato in alcun modo le sue intenzioni in caso di vittoria del No, anche se Coeuré ha dichiarato che in tal caso l’uscita della Grecia non potrebbe più essere esclusa e che “riprendere il dialogo politico sarebbe molto difficile”3. Potrebbero essere decisi dal governo passi ancora più rivoluzionari, come l’imposizione alla Banca di Grecia di finanziare le banche locali in deroga alle regole dell’Eurosistema e ai Trattati. Tale mossa avrebbe la controindicazione di obbligare la BCE a sospendere la Grecia dai sistemi di regolamento interbancari, in particolare Target-2, e di rendere molto complessa la gestione dei pagamenti internazionali; di contro, consentirebbe di riaprire le banche, di gestire il pagamento degli stipendi nel settore privato e di dare un po’ di ossigeno all’attività economica. Inoltre, rappresenta un’opzione potenzialmente reversibile se in seguito questo o un altro governo greco decidesse di riallacciare i rapporti con i creditori.

Non è pensabile che il paese sia tenuto a lungo in questo limbo monetario: o maturerà un radicale mutamento politico, che induca un nuovo esecutivo a negoziare un percorso di normalizzazione e di rientro nella legalità, o si procederà poi all’introduzione di una nuova moneta e alla definitiva rescissione del legame con l’euro.

Le conseguenze del Sì

La vittoria del Sì potrebbe offrire qualche spiraglio per una soluzione positiva della crisi, ma prospetta comunque scenari molto complessi. La scelta degli elettori sarebbe quasi certamente premiata con il mantenimento dell’ELA durante i negoziati per il nuovo programma4. In teoria, potrebbe anche essere fatta qualche concessione sulle condizioni e idealmente potrebbe essere decisa la copertura delle scadenze del 20 luglio, ma ciò dipenderà probabilmente dall’evidenza di una discontinuità nella gestione del Governo e dall’attuazione di misure che diano dimostrazione concreta di buona volontà. Inoltre, è ipotizzabile una nuova revisione dell’obiettivo fiscale per il 2015, ormai irrealizzabile, anche se il percorso successivo sarebbe probabilmente confermato. Come Juncker ha dichiarato, tuttavia, “anche nel caso di una vittoria del Sì, avremo da affrontare un negoziato difficile”.5

1. Il Governo rassegnerà le dimissioni dopo la bocciatura del referendum?

Tsipras ha dichiarato lunedì che in caso di sconfitta agirebbe “in accordo con la costituzione”, espressione che potrebbe indicare una volontà di dimettersi; Varoufakis ha definito “possibili” le proprie dimissioni, ma ha prospettato che il Governo rimanga in carica per negoziare con la Commissione Europea e la BCE: “se il popolo greco dice sì, faremo quello che serve per assicurare che sia firmato [un accordo…] forse cambieremo la configurazione del Governo; alcuni di noi potrebbero non avere lo stomaco per farlo”6. Se il Governo di Syriza non si dimettesse, idealmente dovrebbe chiedere all’Eurogruppo un programma ESM a condizioni analoghe a quelle approvate dagli elettori, cioè all’offerta avanzata dai creditori il 25 giugno. Il vantaggio di questa opzione è che il processo potrebbe essere avviato senza ulteriori ritardi. Tuttavia, le condizioni del 25 giugno non si riferivano a un nuovo programma pluriennale ESM, ma all’estensione del vecchio programma EFSF. Inoltre, una condizione per convincere tutti i governi dell’Eurozona potrebbe essere costituita proprio dal cambio di governo, visti i rapporti ormai profondamente deteriorati fra Tsipras e gli altri leader europei.

2. In caso di dimissioni del governo Tsipras, sarebbe possibile formare un governo alternativo?

Le dimissioni del governo Tsipras, d’altra parte, aprirebbero scenari tutt’altro che facili. Syriza dispone di 149 seggi su 300, 17 sono di Alba Dorata e 12 dei comunisti del KKE. Nuova Democrazia (76), To Potami (17), Pasok (13) e ANEL (13) non dispongono assieme che di 119 seggi, ben 32 meno di quelli richiesti per la maggioranza. La cooperazione di Syriza, o di ampi settori del partito, sarebbe necessaria a ogni governo di transizione. Al momento, non vi sono indicazioni che Syriza sia alla vigilia di una scissione fra moderati e radicali e che, perciò, possano crearsi alternative parlamentari a un governo guidato da Syriza, o comunque sostenuto da Syriza. In effetti, l’unica soluzione plausibile appare quella di un governo di unità nazionale che includa la coalizione della sinistra radicale. L’ipotesi di uno scioglimento delle Camere dopo le dimissioni di Tsipras, infine, appare incompatibile con i ritmi galoppanti della crisi e, nonostante la gravissima situazione economica prodottasi sotto il governo Tsipras, potrebbe rivelarsi illusoria l’aspettativa di uno spostamento di massa degli elettori verso i partiti moderati. La Costituzione ellenica fissa un massimo di due mesi fra lo scioglimento del Parlamento e la convocazione del nuovo, di cui un mese dallo scioglimento dell’Assemblea alle elezioni, e un altro mese dalle elezioni alla convocazione del nuovo Parlamento; in pratica, è difficile che per insediare il nuovo Parlamento occorrano meno di 3-4 settimane dal momento del decreto del Presidente. Nel frattempo, il paese sarebbe affidato a un governo di servizio. Tuttavia, come detto, entro due settimane dal referendum l’intero sistema bancario potrebbe essere dichiarato insolvente, perdere l’accesso all’ELA e ai sistemi di pagamento; con il blocco degli approvvigionamenti dall’estero, potrebbe sparire molto rapidamente la merce dai negozi, il che potrebbe portare rapidamente all’emergere di problemi di ordine pubblico. Perciò, anche in questo scenario potrebbe essere alla fine inevitabile per la Grecia riappropriarsi della sovranità monetaria, violando almeno temporaneamente i trattati. Inoltre, malgrado tutto ciò le elezioni potrebbero rivelarsi inutili: è probabile che Syriza esca da nuove elezioni ancora come il primo partito del paese, nonostante il disastro di questi cinque mesi; le opposizioni, infatti, sono divise e prive di leader carismatici. Se così fosse, i creditori si troverebbero ancora alle prese con l’interlocutore più sgradito. In conclusione, anche in caso di vittoria del Sì il percorso verso l’erogazione di nuovi aiuti sarebbe difficilissimo, visti il ruolo dominante di Syriza nell’attuale Parlamento, le scadenze pressanti e il tracollo dell’economia ellenica ormai in pieno corso.


2 Si veda la nota dell’agenza Dow Jones: “Dijsselbloem: ‘No’ vote would leave economic, political issues unresolved – DJN”, 2 luglio 2015.

3 Si veda l’intervista pubblicata da Les Echos il 29 giugno.

4 Nell’intervista citata, Coeuré ha anche dichiarato di non avere dubbi che, in caso di vittoria del Sì, le autorità dell’Eurozona troveranno il modo di rispettare gli impegni verso la Grecia.

5 Citato nella nota dell’agenzia Reuters: “No vote would dramatically weaken Greek negotiating position – EU’s Juncker – RTRS”, 3 luglio 2015.

6 Dichiarazioni a Bloomberg TV del 2 luglio.


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