Benetti Carlo GAM

GAM : All’ombra della guerra

GAM : Il titolo del documento previsionale sull’economia globale del Fondo Monetario, “L’economia globale all’ombra della guerra”, richiama suggestioni letterarie, sembra il titolo di qualche romanzo di Hemingway o di Conrad.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Ma questa volta la metafora cede il passo alla realtà: l’economia globale si trova davvero sotto l’ombra lunga della guerra e della confusione politica.

La guerra ha interrotto lo slancio della crescita globale, leggiamo nel World Economic Outlook presentato il 14 aprile da Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del Fondo. È uno scenario che parla di rallentamento, fragilità e incertezza persistenti.

È il contesto cupo, ma tutt’altro che statico, in cui si muovono i mercati finanziari: mentre il quadro macroeconomico si muove con lentezza, i mercati finanziari reagiscono nell’orizzonte immediato delle notizie e delle aspettative; ogni segnale, anche minimo, viene rapidamente incorporato nei prezzi dando origine a movimenti bruschi, talvolta in apparente contrasto con il contesto di fondo.

Le ultime giornate di borsa ne offrono un buon esempio: il calo delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e le notizie sulla riapertura dello Stretto di Hormuz hanno innescato un tipico scenario risk-on, con energia in discesa, titoli bancari e ciclici in rialzo e mercati globali in rally.

Diversa è la dinamica dell’economia reale, che si muove con inerzia e vischiosità; imprese e famiglie necessitano di tempo per riorganizzare produzione, investimenti e consumi. Se anche il rischio geopolitico si attenuasse oggi, sarebbero comunque necessari mesi prima che si ristabilisca la piena stabilità nei prezzi dell’energia e si consolidi la fiducia necessaria a sostenere nuove decisioni di investimento.

In questo contesto, il Fondo Monetario ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale per il 2026 al 3,1%, lasciando invariata al 3,2% la previsione per il 2027. L’inflazione, che sembrava avviata verso i livelli obiettivo, è invece attesa in risalita al 4,4% nell’anno in corso. La revisione al ribasso riflette le perturbazioni generate dal conflitto in Medio Oriente: in assenza di queste tensioni, le stime per il 2026 avrebbero potuto registrare un lieve miglioramento. Le analogie con il 2022 sono evidenti ma le differenze non sono meno rilevanti: allora l’inflazione era già sostenuta da squilibri tra domanda e offerta post-pandemia e da mercati del lavoro particolarmente tesi. Oggi, pur in presenza di un’inflazione ancora elevata, i mercati del lavoro appaiono più deboli, una cessazione rapida del conflitto potrebbe dunque contenere i danni complessivi.

La vera novità di questa ultima edizione dell’Outlook non risiede tuttavia nei numeri, bensì nel metodo. Per la prima volta nella sua storia recente, il Fondo Monetario ha rinunciato a pubblicare il consueto “baseline scenario”, lo scenario centrale che costituiva il cuore delle previsioni, la traiettoria più probabile dell’economia globale. L’incertezza è così alta che parlare di “scenario più probabile” rischia di essere un’antinomia, un concetto fuorviante.

Al suo posto compare un “reference forecast”: non una previsione, ma un punto di riferimento tecnico costruito su ipotesi coerenti. Non più “pensiamo che andrà così”, bensì “se si verificano queste condizioni, allora questo è il possibile esito”.

Si tratta di un cambiamento sottile ma profondo: meno ambizioni predittive, maggiore rigore analitico. Al “reference forecast” l’Outlook affianca ipotesi avverse e scenari estremi, mutuati dalla metodologia degli stress test bancari. Il messaggio, rivolto non solo a governi e banche centrali ma anche ai risparmiatori, è chiaro: non è il tempo adatto per affidarsi a una singola previsione, bensì ragionare in termini di scenari e probabilità.

È una logica che, più in generale, definisce il modo più efficace di stare sui mercati in fasi come questa. Perché nei mercati finanziari non è mai il tempo delle previsioni, nella gestione del risparmio valgono soprattutto l’analisi dei comportamenti, la disciplina, l’adozione di metodi di investimento coerenti. La diversificazione intelligente, queste colonne lo ripetono spesso, resta il principale antidoto alla volatilità.

La diversificazione, però, funziona finché non serve!

È un paradosso che i gestori e i consulenti, architetti di soluzioni finanziarie, conoscono bene, sanno che si manifesta con implacabile puntualità nelle fasi di stress: nei periodi di normalità, le diverse asset class seguono traiettorie distinte, nelle fasi di stress sistemico però, le correlazioni tendono a convergere verso l’unità. In quei momenti il fattore dominante diventa la riduzione del rischio, il deleveraging comprime le differenze e ciò che appariva diversificato si rivela una scommessa concentrata sul ciclo economico.

Il paradosso della diversificazione non ne invalida i vantaggi, semmai ne ridefinisce l’orizzonte: è efficace nel continuo più che nel discreto. Con lo scorrere del tempo, e dei cicli economici, le correlazioni tornano a differenziarsi e i driver di rendimento riemergono. Il vero obiettivo del portafoglio diversificato, “anti-vulnerabile” per dirla con l’amico Paolo Legrenzi, non è evitare le perdite, ma limitare la probabilità di perdite permanenti.

Talvolta, tuttavia, il paradosso della diversificazione nasconde un equivoco: quello dell’esposizione a classi di attivo che, pur diverse in apparenza, condividono la medesima fonte di rischio. È qui che emerge il valore della consulenza finanziaria: un supporto professionale capace di individuare i veri driver di rischio e di costruire portafogli fondati su fonti di rendimento realmente eterogenee.

In questa prospettiva si collocano anche le Insurance-Linked Securities, i cosiddetti “Cat Bond”.

La loro origine risale all’uragano Andrew del 1992, un evento di straordinaria violenza: sessantacinque vittime, oltre venticinquemila abitazioni distrutte e circa centomila danneggiate. Il costo per le compagnie assicurative superò i ventisette miliardi di dollari dell’epoca, equivalenti a circa sessantatre miliardi ai valori attuali, molte società di assicurazione non riuscirono ad assorbire l’impatto e furono costrette al fallimento.

Quel disastro segnò uno spartiacque. Divenne evidente che i rischi legati a eventi climatici estremi non potevano più essere gestiti con gli strumenti tradizionali. Nacque così l’idea di trasferire una parte del rischio catastrofale ai mercati finanziari. I Cat Bond rappresentarono una risposta innovativa: da un lato contribuirono ad alleggerire il carico sul settore assicurativo, dall’altro offrirono agli investitori un’esposizione a un rischio distinto da quelli tradizionali, in cambio di rendimenti potenzialmente elevati.

Il meccanismo dei “Cat Bond” è elegante nella sua semplicità: una compagnia assicurativa emette un’obbligazione tramite una società veicolo; il capitale raccolto viene investito in attività a basso rischio, il rendimento deriva sia dagli interessi sul collaterale sia dal premio assicurativo. In cambio di rendimenti elevati, l’investitore assume il rischio che un evento catastrofico determini perdite significative. La caratteristica distintiva di questi strumenti è la loro indipendenza dalle classi di attivo tradizionali.

I cat bond raccontano una storia di innovazione nata dalla crisi. In un’epoca di rischi crescenti, essi rappresentano un principio fondamentale: la decorrelazione autentica, per natura del rischio non per settore o area geografica.

Tuttavia, come ogni investimento, anche le obbligazioni “cat” presentano un rovescio della medaglia: la possibilità che eventi estremi interrompano bruscamente la stabilità dei rendimenti. Per questo motivo risultano adatti soprattutto a investitori con orizzonti di lungo periodo, fondi pensione, family office o investitori sofisticati che abbiano un orizzonte temporale medio-lungo e adeguata capacità di assorbire la volatilità.

Gli economisti, i banchieri centrali e i ministri dell’economia che si sono ritrovati agli Spring Meetings del Fondo Monetario a Washington sono stati costretti a misurarsi con le conseguenze di un conflitto inatteso in un contesto di fiducia fragile. Il messaggio del Fondo è stato di disarmante onestà: l’incertezza domina, i rischi sono orientati al ribasso e la cooperazione internazionale appare più debole.

Per chi costruisce portafogli, la questione è basica e molto concreta: come generare resilienza quando il rischio geopolitico non è più un evento di coda, ma una variabile centrale. La risposta passa dal riconoscimento che molte delle certezze sulle correlazioni, maturate nei decenni della globalizzazione, non sono più affidabili. In questo scenario, i cat bond rappresentano qualcosa di più di uno strumento alternativo ad alto rendimento, sono l’ancoraggio a una fonte di rischio distinta rispetto alle classi di attivo tradizionali.

In un mondo in cui la guerra e le tensioni politiche tornano a essere una variabile di primo piano, la capacità di isolare il rendimento di portafoglio dai movimenti dei mercati finanziari tradizionali e di ancorarlo, invece, alla fisica del clima e alla statistica degli eventi naturali, costituisce un elemento di valore.

Fonte: InvestmentWorld.it


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