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Credit Mutuel AM – Le banche centrali sotto pressione mentre riemergono i rischi di inflazione

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Credit Mutuel AM Il compito che le banche centrali dovranno affrontare nei prossimi mesi non sarà semplice: da un lato, i rischi inflattivi sono in aumento; dall’altro, le previsioni di crescita continuano a essere riviste al ribasso.


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A cura di François Rimeu, Senior Strategist, Crédit Mutuel Asset Management


La BCE ha fornito ampie indicazioni sulla propria reazione tramite i recenti interventi di Lagarde, Schnabel e Lane. Può essere sintetizzata come segue: finché le risposte di politica fiscale da parte dei governi resteranno contenute, come è avvenuto finora, è probabile che i tassi di interesse possano aumentare solo in misura marginale. La logica alla base di questa comunicazione è semplice: la crescita economica rimane troppo debole perché l’economia possa assorbire uno shock di offerta come quello attualmente in corso. In linea di massima condividiamo la valutazione della BCE e questo rafforza il nostro posizionamento costruttivo sui titoli di Stato dell’area euro a breve e medio termine.

Negli Stati Uniti, la reazione appare molto meno chiara. Questo non sorprende, dato che Warsh, il nuovo presidente della Fed, finora ha rilasciato pochissime dichiarazioni pubbliche. Nell’ultimo anno, l’amministrazione repubblicana ha cercato di influenzare nel modo più diretto possibile la politica monetaria della Fed, e la nomina di Warsh è coerente con questo approccio. Sulla carta, il suo mandato è quello di ridurre i tassi di interesse.

Tuttavia, potrebbe trovarsi relativamente isolato all’interno del Consiglio direttivo a seguito dei tentativi falliti di indebolire la posizione di Jerome Powell e Lisa Cook. Ancora più rilevante, i dati macroeconomici forniscono poche giustificazioni per un taglio dei tassi; anzi, indicano il contrario. Il mercato del lavoro, in particolare, considerato dalla Fed come la principale fonte di rischio negli ultimi due anni, è ora sostanzialmente in equilibrio e vicino alla piena occupazione. La Fed di Dallas ha recentemente pubblicato uno studio secondo cui, a causa delle politiche migratorie e del calo strutturale della partecipazione al mercato del lavoro, il numero di posti di lavoro necessario per evitare un aumento della disoccupazione potrebbe ormai essere prossimo allo zero. Nel frattempo, le condizioni economiche negli Stati Uniti restano complessivamente resilienti. Il conflitto in Iran ha colpito l’economia statunitense significativamente meno rispetto ad altre e gli States continuano a beneficiare del boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, che sta sostenendo la crescita interna rispetto alle altre principali economie.

Da un punto di vista oggettivo, gli attuali dati statunitensi sembrano avvalorare l’ipotesi di un aumento dei tassi di interesse a breve termine: un tasso di disoccupazione stabile al 4,2% (a fine aprile), una robusta crescita dei consumi pari al 5,7% su base annua (fine aprile), una crescita nominale superiore al 6% (fine marzo) e aspettative di inflazione implicite nei mercati oltre il 3,5% (al 21 maggio) fino a marzo 2027. A nostro avviso, i rischi appaiono quindi oggi maggiori sui tassi statunitensi rispetto a quelli dell’Eurozona, un elemento che potrebbe infine sostenere un ulteriore apprezzamento del dollaro USA nei confronti dell’euro.

Naturalmente, molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto in Iran e dall’andamento dei prezzi delle materie prime. Tuttavia, in assenza di un miglioramento significativo nei prossimi mesi, il compito di Warsh appare particolarmente complesso.

Fonte: InvestmentWorld.it

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